La Vita, la Libertà, e il perseguimento della Felicità. Alcune considerazioni sull’omofobia

2 novembre 2009

L'Homomonument di Amsterdam

Salite in prima linea Fuoco sugli uomini che fanno sesso con gli uomini dal di dietro Sparate ai gay e alle lesbiche, la mia grossa pistola fa bang Bang Bang! [come in un colpo di pistola] i gay e le lesbiche vanno ammazzati Ai sodomiti e i batty boy, io dico: a morte! Non mi fido di Babilonia nemmeno per un secondo Io vado a sparare ai gay e alle lesbiche con le armi (Sizzla)

Non voglio parlare di Sizzla in questa sede ma, partendo da questo caso concreto, vorrei proporre alcune riflessioni generali.

E’ giusto impedire al cantante Sizzla di tenere il suo concerto a Bologna il 12 novembre o rischiamo d’introdurre nel nostro ordinamento il reato d’opinione? La liberta’ di espressione tutela innanzitutto le opinioni con cui non siamo d’accordo; anche Mussolini, Hitler e Stalin difendevano la libertà d’espressione delle opinioni con cui erano d’accordo. Ma possiamo invocare la liberta’ d’espressione nel caso di chi incita all’assassinio di massa? Perche’ di questo si tratta, di incitamento all’odio e alla violenza, di minaccie contro il bene supremo, la vita, contro una categoria di persone.

La legge gia’ prevede il reato di minaccia, che e’ un reato di pericolo in quanto ai fini della consumazione non è necessario che il bene tutelato sia effettivamente leso, ma è sufficiente che la condotta posta in essere dal reo sia idonea a determinare la coazione del soggetto che la subisce. Perche’ l’Ordinamento prevede questo reato? Ci troviamo forse di fronte a una contraddizione con il principio di liberta’, nella forma della liberta’ d’espressione? Sul tema i giuristi potrebbero intervenire assai meglio di quanto io non riesca a fare qui in queste poche righe, cosi’ come i filosofi potrebbero assai meglio di me illustrare quello che viene chiamato “paradosso della liberta’”. Di questo paradosso e dell’altro ad esso collegato, il “paradosso della tolleranza”, parla Karl Popper in La societa’ aperta e i suoi nemici.

Ma torniamo a chi canta, “Io vado a sparare ai gay e alle lesbiche con le armi”. Se quelle minacce, i deliri di cui canta Sizzla, fossero rivolte contro i nostri fratelli ebrei, si lascerebbe un cantante esibirsi in un concerto dove si inneggi allo sterminio nazista e si inviti alla persecuzione e all’assassinio degli ebrei?

Se dopo ogni strage di mafia ci fosse qualcuno che volesse organizzare un concerto per celebrare quelle stragi e invitare a compierne altre, si invocherebbe la liberta’ d’espressione?

Gli omosessuali vengono perseguitati da secoli. Per 500 anni la maledettissima Santa Inquisizione li ha torturati, impalati e bruciati vivi sui roghi. Hitler li ha rinchiusi nei campi di concentramento, costretti ai lavori forzati, agli esperimenti di medici maledetti al servizio del male, torturati e assassinati a causa dell’ignoranza e della superstizione degli aguzzini. In quei lager morirono almeno 100 mila uomini con il triangolo rosa. Ad Amsterdam, a Parigi e in altri luoghi ci sono monumenti che ricordano le vittime di questo genocidio che in Italia ancora passa in silenzio, anche nelle scuole, anche nell’informazione. Ma ogni omosessuale il suo monumento lo costudisce nella parte piu’ intima della sua anima; non c’e’ nessun membro della comunita’ lgbt che non abbia avuto esperienza, diretta o indiretta, della violenza omofoba e della paura che a quella violenza e’ legata.

