Canto di Natale: lettera aperta a Ignazio Marino

19 dicembre 2009

Caro Senatore Ignazio Marino,

Ho appena strappato la tessera del Partito Democratico, tessera che avevo preso la scorsa estate per sostenere la sua candidatura alla segreteria del partito. Il dissenso con le ultime dichiarazioni di Massimo D’Alema non mi consente di restare all’interno del PD un minuto di piu’. La classica goccia che fa traboccare il vaso, come si dice.

Per giustificare la sua linea politica, D’Alema ha ricordato Togliatti e l’articolo 7 della Costituzione, quello che accoglie i Patti Lateranensi di Mussolini all’interno della Carta repubblicana. A voler prendere le dichiarazioni di D’Alema seriamente, basterebbe ricordare le parole di Piero Calamandrei che nel 1947 scrisse che quei Patti Lateranensi “sono in contrasto (anche i ciechi lo vedono) colla costituzione della Repubblica”, e che quella “capitolazione” fu il risultato del “voltafaccia” dei comunisti.

Per prendere le dichiarazioni di Massimo D’Alema seriamente però si dovrebbe ignorare la storia di questi ultimi quindici anni, una storia tormentata ma che non puo’ essere ignorata. Gia’ nel 2001 l’economista Paolo Sylos Labini scriveva a proposito della Bicamerale (1997-1998) presieduta da D’Alema:

La legittimazione politica scattò automaticamente quando fu varata la Bicamerale: non era possibile combattere Berlusconi avendolo come partner per riformare, niente meno, che la Costituzione, con l’aggravante che l’agenda fu surrettiziamente allargata includendo la riforma della giustizia, all’inizio non prevista. E la responsabilità dei leader dei Ds è gravissima.

Qualche giorno fa’ il britannico Guardian – non un foglio bolscevico, esattamente – scriveva a proposito di Berlusconi: “i leader mondiali dovrebbero iniziare a prendere le distanze da un uomo come questo”. E tuttavia sarebbe ingeneroso e disonesto addossare la responsabilità politica per le drammatiche condizioni in cui versa oggi l’Italia solamente all’attuale capo del governo. In questi ultimi, tormentatissimi quindici anni, Massimo D’Alema è stato l’alleato principale di Silvio Berlusconi; dalla (fallita) Bicamerale alla (fallita) scalata alle vette della diplomazia europea, i due nemici inseparabili, di fallimento in fallimento, hanno lasciato dietro di se’ solo macerie.

So che all’interno del PD ci sono moltissime cittadine e cittadini moralmente e intellettualmente onesti, capaci e di buona volontà. Sono convinto che queste persone siano la stragrande maggioranza, sia tra gli iscritti sia tra i dirigenti del partito. Ma al punto in cui si è arrivati – e nel partito e nel paese – restare all’interno del Partito Democratico significherebbe regalare un’immeritata foglia di fico a chi condivide le pesanti responsabilità politiche per la morte della Repubblica.

Mentre le scrivo, sto leggendo sulla stampa che ci sarebbero forti polemiche all’interno del PD per le dichiarazioni di D’Alema (e di Latorre). Lo spettacolo non è certo edificante e le polemiche sono ormai davvero stanche e inutili e riflettono solo l’eutanasia del partito che avrebbe voluto essere democratico. Scriveva Bertrand Russell un secolo fa’, “Il nocciolo dell’atteggiamento scientifico sta nel rifiuto di considerare i nostri desideri, gusti e interessi come la chiave per la comprensione del mondo”. Da uomo di scienza, non le sfuggirà l’importanza del metodo scientifico, anche in politica.

Le faccio i migliori auguri per il Natale e per il nuovo anno e chiudo questa lettera con le parole con cui Piero Calamandrei chiudeva quel suo articolo. Lo spirito del Natale passato.

Il realismo degli «ultimi mohicani»

Difficile dunque dire quale parte sia stata vittoriosa. Ma forse la vera sconfitta è stata, insieme colla sovranità italiana, la democrazia parlamentare.

