Il Fatto: “Brenda, il viado morto”

3 dicembre 2009

In un interessante e alquanto inquietante articolo sul quotidiano Il Fatto, De Benedetti: mi spiano, firmato da Peter Gomez e Marco Lillo, si legge: “Brenda, il viado morto”. Ora, dopo tutto quello che si e’ scritto e detto, si deve constatare che anche giornalisti che sicuramente non sono omofobi ne’ bigotti continuano a perseverare nella loro ignoranza, utilizzando termini volgari, offensivi e discriminatori.

Su questo blog c’e’ un’accurata analisi del termine; in sintesi:

Sandra Biondo informa gli amici giornalisti, scrittori e commentatori vari che il termine “viado”, che viene usato con tanta disinvoltura, in portoghese è volgarissimo. Cosa direste se in un articolo di giornale straniero trovaste parole come “frocio”, “ricchione” o “busone”? Se vogliamo usare la lingua degli altri, almeno facciamolo bene

Davvero sfuggono i motivi che spingono molti giornalisti italiani a perseverare nell’ignoranza e usare la parola “viado” o declinare e coniugare al maschile la parola “transessuale” o addirittura, come ha fatto Mattia Feltri, a spiegare (sbagliando) che negli Stati Uniti si userebbe la parola “shemale”. Amici giornalisti, un po’ piu’ d’attenzione e rispetto per favore.

Sullo stesso argomento:

Brenda e la grammatica della paura

Brenda, Mattia Feltri e il guazzabuglio della stampa italiana

Tutti i razzisti si somigliano

Annunci

“Santità, mi perdoni per tutto quello che ho fatto…”

26 novembre 2009

Un altro giorno di ordinaria follia nella Repubblica confessionale delle banane.

Il Vaticano non si arrende e attraverso la Commissione Igiene e Sanità del Senato cerca di fermare l’introduzione della pillola abortiva RU486; il farmaco è utilizzato da vent’anni in paesi come Francia, Regno Unito e Svezia e approvato dagli organi competenti in piu’ di trenta paesi, dagli Stati Uniti alla maggior parte dei paesi dell’Unione Europea. Ma i buffoni in Parlamento prendono le direttive dall’ultima tirannide ancora presente in Europa, il Vaticano appunto, dove sadici fondamentalisti esperti nella teologia degli uteri vogliono ancora imporre la loro abominevole follia all’umanità.

Ed è a quella tirannide, a quella monarchia assoluta che non riconosce alcun diritto, alcuna libertà – deliramentum (follia) vengono chiamati i diritti dell’uomo nei documenti pontifici che condannano l’Illuminismo – che Piero Marrazzo si rivolge per chiedere perdono. Nientepopodimeno! “Santità, mi perdoni per tutto quello che ho fatto…”. Si fa fatica a credere ai nostri occhi quando si legge sulla stampa:

“Quest’uomo sta compiendo un delicatissimo iter da cui nascerà una persona nuova”, ha rivelato, la scorsa settimana, a “Repubblica” l’abate di Montecassino, il vescovo Piero Vittorelli, confermando che l’ex presidente stava trascorrendo un periodo di ritiro spirituale nell’abbazia benedettina di Cassino, in provincia di Frosinone.

Nel 1077 Enrico IV si reca a Canossa, costretto a chiedere perdono a papa Gregorio VII per tenersi la corona imperiale. Quale sarà la corona di Marrazzo? Forse il suo impiego in RAI? Il Medioevo in Italia non è mai finito, ma oggi fa ancora piu’ schifo di ieri. Povero Piero, che pena che fa! Questa è la classe dirigente della Repubblica confessionale delle banane, di destra, di sinistra e di centro; uomini e donne smidollati, che occupano le vette della politica, del giornalismo, delle professioni, della pubblica amministrazione, della finanza e della grande industria non per meriti acquisiti sul campo ma perché figli di, nipoti di, amici di, tesserati di. Uno spettacolo avvilente e rivoltante.