Gli omosessuali sono stati perseguitati con la pena di morte e il carcere da moltissimi stati e solo di recente, solo qualche decennio fa’, si e’ decriminalizzata l’omosessualita’ in molti di quegli stati, compresi alcuni stati europei come la Germania e il Regno Unito. Solo pochi anni fa’ l’omosessualita’ e’ stata legalizzata in alcuni stati degli Stati Uniti, soprattutto in seguito all’intervento della Corte Suprema. Oggi nel mondo in 80 paesi l’omosessualità è ancora illegale e in cinque o sei di questi paesi è punita con la morte.

Le discriminazioni contro omosessuali, lesbiche e transessuali sono quotidiane e non fanno notizia; dalla scuola ai luoghi di lavoro, dai media all’intrattenimento, dalla politica alla religione, dalla legge alla morale comune. L’odio omofobo continua a uccidere, anche nei paesi di tradizione liberal-democratica. Qui nel Regno Unito gli omicidi e le aggressioni contro gli omosessuali sono molto frequenti; qualche settimana fa’ l’ultimo linciaggio di un gay nel pieno centro di Londra.

Pochi giorni fa’ il Presidente degli Stati Uniti Obama ha firmato la legge che espande la definizione di crimini d’odio agli atti violenti commessi a causa dell’orientamento sessuale della vittima. “Perche’ nessuno in America dovrebbe piu’ avere paura di camminare per strada tenendo per mano la persona che ama” ha detto Obama “… dobbiamo opporci ai crimini che intendono non solo rompere le ossa, ma rompere gli spiriti – non solo infliggere dolore fisico ma instillare paura”.

Appartengo a quella scuola di pensiero che preferisce prevenire che punire e che sottolinea le responsabilita’ della societa’ anche quando vengono commessi reati da parte di singoli. La responsabilita’ penale e’ personale, ovviamente; e tuttavia c’e’ una responsabilita’ della societa’ che obbliga quella societa’ a mettere in essere quegli accorgimenti e quelle riforme che sole possono garantire una civile convivenza; in questi casi parliamo di buon governo.

L’omofobia, lo vediamo tutti dalla cronaca, e’ assai presente nella nostra societa’ e spesso si manifesta in atti violenti. Da dove nascono quegli atti? Perche’? Come prevenirli? La societa’ dovrebbe tutelare ogni singolo cittadino e i suoi diritti. La Dichiarazione d’indipendenza degli Stati Uniti puo’ esserci utile: “Noi riteniamo che sono per se stesse evidenti queste verità: che tutti gli uomini sono creati eguali; che essi sono dal Creatore dotati di certi inalienabili diritti, che tra questi diritti sono la Vita, la Libertà, e il perseguimento della Felicità”.

Io non posso tollerare l’opinione che mi vuole sopprimere. Puo’ la Repubblica?


Camminare mano nella mano

29 ottobre 2009

omofobia

Ieri il presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, ha firmato la legge che espande la definizione di crimini d’odio agli atti violenti commessi a causa dell’orientamento sessuale della vittima. “Perche’ nessuno in America dovrebbe piu’ avere paura di camminare per strada tenendo per mano la persona che ama” ha detto Obama.

Pochi giorni fa’ il Parlamento italiano – su istigazione di quei vecchi ipocriti e psicopatici del Vaticano (una banca piu’ che uno stato, che si regge sulla simonia, sul furto millenario e sulla superstizione) – ha affossato una legge simile. Da noi la paura è benedetta e gli assassini possono sempre contare sul perdono di Santa Romana Chiesa. Il catechismo è stato insegnato anche ai mafiosi.


Furio Colombo e “l’atteggiamento omertoso della corporazione giornalistica italiana”

10 ottobre 2009
Furio Colombo

Furio Colombo

A proposito del Nobel per la Pace a Obama, Furio Colombo scrive un interessante articolo sul nuovo quotidiano il Fatto. Purtroppo però riesce a inserire nell’articolo uno dei suoi, ormai famosi, strafalcioni:

Questo perchè non ha attraversato il mondo quando il Nobel per la Pace era toccato a Kissinger e a Le Duc Toh per la fine della guerra in Vietnam. O a Begin e Arafat per l’accordo di pace Israele-Palestina, mai consumato.