Alla base della democrazia e del sistema parlamentare sta un principio di lealtà e di buona fede: le discussioni devono servire a difendere le proprie opinioni e a farle prevalere con argomenti scoperti, e i voti devono essere espressione di convinzioni maturate attraverso i pubblici dibattiti. Quando i voti si danno non più per fedeltà alle proprie opinioni, ma per calcoli di corridoio in contrasto colla propria coscienza, il sistema parlamentare degenera in parlamentarismo e la democrazia è in pericolo.

Proprio per questo il voto sull’art. 7 lasciò alla fine, in tutti i sinceri amici della democrazia, un senso di disagio e di mortificazione. L’on. Togliatti, in un articolo dedicato al partito di azione (sull’«Unità» del 2 aprile), ha espresso l’opinione che la fondamentale debolezza di questi «ultimi mohicani» consista nella mancanza del «senso delle cose reali, che dovrebbe invece essere ed è la qualità prima di chi vuole impostare e dirigere un’azione politica». Ma quali sono le «cose reali?». Qualcuno pensa che anche certe forze sentimentali e morali, che hanno sempre diretto e sempre dirigeranno gli atti degli uomini migliori, come potrebb’essere la lealtà, la fedeltà a certi principi, la coerenza, il rispetto della parola data e così via, siano «cose reali» di cui il politico deve tener conto se non vuole, a lunga scadenza, ingannarsi nei suoi calcoli.

Potrebbe darsi che i comunisti, quando hanno compiuto con estremo virtuosismo quell’abilissimo esercizio di acrobazia parlamentare che è stato il voto sull’art. 7, non abbiano calcolato abbastanza l’impressione di disorientamento e di delusione ch’esso avrebbe prodotto sulla coscienza del popolo ingenuo, che continua a credere nella democrazia. E non abbiano pensato che anche la delusione e il disgusto sono stati d’animo idonei a produrre nel mondo certe conseguenze pratiche, dei quali il politico, se non vuole andare incontro ad acerbi disinganni, deve tener conto come di «cose reali». [da: ART. 7: STORIA QUASI SEGRETA DI UNA DISCUSSIONE E DI UN VOTO, «Il Ponte», anno III, n. 4, aprile 1947]

Molto cordialmente,

Gabriele Zamparini

Londra

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Il No-B-Day e la realpolitik del PD

6 dicembre 2009

No Berlusconi Day, il giorno dopo. Analisi e commenti non mancano, e sono tanto diversi e contrastanti cosi’ come diverse e contrastanti sono state le cifre fornite sulla partecipazione: 90 mila per la Questura di Roma, piu’ di un milione per gli organizzatori. Senza entrare nelle sempre presenti (e sempre inutili) guerre di cifre, nessuna persona di buon senso puo’ negare il grande successo della manifestazione, a cui oggi viene dato grande risalto dai mezzi d’informazione internazionali (con buona pace di RAISET, l’equivalente del Ministero della Verità di Orwell in 1984).

Attaccato il cappello al chiodo, forse accanto al crocifisso, il segretario del PD Bersani oggi dice:

il compito del partito, dice al Tg3, è adesso quello di “mettere in comunicazione” le “energie nuove” viste ieri al No B day.

La presidente del PD, Rosy Bindy, dopo aver detto tutto e il suo contrario nei giorni scorsi, ora parla di “sintesi”:

“A noi tocca costruire una nuova sintesi: non è una concessione all’antipolitica, è necessario un di più di politica”

La “sintesi” e’ una parola chiave, ne scrivevo qualche giorno fa’ in Al capezzale della Repubblica – seconda parte. Nessuna meraviglia sentir parlare di “sintesi” dai massimi dirigenti del PD, quella “sintesi” e’ nel loro DNA culturale, nei loro referenti storici, filosofici, antropologici.