In Italia la madre dei cretini è sempre incinta; i figli poi crescono, mandano al governo del paese Berlusconi, i razzisti della Lega e i fascisti alla La Russa e Gasparri e quando vanno allo stadio danno il meglio di se’, anche all’estero: “non esistono negri italiani”, “un negro non può essere italiano”. La Repubblica riporta: “A quel punto Buffon, il capitano, e Secco sono andati a parlamentare e i cori sono cessati”. Però! Parlamentiamo anche con i razzisti adesso; dev’essere il famoso garantismo italiano.

Il sindaco di Varallo, il deputato leghista Gianluca Buonanno, fa installare cartelli stradali contro l’uso del burqa. Per carità, lontano da me voler difendere il burqa; è solo che faccio fatica a vedere in questi crociati della Lega i difensori dei diritti delle donne. Sono gli stessi che s’inchinano alla Curia di Roma, che di donne ne ha torturate e bruciate durante i secoli molte, ma molte di piu’ che non i fondamentalisti islamici; sono gli stessi razzisti dell’operazione Bianco Natale, gli stessi xenofobi capeggiati da chi non ha problemi a dichiarare, “gli immigrati devono essere mandati a casa loro”. Non è che in Europa queste persone non ci sono ma – diversamente che in Italia – non sono ministri e non decidono la politica dei governi dei loro paesi. Poi ci si lamenta dei cori razzisti negli stadi o delle aggressioni contro immigrati e omosessuali? Solo ipocrisia.

L’ennesimo allarme sulla criminalità organizzata. Questa volta a lanciarlo è il Governatore di Bankitalia, Mario Draghi:

“Grava su ampie parti del nostro Sud il peso della criminalità organizzata. Essa infiltra le pubbliche amministrazioni, inquina la fiducia fra i cittadini, ostacola il funzionamento del libero mercato concorrenziale, accresce i costi della vita economica e civile”.

Se fossimo nel 1909, sarebbe una notizia. Se fossimo nel 1949, sarebbe ancora una notizia. Ma oggi? Come ricordava Beppe Grillo nell’estate del 2008:

oltre il 40% della ricchezza nazionale è illegale (rapporto Alto Commissariato anti-Corruzione) (…) Nella sua ultima relazione il Commissariato contro la Corruzione ha affermato: siamo peggio che in Tangentopoli, la corruzione piega ogni settore e la sanità è terra di conquista.

Una volta si insegnava che la moglie di Cesare dev’essere al di sopra di ogni sospetto. Oggi in Italia invece prevale un’interpretazione del garantismo che non è accettata in nessun’altra democrazia al mondo. Si sente dire che fino a quando non c’è la condanna definitiva, quella passata in giudicato, vale la presunzione d’innocenza prevista dalla Costituzione. Verissimo. Ci mancherebbe altro! Ma in tutte le democrazie del mondo si usa distinguere tra il piano giudiziario e il piano politico e in quelle democrazie a nessuno passerebbe per la testa rivendicare la presunzione d’innocenza fino alla condanna definitiva per giustificare la permanenza nel suo ufficio pubblico di un cittadino che ricopre incarichi di responsabilita’ politica e istituzionale. In quelle democrazie, in tutte le democrazie, ancora vige il principio che la moglie di Cesare dev’essere al di sopra di ogni sospetto e i politici chiacchierati hanno la decenza di dimettersi prima di infangare l’ufficio che ricoprono. In Italia no, in Italia alcune tra le piu’ alte magistrature della Repubblica sono occupate da cittadini chiacchierati e condannati o che hanno procedimenti giudiziari in corso e i reati ipotizzati non sono bruscolini. Chi critica questo status quo, in Italia viene accusato di giustizialismo. Ebbene, in tutte le democrazie del mondo vige quel giustizialismo; è solo in Italia che la classe dirigente pretende l’impunità.

Si apprende che il ministro della difesa, Ignazio La Russa, elargisce maledizioni anche in trasferta; non pago delle sue volgari pagliacciate in TV – ricorderete il “possono morire” in tema di crocifissi – ora augura il cancro anche a tu per tu.