Controllando sul sito ufficiale del Nobel per la Pace, si scopre che in realtà l’importante riconoscimento fu assegnato nel 1978 a Anwar al-Sadat e Menachem Begin e nel 1994 a Yasser Arafat, Shimon Peres, Yitzhak Rabin.

Difficile davvero spiegare tanta confusione da parte dell’illustre giornalista italiano, per di piu’ su un tema cosí importante, il conflitto mediorientale. Un semplice controllo delle fonti, reso facilissimo dalla Rete, avrebbe evitato a Colombo l’ennesima figuraccia. Ma chi è che non fa errori? Sbagliare è umano e non c’è nulla di male, a patto però che si tenga presente il famoso adagio latino, errare humanum est, perseverare autem diabolicum. E Colombo sembra davvero perseverare.

Il giornalista americano Wolfgang M. Achtner, nel suo libro Penne, Antenne e Quarto Potere, pubblicato nel 1996 da Baldini e Castoldi con una prefazione di Giorgio Bocca, dedica a Furio Colombo quasi cinque intere pagine (da p. 47 a p. 51) per raccontare le avventure davvero rocambolesche del famoso giornalista italiano e del suo macroscopico conflitto d’interessi negli anni in cui era commentatore da New York per la Stampa (di proprietà della FIAT) e per la RAI e allo stesso tempo figurava sul libro paga della società della famiglia Agnelli come presidente di FIAT USA. Scrive Achtner:

“E’ senz’altro sorprendente che lo stesso Colombo, che pure in Italia viene considerato un giornalista tra i piu’ prestigiosi e, soprattutto, un fine conoscitore del giornalismo americano, non abbia egli stesso avvertito l’insostenibilità di una tale situazione”

Achtner riporta il lavoro di due giornalisti americani, Samantha Conti e Anthony Shugaar, su come Furio Colombo ottenne la cattedra di Giornalismo Internazionale alla prestigiosa Columbia University di New York nel giugno del 1991:

Contrariamente a quanto lasciato intendere dalla Columbia University e da Furio Colombo, apparirebbe che questa cattedra non fosse stata assegnata al giornalista italiano in riconoscimento di titoli particolari. Secondo quanto dichiarato dai professori Garland e Rothmeyer, la cattedra fu istituita in seguito a un lascito della Banca San Paolo di Torino, a condizione che la stessa venisse assegnata allo stesso Colombo. Entrambi i professori americani sostengono che, oltre a quella di Colombo, non vennero prese in considerazione altre candidature.  Nell’articolo di Samantha Conti, questa versione dei fatti vine confermata da due alti dirigenti della banca torinese. Secondo quanto affermato da Giorgio Agagliati, capo della sezione cultura dell’ufficio stampa della Banca San Paolo, fu lo stesso Colombo a suggerire che il lascito di 1,8 milioni di dollari per la cattedra venisse aggiunto a una precedente donazione di 17,5 milioni di dollari del governo italiano. I fondi donati dal governo italiano dovevano servire per il restauro della “Casa Italiana”, alla Columbia University, e per aprire la “Italian Academy for Advanced Studies in America”, una scuola di specializzazione per laureati. E, secondo quanto dichiarato da Luisella Giorda, capo dell’ufficio relazioni estere della Banca San Paolo, “era un desiderio di Furio Colombo che istituissimo questa cattedra di giornalismo internazionale”.

Chiosa Achtner: “Chiunque ignori l’atteggiamento omertoso della corporazione giornalistica italiana potrebbe trovare strano che nessuno degli inviati negli Stati Uniti abbia mai scritto un articolo su questo caso”.

Riportando una serie di strafalcioni imbarazzanti di Furio Colombo, Achtner torna sul tema con cui abbiamo aperto questo articolo, cioè il controllo delle fonti:

per quanto riguarda la sua attività giornalistica appare evidente che Furio Colombo, come gran parte dei giornalisti italiani, trova il controllo delle fonti nel completamento di un articolo un’attività del tutto superflua.

Davvero dispiace trovare i vecchi vizi del giornalismo italiano nel nuovo quotidiano il Fatto; i cittadini meriterebbero sicuramente di meglio.

