Al capezzale della Repubblica – prima parte

30 novembre 2009

Se è vero, come si dice, che l’intera vita passa davanti agli occhi prima di morire, siamo davvero arrivati al crepuscolo della Repubblica. L’intera storia d’Italia – sempre piu’ una denominazione geografica e sempre meno uno stato civile – sta passando velocemente davanti agli occhi di quella giovane disgraziata; i problemi, vecchi di decenni, di secoli e di millenni sembra si stiano raccogliendo attorno al suo capezzale.

Eugenio Scalfari su Repubblica e Sergio Romano sul Corriere della Sera sono ieri intervenuti sugli ultimi sintomi di questa moribonda. Scrive Sergio Romano:

Il «concorso esterno in associazione mafiosa» si è dimostrato una categoria penale alquanto fumosa e imprecisa.

Scrive Eugenio Scalfari:

Si discute e si mette in dubbio da parte dei difensori di Berlusconi la validità di un reato come quello di concorso esterno in associazione mafiosa, non contemplato dal codice penale ma ormai da gran tempo legittimato da una serie costante e conforme di pronunce giurisprudenziali della Cassazione.

La certezza del diritto, la certezza del reato e della pena sono tutte cose che s’insegnano (o forse s’insegnavano) al primo anno di Giurisprudenza. Oggi – sulle pagine della stampa “colta” – non si riesce nemmeno ad essere d’accordo su cosa sia reato e cosa non lo sia. Lasciando questa discussione tecnica ai tecnici, cioe’ ai giuristi, faccio solo notare la disinvoltura con cui Scalfari afferma:

“ogni discorso sulla improprietà di un reato non previsto da un codice penale più che antiquato è priva di qualunque fondamento”

cosí come faccio notare la superficialità di Romano quando scrive sul Corriere:

“peraltro il procuratore capo di Firenze ha smentito ieri che il presidente del Consiglio sia indagato”.

Romano evidentemente non è bene informato (e forse non legge nemmeno il giornale su cui scrive):

Se c’e’ di mezzo un reato di mafia “l’indagato non puo’ sapere di essere indagato per tutelare la segretezza delle indagini”. Lo dice al Corriere della Sera l’ex procuratore antimafia, Pierluigi Vigna, che aggiunge: “Pubblicita’ non c’e’ in questo tipo di indagini sulla mafia”, quando un presunto indagato chiede se e’ indagato “deve ricevere una risposta in ogni caso negativa se si tratta di reati di mafia. E’ stabilito dal codice di procedura penale. E’ l’applicazione del cosiddetto ‘doppio binario'”.

L’aspetto però piu’ interessante che salta all’occhio dalla lettura comparata dei due articoli è l’assoluta sintonia del messaggio che i due illustri commentatori lanciano dai loro pulpiti; ponendo l’accento ognuno su aspetti differenti, quando non conflittuali, la conclusione che Scalfari e Romano traggono è la medesima. Scrive Romano:

Si può far cadere un governo che dispone di una consistente maggioranza senza dare un duro colpo al processo democratico? È una domanda a cui il presidente della Repubblica ha già dato una risposta: no, non si può. Occorre quindi una tregua, e la soluzione migliore per garantirne l’osservanza potrebbe essere il ritorno a un maggior senso di responsabilità dei poteri dello Stato, evitando forzature e invasioni di campo. Questo processo sarebbe favorito da una forma di immunità (che ricordiamolo fu introdotta dai padri costituenti) purché concordata a larga maggioranza.

Romano auspica un ritorno all’immunità, ma il suo aggrapparsi ai “padri costituenti” sembra solo un argomento peloso per dar forza alle sue tesi; ci sono infatti argomenti ben piu’ persuasivi che giustificano le tesi opposte, primo di quegli argomenti il fatto che ognuno puo’ capire da solo, nonostante i tentativi di alcuni intellettuali di infangare l’intelletto: non puo’ certo essere un capo di governo inquisito in molti processi per fatti gravi e gravissimi che risalgono ad anni in cui quel soggetto non rivestiva alcun ruolo istituzionale a poter mettere mano ad eventuali riforme sull’immunità e sulla giustizia. Anche a prescindere da qualsivoglia altra considerazione giuridica e politica, Berlusconi che mette mano a quelle riforme sarebbe visto dall’opinione pubblica, sia in Italia sia all’estero (e non senza ragioni), come Bin Laden che legifera in tema di terrorismo o un pedofilo in tema di tutela dei minori. La “tregua” di cui parla Romano sembra allora la resa dello stato di diritto.