Chiudiamo con due chicche a proposito del Giornale di Vittorio Feltri. Un giornalista intraprendente (ma un po’ sfigato):

“Ha inviato alla sede genovese del Giornale presso il quale collaborava una lettera di minacce delle Br verso se stesso. La Digos ha denunciato l’uomo, Francesco Guzzardi, per simulazione di reato e procurato allarme.”

e un condirettore spudorato oltre ogni limite: “Cosa c’entra Dell’Utri con Berlusconi?”. Guarda il video qui di seguito:


Brenda, Mattia Feltri e il guazzabuglio della stampa italiana

22 novembre 2009

Oggi sulla Stampa Mattia Feltri prova a ragionare sulla parola “transessuale”: maschile o femminile, il o la? Nella grande confusione italiana, va riconosciuto a Feltri di averci almeno provato; tra il serio e il faceto, con molta ironia e forse troppa leggerezza, i risultati di questo sforzo sono tuttavia deludenti.

Scrive Feltri all’inizio del suo articolo, “Il” o “la” trans? Il guazzabuglio è anche lessicale:

Dicono e scrivono Brenda al femminile o al maschile, per come gli esce sul momento dalla bocca o dalla penna. Tutto buono: lo spiega anche il dizionario Devoto-Oli, «transessuale», aggettivo e sostantivo, maschile e femminile, da declinare a seconda della massima confusione.

La confusione c’e’ sicuramente, ma solo se s’ignora la letteratura scientifica e l’esperienza dei diretti interessati, visti questi solo come oggetto sessuale di maschi in cerca di emozioni e non come persone la cui dignita’ va rispettata e la cui identita’ sicuramente non va cercata nell’ignoranza di quei maschi, clienti o giornalisti che siano. Invece quei giornalisti e opinionisti scrivono e parlano di transessuali solo in funzione di, e cosi’ fa anche Mattia Feltri sulla Stampa di oggi. L’articolo mischia sesso e genere, ironia e ignoranza, Vladimir Luxuria ed Elisabetta Gardini, il Grande Fratello e il complesso d’Edipo. Feltri scrive:

E’ una babilonia, si va a trans terrorizzati dall’eventualità di essere scoperti, interminabili file notturne di maschi che le teorie accademiche vogliono smarriti, complessi di Edipo all’opposto e cose così, file di maschi ancora più terrorizzati dall’ipotesi della loro omosessualità, potenziale o già espressa. Non sanno che pensare della propria indole. Non sanno se sono andati con un trans o con una trans, non sanno che cosa era, se prevaleva nell’aspetto e nel desiderio la parte sopra o la parte sotto.

Dimmi cosa fai a letto e ti diro’ chi sei. Questo e’ il livello del “dibattito”, questa e’ la nostra tradizione fatta di repressione culturale e sessuale di intere generazioni costrette a subire quella cultura sessuofoba, il sesso come peccato, il moralismo che nasce dall’ignoranza e dalla paura. Come meravigliarsi allora se la pornografia sia non solo cosi’ diffusa ma la vera scuola di sesso in una societa’ che ne e’ ossessionata proprio perche’ lo ha sempre rinnegato, visto come cosa immonda, ripudiato negli atti impuri del confessionale e nei bordelli dove il maschio poteva trovare sollievo da una cultura che imponeva (impone?) la verginita’ della donna come modello di purezza. Nella tradizione da cui veniamo – tradizione sempre invocata per difendere le nostre radici, come se fossimo piante! –  quel maschio e’ carnefice e vittima al tempo stesso, nella sua mente la donna e’ di due tipi: la madre, la moglie e la figlia, da rispettare e proteggere, e la prostituta, la donna che puo’ soddisfare le sue passioni, represse da quella tradizione come peccati della carne. Il maschio che si fa vanto delle sue conquiste ma che ancora usa la parola “puttana” e simili a mo’ d’insulto verso una donna, verso tutte le donne. Messi fuori legge i bordelli, quella tradizione millenaria continua come e dove puo’.

