Sergio Romano, ambasciatore della barbarie

15 novembre 2009
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Sergio Romano, uno dei tanti cattivi maestri della Repubblica

Le dichiarazioni del sottosegretario Giovanardi sulla vicenda di Stefano Cucchi – vicenda inquietante ma assai piu’ “normale” di quanto si pensi nel panorama della giustizia e delle carceri in Italia – sono state additate come il segno piu’ recente e vistoso dell’incivilta’, dell’ignoranza e della disumanita’ della classe dirigente del paese. Difficile immaginare parole piu’ insultanti per chi le pensa e le pronuncia, difficile immaginare che quelle parole possano essere superate sulla strada dell’indecenza, anche considerando i dettagli agghiaccianti che stanno emergendo.

Ma in Italia niente e’ impossibile e la realta’ e’ sempre piu’ prolifica della fantasia e dell’immaginazione. Sergio Romano, ex ambasciatore, editorialista del Corriere della Sera, opinionista, scrittore, pensatore che passa tra i piu’ raffinati e colti, ci ha offerto sabato scorso, dalle colonne del principale quotidiano italiano, l’esempio piu’ rappresentativo di quella realta’ che supera la fantasia. Sul caso Cucchi, Romano scrive:

Il caso del giovane Cucchi ha suscitato gravi sospetti sul comportamento delle forze di polizia e dei medici. È giusto che l’opinione pubblica ne sia preoccupata e che la ma­gistratura indaghi. Ed è giusto che i giornali abbiano dato spazio alle voci di quanti sono indignati dalla possibilità di atteggiamenti repressivi o ne­gligenti. Ma questo coro di proteste e accuse ha avuto l’ef­fetto di oscurare un aspetto della vicenda non meno im­portante. Commossi dalla morte di Stefano Cucchi, ab­biamo dimenticato che ogni persona è responsabile della propria vita ed è inevitabil­mente destinata a raccogliere i frutti delle proprie scelte. Non ne sono sorpreso. La rea­zione al caso Cucchi è quella che si è progressivamente dif­fusa ormai da parecchi anni si­no a diventare, col passare del tempo, «corretta». La morte della vittima ne cancella le re­sponsabilità; e tanto meglio se la colpa può essere imputa­ta allo Stato e alle sue istituzio­ni. Il caso del ragazzo Giuliani ucciso a Genova durante la manifestazione del G8 nel­­l’estate del 2001 è probabil­mente l’esempio più clamoro­so di questa nuova regola so­ciale.
A me sembra che tale rego­la — la vittima è sempre inno­cente — renda un pessimo ser­vizio ai nostri figli e nipoti. Se continueremo su questa stra­da li convinceremo che non sono responsabili di se stessi, che non hanno il dovere mora­le di pesare attentamente le lo­ro azioni. Educheremo genera­zioni di ragazzi che oscillano fra l’autocompatimento e la frustrazione. Non avrei usato le parole di Carlo Giovanardi, ma credo che il suo intervento «scorretto» abbia avuto il me­rito di ricordare ciò che troppi hanno dimenticato.

Parole indegne quelle di Romano, ingiustificabili, che cozzano contro i principi fondamentali, le basi stesse della civilta’ umana, costruiti quei principi e quelle basi con il sacrificio, la sofferenza, il sangue, la vita di miliardi di esseri umani nel corso dei millenni. Non ci sono davvero parole che possano esprimere tutto il raccapriccio e lo sdegno civile per questa lezione d’incivilta’ e di morte offerta da Sergio Romano come risposta ai lettori del Corriere. Quanta tristezza ambasciatore Romano! Quanta tristezza nella mente raffinata, erudita, che dimentica la ragione stessa del vivere insieme, le fondamenta della Repubblica, le sue pietre piu’ importanti, che sostengono tutto l’edificio, la Vita, la Liberta’ e il perseguimento della Felicità. Quanta tristezza per questa povera patria, la barbarie viene addirittura stampata sulle colonne del principale quotidiano del paese, nel tentativo di legittimarla, razionalizzarla. L’ambasciatore Romano normalizza l’impensabile, come se Hannah Arendt non ci avesse mai detto nulla sulla banalita’ del male. Povera patria, ridotta dai cattivi maestri non al sonno ma al coma profondo della ragione.


Africa For Italy – We Are the World

13 novembre 2009

Si inizia a fare un po’ di luce sull’omocidio di Stefano Cucchi. Fondamentale il racconto del supertestimone:

Il super testimone. Determinante, a questo proposito, la testimonianza di un immigrato africano detenuto che avrebbe assistito alla scena. L’uomo, hanno ricostruito gli inquirenti, riuscì a parlare con lui, a udienza di convalida conclusa, mentre venivano portati nel carcere di Regina Coeli. Nella richiesta di incidente probatorio, infatti, la procura di Roma spiega che il testimone chiave della vicenda, trovandosi il 16 ottobre nelle celle di sicurezza del tribunale, “udì e vide agenti della polizia penitenziaria in divisa colpire Cucchi” da cui ebbe, dopo, alcune confidenze mentre andavano in carcere a Regina Coeli.