Infine è da notare che il giornalista Furio Colombo è anche il deputato Furio Colombo, nominato dal Partito Democratico alla Camera dei Deputati. Ricordiamo quando, qualche anno fa’, Indro Montanelli rifiutò la nomina di Senatore a vita, offertagli dall’allora Presidente della Repubblica Cossiga. “Poi m’avrebbe creato dei vincoli di riconoscenza che avrebbero limitato le mie libertà” spiegò Montanelli nel libro Soltanto un giornalista, una raccolta di conversazioni con Tiziana Abate, pubblicato da Rizzoli nel 2003.

Ecco, sogniamo un paese dove i giornalisti fanno i giornalisti, i politici fanno i politici, gli imprenditori fanno gli imprenditori, i magistrati fanno i magistrati, gli artisti fanno gli artisti… ma la realtà è quella di un paese dove il moralismo perbenista si eccita solo per additare le veline, l’anello piu’ appariscente ma anche quello piu’ debole e sicuramente non il piu’ dannoso della catena corporativa e omertosa tricolore. Gli italiani hanno molti difetti ma non sono stupidi e riescono ad avvertire l’ipocrisia di coloro che parlano di conflitto d’interessi solo quando il conflitto è dall’altra parte. Forse anche per questo, e non solo per le sue televisioni, ci sono tanti italiani che ancora votano per Berlusconi.


Il Bananiero Capo, la paralisi del PD e il Nobel per la Pace a Obama

9 ottobre 2009
lo stile italiano nel mondo

lo stile italiano nel mondo

Dimissioni si, dimissioni no, dimissioni boh. Antonio Di Pietro vuole organizzare “una manifestazione di piazza per chiedere che si vada alle urne. In questo l’Italia dei valori e’ sola perche’ l’opposizione c’e’ chi la fa e chi la dice e non la fa”. Per una volta, il Partito Democratico ha stupito per la sua prontezza e unanimità; l’inchiostro della sentenza della Corte Costituzionale sul lodo Alfano non si era ancora asciugato e il politburo del PD già assicurava il Bananiero Capo ad andare avanti. Massimo D’Alema – ma con lui tutto il PD – è stato perentorio: “E’ sbagliato trarre conseguenze politiche. I governi cadono se manca la maggioranza, non per una sentenza”.

Se l’apprendista stregone D’Alema, già Presidente del Consiglio dei ministri e ministro degli esteri, leggesse i giornali stranieri e chiedesse ai suoi colleghi europei, forse anche lui capirebbe l’ovvio; nelle democrazie liberali e’ prassi che il politico che ricopre cariche istituzionali (specialmente un primo ministro!) si dimetta quando ha guai con la giustizia.

In Italia si fa una grande confusione tra piano politico-istituzionale e piano giudiziario ma in quelle democrazie liberali, a cui – seppur faticosamente – il nostro paese dovra’ pur guardare, i due piani sono distinti e a nessun politico (tantomeno a un primo ministro) passerebbe per la testa rimanere al suo posto mentre ha procedimenti giudiziari gravi in corso.

Il Partito Democratico fa finta di non capire, gira la testa, chiude gli occhi; terrorizzato di tornare alle urne, il PD – ancora una volta – dimostra di avere piu’ a cuore la sua pancia che il bene della Repubblica. Si moltiplicano intanto gli attacchi ad Antonio Di Pietro e a chiunque parli di dimissioni del Bananiero Capo.

I mezzi d’informazione italiani simularono scalpore quando, un anno fa’, i giornalisti trovarono, nel materiale fornito loro dalla Casa Bianca, una biografia del Bananiero dove si leggeva: “Il premier italiano è stato uno dei più controversi leader nella storia di un paese conosciuto per corruzione governativa e vizio”.