Ed e’ questa tradizione lo sfondo culturale, antropologico, la cornice che inquadra il “dibattito” su transessuali e prostituzione a seguito degli ultimi scandali dati in pasto dai mezzi d’informazione a un’opinione pubblica che brancola nel buio dell’ignoranza, eccitata dai propri pregiudizi, come tanti schiavi compiacenti delle proprie catene. Si, perche’ nella cultura sessista italiana, in quel machismo che ancora caratterizza non solo la cultura popolare ma soprattutto i commenti di eruditi e maître à penser, e’ evidente la paura dell’ignoranza. Scrivevo qualche giorno fa’ in Brenda e la grammatica della paura a proposito di quel dettaglio, il o la transessuale:

Un piccolo dettaglio, un’inezia forse che pero’ puo’ farci riflettere se il diavolo si nasconde davvero nei dettagli. Se cosi’ e’, forse quel dettaglio puo’ aiutarci a illuminare noi stessi e a guardarci allo specchio, come singoli e come società: i tabú, i pregiudizi, il moralismo e il sessismo che perseverano, quasi aggrappandosi alle regole di una grammatica immutabile per non affondare nell’ignoranza abissale di una cultura e di una societa’ incapaci di capire e con la paura di cambiare.

E puntualmente Mattia Feltri oggi sulla Stampa sente la necessita’ di aggrapparsi a quella grammatica, “lo spiega anche il dizionario Devoto-Oli”. Ovviamente il dizionario non spiega nulla; ci sono nomi nella lingua italiana che hanno un’unica forma per il maschile e per il femminile (sia al singolare sia al plurale) e che possono essere distinti solo dall’articolo, dalla coniugazione (verbo) e dalla declinazione (aggettivo e pronome): nipote, consorte, parente, cantante, insegnante, agente, amante, ecc. Se la parola “transessuale” genera ancora cosi’ tanta confusione, forse il dizionario andrebbe affiancato da una letteratura scientifica vasta e facilmente disponibile, in grado di far saltare i tabu’ e la morale costruiti sull’ignoranza, il dogma e la superstizione e dar vita invece ad un’etica che parta dalla scienza, dalla conoscenza, dove il vero “peccato” e’ l’ignoranza. Invece siamo ancora fermi alla Bibbia, “maschio e femmina li creò”, come la Chiesa Cattolica non si stanca mai di ricordarci.

Purtroppo Feltri termina il suo articolo laddove avrebbe dovuto iniziarlo – “i maschi saranno disorientati, ma le donne si scoprono disarmate” (ma davvero e’ cosi’? Sicuramente non tutti i maschi sono disorientati e non tutte le donne si scoprono disarmate…) – e sembra non accorgersi che per tutto l’articolo i/le transessuali vengono presi in considerazione solo in funzione di. Dispiace e fa riflettere anche che Feltri non abbia criticato il suo stesso giornale, la Stampa, uno di quei tanti quotidiani che ancora si ostinano a titolare “Morto il trans Brenda”.

Ma c’e’ di peggio. Mattia Feltri incorre in un errore purtroppo comune in Italia:

Negli Stati Uniti si è pensato di risolvere la questione con una trovata semantica, un compromesso storico dell’erotismo: i trans si dicono shemale, o she-male, che tradotto alla lettera sta per «lei-maschio». Oppure, se è una donna diventata uomo, si dice hemale, «lui-femmina», sebbene sia un termine che circola molto meno.

Feltri e la Stampa dovrebbero sapere che quei termini non sono il “compromesso storico dell’erotismo”; sono invece probabilmente il frutto dell’industria pornografica, non vengono nemmeno rubricati nei dizionari di lingua inglese e soprattutto sono considerati altamente offensivi, alla stregua di termini come “nigger” per gli Afro-Americani, “faggot” per i gay o “Christ-killer” per gli ebrei.