Scrive Scalfari:

Ha ragione Napolitano quando dice che non è per via di processi che si elimina un avversario politico fin tanto che gli rimane la fiducia della maggioranza. Ma è altrettanto vero che gran parte di quella fiducia si verifica meglio alla luce di processi e sentenze che mettano in chiaro passaggi rimasti per troppi anni oscuri e inquietanti. Noi pensiamo che sia questa la buona democrazia. Intanto, il governo ha il diritto e il dovere di governare. Se cominciasse a farlo invece di restare perennemente in “surplace” sarebbe un buon risultato.

Se Romano crede di trovare la soluzione nell’immunità (che però sarebbe meglio chiamare con il suo vero nome: impunità), Scalfari invece si limita a concludere che “il governo ha il diritto e il dovere di governare”. Ma sul come Silvio Berlusconi possa governare in questa situazione, Scalfari nulla dice. E tuttavia vale forse la pena notare che sia Romano sia Scalfari, nonostante sostengano tesi contrapposte e non conciliabili, concordano con il Presidente Napolitano che aveva detto:

“Va ribadito che nulla può abbattere un governo che abbia la fiducia della maggioranza del Parlamento, in quanto poggi sulla coesione della coalizione che ha ottenuto dai cittadini-elettori il consenso necessario per governare.”

Senza tornare a ripetere gli argomenti che mi fanno sostenere che Napolitano sbaglia – e con lui tutti coloro che per convinzione, opportunismo o timidezza sostengono le stesse tesi del Presidente della Repubblica – vale la pena, io credo, fare alcune considerazioni di carattere generale. Non sull’ultima crisi insomma si dovrebbe a questo punto riflettere ma sul male oscuro che sta consumando la nostra disgraziatissima Repubblica, mentre c’è già chi vuole crocifiggere la bandiera, affrettando il calvario della giovane morente.

Nei prossimi giorni cercherò di scrivere qualcosa su quel male oscuro, per ora basti segnalare che l’informazione fa sicuramente parte di quel calvario. In quell’editoriale su Repubblica, per esempio, a proposito del processo Andreotti, Eugenio Scalfari scrive:

Fu condannato con gravissime motivazioni. Poi, nei successivi gradi di giurisdizione, le sentenze furono riviste e ritoccate. Infine nell’ultimo passaggio fu assolto, in parte con formula piena e in parte con formula dubitativa.

E’ mai possibile che Scalfari non conosca i fatti? Nel breve video qui sotto, il giudice Giancarlo Caselli, procuratore capo antimafia a Palermo dal 1993 al 1999 e ora procuratore capo della Repubblica a Torino, ricostruisce la verita’ giuridica e giudiziaria ricordando i documenti ufficiali.

Al capezzale della Repubblica – seconda parte

Al capezzale della Repubblica – terza parte

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Sergio Romano, ambasciatore della barbarie

15 novembre 2009
sergio_romano

Sergio Romano, uno dei tanti cattivi maestri della Repubblica

Le dichiarazioni del sottosegretario Giovanardi sulla vicenda di Stefano Cucchi – vicenda inquietante ma assai piu’ “normale” di quanto si pensi nel panorama della giustizia e delle carceri in Italia – sono state additate come il segno piu’ recente e vistoso dell’incivilta’, dell’ignoranza e della disumanita’ della classe dirigente del paese. Difficile immaginare parole piu’ insultanti per chi le pensa e le pronuncia, difficile immaginare che quelle parole possano essere superate sulla strada dell’indecenza, anche considerando i dettagli agghiaccianti che stanno emergendo.

Ma in Italia niente e’ impossibile e la realta’ e’ sempre piu’ prolifica della fantasia e dell’immaginazione. Sergio Romano, ex ambasciatore, editorialista del Corriere della Sera, opinionista, scrittore, pensatore che passa tra i piu’ raffinati e colti, ci ha offerto sabato scorso, dalle colonne del principale quotidiano italiano, l’esempio piu’ rappresentativo di quella realta’ che supera la fantasia. Sul caso Cucchi, Romano scrive:

Il caso del giovane Cucchi ha suscitato gravi sospetti sul comportamento delle forze di polizia e dei medici. È giusto che l’opinione pubblica ne sia preoccupata e che la ma­gistratura indaghi. Ed è giusto che i giornali abbiano dato spazio alle voci di quanti sono indignati dalla possibilità di atteggiamenti repressivi o ne­gligenti. Ma questo coro di proteste e accuse ha avuto l’ef­fetto di oscurare un aspetto della vicenda non meno im­portante. Commossi dalla morte di Stefano Cucchi, ab­biamo dimenticato che ogni persona è responsabile della propria vita ed è inevitabil­mente destinata a raccogliere i frutti delle proprie scelte. Non ne sono sorpreso. La rea­zione al caso Cucchi è quella che si è progressivamente dif­fusa ormai da parecchi anni si­no a diventare, col passare del tempo, «corretta». La morte della vittima ne cancella le re­sponsabilità; e tanto meglio se la colpa può essere imputa­ta allo Stato e alle sue istituzio­ni. Il caso del ragazzo Giuliani ucciso a Genova durante la manifestazione del G8 nel­­l’estate del 2001 è probabil­mente l’esempio più clamoro­so di questa nuova regola so­ciale.
A me sembra che tale rego­la — la vittima è sempre inno­cente — renda un pessimo ser­vizio ai nostri figli e nipoti. Se continueremo su questa stra­da li convinceremo che non sono responsabili di se stessi, che non hanno il dovere mora­le di pesare attentamente le lo­ro azioni. Educheremo genera­zioni di ragazzi che oscillano fra l’autocompatimento e la frustrazione. Non avrei usato le parole di Carlo Giovanardi, ma credo che il suo intervento «scorretto» abbia avuto il me­rito di ricordare ciò che troppi hanno dimenticato.

Parole indegne quelle di Romano, ingiustificabili, che cozzano contro i principi fondamentali, le basi stesse della civilta’ umana, costruiti quei principi e quelle basi con il sacrificio, la sofferenza, il sangue, la vita di miliardi di esseri umani nel corso dei millenni. Non ci sono davvero parole che possano esprimere tutto il raccapriccio e lo sdegno civile per questa lezione d’incivilta’ e di morte offerta da Sergio Romano come risposta ai lettori del Corriere. Quanta tristezza ambasciatore Romano! Quanta tristezza nella mente raffinata, erudita, che dimentica la ragione stessa del vivere insieme, le fondamenta della Repubblica, le sue pietre piu’ importanti, che sostengono tutto l’edificio, la Vita, la Liberta’ e il perseguimento della Felicità. Quanta tristezza per questa povera patria, la barbarie viene addirittura stampata sulle colonne del principale quotidiano del paese, nel tentativo di legittimarla, razionalizzarla. L’ambasciatore Romano normalizza l’impensabile, come se Hannah Arendt non ci avesse mai detto nulla sulla banalita’ del male. Povera patria, ridotta dai cattivi maestri non al sonno ma al coma profondo della ragione.


Primarie PD: schizzofrenia mediatica e trasformismo preventivo contro Marino

12 ottobre 2009

primarie

Continua l’ostracismo dei mezzi d’informazione contro il terzo candidato alla segreteria del Partito Democratico; per la stampa e la televisione, salvo rarissime eccezioni, Ignazio Marino è da ignorare o da relegare al tema della laicità. Sembra inficiato da schizzofrenia il commento di Sergio Romano sul Corriere della Sera:

“I bisticci al vertice fra i tre candidati possono sembrare, a prima vista, un ulteriore sintomo di confusione e malessere. Ma il duello tra Bersani e Franceschini ha il merito di essere uno scontro alla luce del sole, molto più interessante e sostanzialmente democratico delle due grandi elezioni primarie della sinistra negli scorsi anni.”

Per Romano, il sole evidentemente non è abbastanza brillante da illuminare anche il terzo contendente. Anche Eugenio Scalfari, qualche settimana fa’, si era dimenticato di citare Ignazio Marino in uno dei suoi chilometrici editoriali su Repubblica. Come i ladri di Pisa, anche la maggior parte dei commentatori della “libera stampa” litiga su tutto meno sull’essenziale.

Si dirà che la vera sfida è tra Bersani e Franceschini e quindi è inutile perdere tempo con Marino, che non ha alcuna chance di vincere. Ma qual è il ruolo della libera stampa, informare e rispettare i fatti o sostituirsi al popolo sovrano? In Italia, la risposta sembra ovvia.

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Abbiamo notato in queste settimane troppo disfattismo tra alcuni di coloro che – almeno a parole – sostengono la mozione Marino. Convinti che Bersani sia già il nuovo segretario del PD, costoro si sono arresi prima di combattere, forse anche per non bruciarsi i ponti con i compagni di partito che sostengono il presunto vincitore. Una sorta di trasformismo preventivo. Non molto corretto nei confronti dei tanti attivisti che si stanno spendendo per far conoscere la straordinaria portata innovativa della mozione Marino; quasi un tradimento verso i milioni di cittadini italiani che vedono nella mozione Marino l’unica speranza non solo per il PD ma per la Repubblica. Le regole in democrazia sono sostanza, non forma; e in quelle regole bisogna crederci.