Quello che a me preoccupa pero’ e’ che il maggiore partito d’opposizione sembra non rendersi conto della rivolta che c’e’ nella societa’ (o in larghi settori di quella societa’) o – se si rende conto – mi preoccupa ancora di piu’ il fatto che il PD non stia facendo nulla per governare quella rivolta (e mi chiedo se ne sia capace). Credo l’errore politico principale del PD a proposito del No B Day sia stato quello di aver rinunciato in partenza a governare quella rivolta, rivolta che per essere governata dev’essere prima di tutto capita; l’accento che sovente si mette su Di Pietro, il discorso del cappello, nascondono maldestramente l’imbarazzo di un PD che – almeno per ora – e’ (o a me almeno cosi’ sembra) senza linea politica. Ancora ieri, molti dirigenti del PD – sia quelli presenti alla manifestazione sia quelli rimasti a casa – hanno detto tutto e il suo contrario, le motivazioni per andare al No B Day sono state numerose e fantasiose e a volte contrastanti con le ragioni ufficiali (giuste o sbagliate) dei promotori della manifestazione e si e’ ancora una volta proceduto in ordine sparso. Insomma, quello che resta a me sembra un PD in grandissima confusione, tutto proiettato verso gli accordi per le elezioni regionali, prova generale forse per i desideri sui futuri assetti politici e istituzionali del paese.

Piu’ che l’assenza del PD, in quanto tale, dalla piazza di ieri a me preoccupa l’assenza nel PD di un’analisi seria, chiara, politica del paese, sganciata da logiche di accordi e di spartizioni. Credo che il problema dei problemi nel PD sia quella realpolitik a cui ci ha abituato Massimo D’Alema in questi quindici anni, la realpolitik di una classe dirigente che crede che il crollo del muro di Berlino, la fine delle ideologie, voglia dire fine delle idee. Ancora una volta, ha ragione il senatore Ignazio Marino:

“Non ho mai pensato che le alleanze con l’UDC si debbano fare per vincere le amministrative ed avere un assessore in piu’. Le alleanze si fanno sull’identita’ di valori e di idee: se c’e’, si possono fare, altrimenti no.”

Purtroppo per il paese, il PD è ora guidato da Bersani, D’Alema e la loro realpolitik mentre la piazza di ieri, soltanto la punta dell’iceberg di una rivolta assai piu’ vasta che comprende settori della societa’ molto diversi tra loro, fatica a trovare una rappresentanza all’interno delle istituzioni ed e’ guardata con diffidenza, quando non con aperta ostilità, da parte di chi sa di aver gia’ perso la legittimazione democratica.


La teologia degli uteri e il codice incivile

4 dicembre 2009

Clerico-fascisti allo sbaraglio. I gerarchi del PDL al Senato della Repubblica confessionale delle banane – Gasparri, Quagliariello e Bianconi – vogliono cambiare l’articolo 1 del Codice Civile, che attualmente recita:

Art. 1 Capacità giuridica

La capacità giuridica si acquista dal momento della nascita.

I diritti che la legge riconosce a favore del concepito sono subordinati all’evento della nascita

Da quando esiste il diritto, la capacita’ giuridica si acquista al momento della nascita; per questo si chiama codice civile! Ispirati dalla teologia degli uteri di Santa Romana Chiesa, i gerarchi hanno presentato la proposta voluta da Carlo Casini, presidente del c.d. movimento per la vita e vogliono retrodatare quella capacità giuridica al momento del concepimento. Le conseguenze sono facilmente intuibili: qualsiasi interruzione della gravidanza sara’ considerata un’omicidio e la donna tornerà ad essere quella creatura inferiore di cui si parla nella Bibbia, un’essere peccaminoso sottoposta per volontà di Dio al potere dell’uomo:

“Alla donna disse: moltiplicherò i tuoi dolori e le tue gravidanze: con dolore genererai figli. A tuo marito sarai costretta, ed egli avrà potere su di te.” Genesi 3,16

Commenta il senatore del PD, Ignazio Marino:

“Mettendo sullo stesso piano i diritti della madre e dell’embrione, chi abortisce potrebbe essere accusato di omicidio col risultato di far tornare la piaga delle mammane, degli aborti clandestini. E sulla stessa scia ideologica, un domani si potrebbero sanzionare gli anticoncezionali, puniti come attività tesa ad impedire il concepimento”.