Se i media italiani – partecipi della “corruzione” e del “vizio” di un sistema corporativo omertoso che nulla ha a che fare con una democrazia liberale – fossero appena un po’ onesti, potrebbero facilmente spiegare all’opinione pubblica che l’Italia è famosa nel mondo per la sua corruzione. Ma c’è un limite a tutto. Ieri il Times di Londra dedicava alla Repubblica delle Banane il suo editoriale principale: “Berlusconi ha portato vergogna su se stesso e il suo paese con le sue azioni sessuali e con i tentativi di evadere i processi. Egli deve ora dimettersi”. Dall’altra parte dell’Atlantico, il New York Times scriveva: “L’era Berlusconi è durata troppo…”

La Repubblica delle Banane è ostaggio di un caudillo senza scrupoli che “scese in campo” per difendere il suo impero CONTRO la legge. L’opposizione democratica è lasciata a partiti minori mentre il PD è allo sbando. La memoria, anche quella recente, non è tra le qualità pubbliche del nostro paese; si leggeva appena qualche mese fa’ sulla Stampa:

Sostiene Piergiorgio Corbetta, dell’Istituto Cattaneo, che il Pd ha perso un terzo del suo elettorato, più di quattro milioni di voti. E dov’è finito tutto questo tesoretto? «Oltre la metà si è astenuto – spiega sempre Natale -. Circa 800 mila voti sono andati a Di Pietro, mentre il resto è tornato alla sinistra estrema e al partito radicale: questa volta la campagna per il voto utile non è servita».

Cosa farebbe il Partito Democratico che non c’è? Tornerebbe a fare politica e userebbe gli strumenti che la Costituzione repubblicana gli mette a disposizione; presenterebbe in Parlamento una mozione di sfiducia contro il governo del Bananiero, possibilmente insieme alle altre forze dell’opposizione; cercherebbe di riportare il Parlamento al centro della vita pubblica della Repubblica e invece di continuare a lottizzare la RAI e apparire in televisione, denuncerebbe quella televisione e il suo potere eversivo contro le istituzioni repubblicane.

Ma il Partito Democratico che c’è è paralizzato, la sua classe dirigente intenzionata a perdere altri milioni di cittadini elettori e a lasciare l’opposizione a Di Pietro e le sorti della Repubblica al Bananiero Capo pur di salvare il proprio orticello insieme alle chiappe, ben salde sulle comode poltrone del potere. E anche questa volta l’Italia si chiama fuori da quell’onda democratica di cambiamento che ha portato Obama prima alla Casa Bianca e oggi al Nobel per la pace.

A noi, sudditi italiani, non ci rimane che il vecchio adagio: chi è causa del suo mal, pianga se stesso

P.S. L’Unità intervista Giorgio Bocca:

Non dimentichiamo la sinistra…
«Pelandrona e inconcludente. Di fronte a quanto sta avvenendo non ci si può limitare a dire che Berlusconi deve continuare a governare».


Lettera aperta al Senatore Ignazio Marino: Via dall’Afghanistan

7 ottobre 2009

Caro Senatore Marino,

nonostante la propaganda, continua l’opposizione democratica contro le guerre di Bush, ereditate da Obama. Qui nel Regno Unito, dopo il sondaggio dell’anno scorso della BBC e qualche settimana fa’ un altro sondaggio dell’Independent, oggi un nuovo sondaggio della BBC: la maggioranza dei cittadini britannici si oppone alla guerra in Afghanistan.

Gia’ l’anno scorso, il piu’ alto ufficiale dell’esercito britannico avvertiva che quella guerra non puo’ essere vinta.

L’Italia è in guerra ma nel paese non c’è dibattito. Come dicevamo ieri, l’Europa appare lontana, il mondo non c’interessa, l’Italietta autarchica e ignorante s’inorgoglisce del suo razzismo quando respinge uomini, donne e bambini all’inferno, magari con l’aiuto dell’amico ritrovato, Gheddafi. E mentre un criminale continua a essere il capo del governo, in Europa e nel resto del mondo si preferisce dimenticare la Repubblica delle Banane.