L’Italia che viene ammonita dall’ONU sul trattamento inflitto agli immigrati e condannata dalla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo per le ingiustizie della sua giustizia e delle sue prigioni, ora deve contare sull’educazione civica e il coraggio di un immigrato africano per amministrare giustizia. Anche qui, lo Stato ha bisogno dell’immigrato, anche come insegnante di educazione civica. Tutto si tiene. We are the world.

Intanto nuovi particolari emergono dal diario clinico del “paziente Cucchi Stefano, nato a Roma l’1-10-78”.  Come scrive Repubblica:

Dei suoi cinque giorni di ricovero nella corsia di ospedale che è stata la sua tomba. Del lavoro di chi – accusa oggi la procura – chinandosi al suo capezzale ne ha sottovalutato la sofferenza fisica e psicologica, fino “a lasciarlo morire”. (…)

Il 21 ottobre, dopo che le ventiquattro ore precedenti sono state riassunte in una sola riga (“Il paziente rifiuta la visita”), in corsia è di nuovo la dottoressa Stefania Corbi. “Si propone nuovamente al paziente reidratazione endovenosa – scrive – Ma il paziente rifiuta perché vuole prima parlare con il suo avvocato e con l’assistente della comunità Ceis. Rifiuta anche di alimentarsi, come sta facendo sin dall’ingresso per lo stesso motivo. Per lo stesso motivo rifiuta anche di effettuare ecografia dell’addome”.

Quella di Stefano Cucchi è stata lotta civile non violenta, di matrice ghandiana, contro il sopruso dello stato che negava se stesso insieme all’avvocato richiesto come suo diritto da Stefano. La ragione, lo stato di diritto, il civismo, la civilta’ e’ dalla parte di Cucchi e di quell’immigrato africano.


Come è morto Stefano Cucchi?

29 ottobre 2009

Qualche giorno fa’ scrivevamo della “morte sospetta” di un cittadino di 31 anni rinchiuso a Regina Coeli il 16 ottobre scorso, poi trasferito all’ospedale Pertini di Roma. Su Radio Radicale è disponibile la conferenza stampa su questo tema. Presenti tra gli altri Luigi Manconi, Presidente di A Buon Diritto, Patrizio Gonnella, Presidente di Antigone, Ilaria e Giovanni Cucchi, sorella e padre di Stefano, Emma Bonino, vicepresidente del Senato.

Su Facebook, Adriano Sofri pubblica le foto del cadavere di Stefano. Sofri scrive: “Mi dispiace di mostrare immagini così sconvolgenti, ma mi pare un dovere, per tutti. Queste sono le fotografie di Stefano Cucchi, fatte per la famiglia dalle pompe funebri. Al medico legale era stato vietato.”

La denuncia del garante dei diritti dei detenuti del Lazio, Angiolo Marroni:

“Auspico che le indagini avviate dalla Procura della Repubblica, di cui ha parlato il ministro della Giustizia, contribuiscano a fare piena luce sulla morte di Stefano Cucchi, una vicenda che presenta lati oscuri non ancora del tutto chiariti che meritano un approfondimento”. E’ questo il commento del garante dei diritti dei detenuti del Lazio Angiolo Marroni dopo aver ascoltato la riposta del ministro della Giustizia Angelino Alfano all’interrogazione presentata dai parlamentari Bernardini e Giachetti. Sul caso, il garante dei detenuti ha preannunciato anche l’invio di un suo esposto alla Procura della Repubblica di Roma.

Infine un’intervista a Ilaria e Giovanni Cucchi, rispettivamente sorella e padre di Stefano, sul blog di Beppe Grillo.

P.S. Quello di Stefano Cucchi non è un caso isolato.

AGGIORNAMENTO: I buffoni ministri La Russa e Alfano e il caso Cucchi (e le dichiarazioni surreali e vergognose del maggiore Paolo Unali)

LEGGI ANCHE: Stefano Cucchi e l’inciviltà della Repubblica delle Banane


Good morning Italy

26 ottobre 2009

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Torniamo all’Italia. Guai in vista per il governo Berlusconi:

La Russa: “Bene visione di Berlusconi, coniugare controllo dei conti e ripresa”
Il ministro dell’Economia a pranzo con Profumo, Passera e Guzzetti

Caso Tremonti, i coordinatori dal premier
“Sostegno a linea di rigore e sviluppo”

Cicchitto: “Nomina a vicepremier sposterebbe gli equilibri di coalizione”
Ma Bossi non la pensa così: “E’ garanzia contro gli spendaccioni del governo”

Intanto si e’ gia aperta la caccia nella stagione delle allenaze; Rutelli se ne va, dimostrando scarsa sensibilita’ democratica; si prepara un Grande Centro di cui si parla da tempo e il nuovo segretario del PD Bersani, all’indomani di una vittoria sua e di tutto il popolo delle primarie, illustra la sua strategia.