Quel “guazzabuglio” andava esposto per quello che e’, senza tanti giri di parole: semplice ignoranza, da illuminare da scienza e ragione. Invece sembra quell’ignoranza venga perpetuata anche dalla stampa “colta”, che continua a perseverare nei suoi errori. I pregiudizi, come si sa, nascono dall’ignoranza e cosi’ pure il fanatismo. Siamo tutti alieni finche’ non impariamo a conoscerci; anche a questo – vale la pena ricordarlo – dovrebbero servire i mezzi d’informazione.

P.S. Come mi fa notare Fabio Chiusi, la confusione sembra alta sotto i cieli della stampa italiana; il Corriere della Sera di oggi per esempio usa la parola“matricidio” nel titolo di un articolo su un triste caso di cronaca nera dove e’ la madre a uccidere il figlio.

Sullo stesso argomento: Brenda e la grammatica della paura


Brenda e la grammatica della paura

20 novembre 2009

La morte della transessuale Brenda getta ombre ancora piu’ inquietanti su tutta la vicenda Marrazzo, vicenda che gia’ puzzava di marcio dall’inizio, quando quei carabinieri (!) hanno fatto irruzione nell’appartamento di via Gradoli a Roma per – almeno cosi’ sembra – incastrare il governatore del Lazio. La reticenza, l’ipocrisia e le mezze verita’ del governatore non hanno certo aiutato a chiarire questa storia ma ora almeno un punto sembra chiaro: c’e’ chi non vuole che la verita’ venga a galla ed e’ disposto ad ammazzare per nasconderla.

C’e’ pero’ un altro aspetto di questa storia che forse appassiona di meno, senza misteri e buchi della serratura. Un dettaglio, piccolo da nascondersi dietro articoli e declinazioni ma che rivela l’ignoranza di giornalisti e direttori di giornale che perseverano nei loro errori e continuano a parlare al maschile, anche dopo la morte della transessuale Brenda. Un piccolo dettaglio, un’inezia forse che pero’ puo’ farci riflettere se il diavolo si nasconde davvero nei dettagli. Se cosi’ e’, forse quel dettaglio puo’ aiutarci a illuminare noi stessi e a guardarci allo specchio, come singoli e come società: i tabú, i pregiudizi, il moralismo e il sessismo che perseverano, quasi aggrappandosi alle regole di una grammatica immutabile per non affondare nell’ignoranza abissale di una cultura e di una societa’ incapaci di capire e con la paura di cambiare.

Negli esempi qui sotto, alcuni giornali hanno imparato – finalmente – ad usare il genere corretto nei loro titoli e articoli; altri continuano ad illudersi che la grammatica possa salvarli dalla paura della loro ignoranza. Uno spettacolo – quello che segue – che filosofi, sociologi, psicologi e linguisti troveranno sicuramente interessante.

Corriere della Sera

il Giornale

la Stampa

il Tempo

Avvenire

il Resto del Carlino

la Repubblica

il Messaggero

il Mattino

l'Unità


I moralisti e i guardoni

30 ottobre 2009

voyeur

Dopo le escorts, le trans. L’Italia dei guardoni proprio non ce la fa a stare lontana dal buco della serratura; forse perche’ solo cosi’ riesce a non guardarsi allo specchio. Il paese è sessualmente represso, l’omofobia e la misoginia abbondano e non fanno notizia. Per vendere pubblicita’, le telecamere entrano nella camera da letto e il giornalista nasconde i suoi pruriti dietro la maschera del moralista. Ma cos’è peggio, vendere il proprio corpo, come fanno le lavoratrici e i lavoratori del sesso o vendere la propria integrita’, come fanno tanti politici e giornalisti? E chi è piu’ libero?

Quando anche quest’ultima storia avra’ annoiato lo spettatore, c’è gia’ pronta un’altra vita d’azzannare. Quello che restera’ sara’ solo il pregiudizio contro prostitute e transessuali, gli unici a cui si chiede il conto.