La politica e l’informazione continuano a bombardare i cittadini italiani con slogan – ‘non ci si puo’ ritirare dall’Afghanistan’ – senza presentare le informazioni e i dati che permetterebbero una discussione razionale e non ideologica; le opinioni di coloro che credono che quella guerra sia moralmente sbagliata e realisticamente impossibile da vincere sono tenute lontane dai cittadini che non hanno il diritto di sapere mentre i soliti spin doctors vengono ospitati da giornali e TV. In questo modo, al paese del melodramma non resta che riversare fiumi di retorica e lacrime da coccodrillo quando le tragedie annunciate puntualmente si verificano, come è successo poche settimane fa’ quando i militari italiani, in guerra in Afghanistan contro la Costituzione della Repubblica, sono caduti vittime di quella guerra.

La Repubblica ha bisogno di politici e giornalisti non solo onesti ma coraggiosi e capaci di dire la verità ai cittadini italiani. Caro Senatore, abbiamo letto la sua intervista pubblicata dal Manifesto il 19 settembre [scarica PDF] e ne abbiamo apprezzato i toni e l’apertura al dialogo. Abbiamo anche apprezzato quando, all’indomani della morte dei militari in Afghanistan, lei ha richiamato la Costituzione Repubblicana: “L’articolo 11 della Costituzione è chiaro: l’Italia non partecipa a guerre”.

Non ci sono dubbi che l’Italia sia in guerra in Afghanistan, una guerra lunga ormai otto anni e iniziata, come la guerra in Iraq, con motivazioni pretestuose e bugie. Non c’è nulla di peggio che mentire ai cittadini di una Repubblica democratica in tema di guerra e pace e chiamare poi quei cittadini a servire quella Repubblica dando la propria vita. I cittadini italiani, a cominciare dai militari che stanno combattendo la guerra in Afghanistan, meritano almeno che sia loro detta la verità.

Caro Senatore, da medico lei ha spesso dimostrato compassione per chi soffre, anche durante il c.d. caso Englaro e ha avuto il coraggio e l’intelligenza politica di farsi forte di quella compassione nella sua azione politica. La compassione, la caritas cristiana, il vero insegnamento di Cristo – non fare ad altri cio’ che non si vuole sia fatto a noi – deve informare le nostre azioni, specialmente le azioni dei cittadini che sono chiamati a servire la Repubblica. E lo diciamo da laici convinti, o “laicisti”, come vorrebbero alcuni, cioè laici che non stanno zitti.

Come scrivevamo sul nostro blog – Il patriottismo, la sofferenza e le Frecce Tricolori – la voce della ragione è risuonata piu’ volte durante i funerali dei militari italiani caduti in Afghanistan e come la voce del bambino che vede il re nudo, ha rotto l’incantesimo dell’ipocrisia.

Per questi motivi e perché, convinti che lei sia l’unico candidato credibile alla segreteria del PD, ci auguriamo e auguriamo al paese che i cittadini italiani la sostengano e la votino alle primarie del 25 ottobre, le scriviamo questa lettera aperta; dia voce e corpo alla Costituzione della Repubblica: “L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali…”

Cordialmente,

Gabriele Zamparini – iscritto PD, Londra

Lorenzo Meccoli – Londra


Obama nei guai

23 agosto 2009

Obama nei guai con la lobby israeliana

Jewish groups accuse Obama of promoting ‘ethnic cleansing’

Pro-Israel lobby says White House demands over settlements should be viewed as anti-semitic and a danger to security

Chris McGreal in Washington

guardian.co.uk, Sunday 23 August 2009 14.19 BST

Cosa farà Obama? Sarà la lobby capace di sabotare le politiche di Obama per il Medio Oriente? Si cercherà ancora di cercare una soluzione razionale e rispettosa del diritto internazionale e delle risoluzioni ONU?

E da Repubblica crisi diplomatica Israele – Svezia per denuncia del piu’ prestigioso giornale svedese

Scoppia una crisi diplomatica fra i due stati e dalle autorità dello stato ebraico
parte l’accusa di:”Razzismo biondo” e parte una petizione online per boicottare Ikea

Il più prestigioso giornale svedese accusa Israele
“I suoi soldati rubano organi ai palestinesi uccisi”