L’ennesimo episodio dell’incivilta’ del paese, solita notizia di cronaca quotidiana:

OSTIA

Attacco omofobo a un trentenne:
«Ora corsi antiviolenza nelle scuole»

Dopo l’aggressione di Ostia tra saluti fascisti,
Arcigay Roma lancia un appello: lezioni di civiltà

(…) «Quando gli aggressori mi hanno visto – ha raccontato il 30enne a “Il Messaggero” – mi hanno fatto il saluto romano. Io ho fatto finta di niente e ho proseguito a camminare per la mia strada. Ma li ho sentiti che dicevano qualcosa ma non ho capito cosa». Poi lo hanno raggiunto alle spalle mi hanno urlato frocio comunista e poi mi hanno massacrato di botte – ha continuato – Pensavo che mi avrebbero ammazzato». (…)

È stato detto che il grado di civilta’ di un paese si misura dalle sue carceri:

Detenuto di Regina Coeli muore al Pertini
Manconi e Gonnella: “Morte sospetta”

Stefano Cucchi, 31 anni, arrestato per possesso di droga viene rinchiuso a Regina Coeli il 16 ottobre scorso, poi trasferito all’ospedale Pertini di Roma muore subito dopo. Sul suo corpo i genitori hanno riscontrato tumefazioni e lesioni. A denunciare una morte “su cui fare chiarezza e giustizia” sono Patrizio Gonnella, presidente di Antigone, l’associazione che si batte per i diritti nelle carceri, e Luigi Manconi , presidente di ‘A Buon Diritto’.

***

Su questo caso, la deputata Radicale-Pd Rita Bernardini, membro della Commissione Giustizia, ha presentato un’interrogazione urgente ai ministri della Giustizia e della Difesa

Anche qui, una storia che si ripete cosi’ spesso quasi non ci si fa piu’ caso. Vi dice niente il nome Aldrovandi? E’ l’Italia della giustizia negata, un paese dove, come in una Repubblica delle Banane, capita di morire in carcere o in custodia da parte delle forze dell’ordine che, quando non sono occupate a ricattare qualche politico, si divertono con i piu’ indifesi. Il problema e’ drammatico e non puo’ essere nascosto con un vuoto patriottismo che vede in ogni divisa un’eroe. La teoria delle mele marce è fallace e serve solo a coprire le responsabilita’ che non si vuole vengano a galla; responsabilita’ che invece devono essere individuate, non solo per punire i colpevoli ma per risolvere il problema alla radice.

Il problema e’ culturale e puo’ essere risolto solo se lo si porta allo scoperto, alla luce del sole, senza reticenze, combattendo contro l’omerta’, che disgraziatamente in Italia viene ancora percepita come valore, molto piu’ di quello che normalmente si creda. I cittadini non devono avere paura delle forze dell’ordine, che sono li’ per servire non per vessare, per difendere non per assassinare. E’ nell’interesse di tutti, a cominciare da quelle forze dell’ordine, restituire a quelle divise il rispetto e la fiducia che si conquistano con l’esempio, non con la paura e con la vuota retorica. Coloro che quelle divise indossano, a rischio spesso della loro vita, lo sanno e meritano che il problema sia affrontato con serieta’ e onestamente da parte di chi ha il potere, amministrativo e politico, di risolverlo.

Insomma, possiamo occuparci di Rutelli che vuole uscire dal PD e unirsi legittimamente con Casini (gia’ ora una coppia di fatto) e portarsi dietro una pattuglia di parlamentari che nessuno conosce e nessuno ha mai eletto; possiamo continuare a spiare dal buco della serratura della “libera stampa”, che ormai ci propone quotidianamente la vita sessuale di politici e “vip” oppure possiamo occuparci di quello che tocca e condiziona la nostra vita reale, l’economia, la disoccupazione, l’ambiente, l’energia, i diritti, la giustizia, la sanita’, la scuola, guerra e pace e la sicurezza ovviamente, quella di tutti. Fin’ora l’informazione ha dimostrato di essere piu’ interessata a vendere pubblicita’ per i bilanci dei loro editori, attraverso storie che solleticano la morbosita’ dei cittadini.

La liberta’ d’informazione non si difende chiamando a raccolta le piazze e usando lo specchio dell’autoreferenzialita’; l’informazione si difende facendola, come servizio pubblico, a prescindere da chi sia la proprietà dei mezzi. Invece oggi in Italia non si distingue piu’ tra la stampa colta, i rotocalchi di gossip e il grande fratello; tutto viene vomitato da una televisione violenta e senza regole che detta gli standard d’incivilta’ alla “libera stampa” che le arranca dietro senza pudore.

Qui in Gran Bretagna, dove – a detta di molti osservatori e studiosi – c’e’ la migliore televisione del mondo, sia la televisione pubblica sia quella privata devono rispettare regole e standards molto severi affinche’ possano operare sul mercato. Se quelle regole e quegli standard fossero applicati in Italia, nessun canale televisivo del nostro paese, pubblico o privato, avrebbe l’autorizzazione necessaria per andare in onda. La Gran Bretagna e’ un paese di forte tradizione culturale liberal-democratica, e la liberta’ (compresa la liberta’ d’informazione) qui e’ una cosa seria.

Good morning Italy!