E la senatrice Donatella Poretti, Radicali-Pd:

a quando il carcere per chi masturbandosi uccide spermatozoi?

La donna è sempre stata vista come il nemico principale della Chiesa Cattolica, che di donne ne ha torturate e bruciate sui roghi a milioni in 500 anni di maledettissima Santa Inquisizione, il tribunale dell’infamia operato da domenicani e francescani. Oggi, la Repubblica italiana sta morendo avvelenata da quella Chiesa contro cui il Risorgimento lottò per conquistare, dopo lunghissimi, atroci secoli bui, l’unità d’Italia. L’esito era scontato, una volta introdotti i Patti Lateranensi nella Costituzione della Repubblica, grazie alla “capitolazione”, al “voltafaccia” dei comunisti – come scrisse Piero Calamandrei.

Come scrivevo ieri, e’ impossibile capire la guerra del fondamentalismo cattolico contro l’essere umano, contro le donne, contro le minoranze, contro la scienza, contro il progresso, contro i diritti e le libertà fondamentali, contro il diritto e la legge, contro l’uguaglianza e la liberta’, contro il perseguimento della felicità, senza conoscere la storia di quella Chiesa Cattolica, potere assoluto che ancora oggi non riconosce i diritti umani, la libertà e l’uguaglianza. Senza la conoscenza di quella storia e di quelle idee è impossibile capire perché la Chiesa Cattolica si sia sempre trovata a fianco delle dittature, dei regimi totalitari: a fianco di Mussolini in Italia, di Franco in Spagna, di Pinochet in Cile, a fianco della conquista nazista d’Europa negli anni ‘30 del secolo scorso.

Ma quella storia è assai difficile da conoscere in Italia, immersi come siamo nell’ignoranza di una melassa culturale fatta di bugie sante, falsi profeti e cattivi maestri che dominano le università e i mezzi d’informazione. Il “dibattito” politico e culturale allora ruota attorno al nulla, in un affanno continuo di politicanti e maître à manger interessati solo a giustificare lo status quo, che poi in Italia vuol dire ancien régime.

La Curia di Roma allora viene sempre presentata da quei mezzi d’informazione e da quei maître à manger come la massima autorità morale da ascoltare in religioso silenzio, la guida spirituale, la quintessenza del bene. I cittadini della Repubblica, fin da tenera età, sono costretti al catechismo, al lavaggio del cervello, alla manipolazione delle giovani menti ad opera di vecchi uomini (sempre e solo uomini) vestiti di nero e viola, di porpora e bianco ma sempre luccicanti dell’oro con cui si ricoprono, vecchi uomini che esigono rispetto, si fanno chiamare eminenze, eccellenze, padri santi, aggrappati a testi vetusti, a dogmi, a superstizioni, vecchi uomini che rifiutano la ragione, ignoranti di scienza e ancora piu’ lontani da quel Cristo di cui adorano il cadavere ma di cui hanno da sempre rinunciato al messaggio d’amore. Carnefici e vittime nel contempo del loro stesso oscurantismo, sopravvivono di simonia e lussuria sfrenata per il potere, odiano la vita e vaneggiano di essere Dio in terra. Cantano Santo! Santo! Santo! ma per l’essere umano nutrono solo disprezzo.


Ignazio Marino, Ivan Scalfarotto e Debora Serracchiani aderiscono al No Berlusconi Day

18 novembre 2009

Il senatore Ignazio Marino (PD) e il vicepresidente del PD, Ivan Scalfarotto parteciperanno – entrambi a titolo personale – al No Berlusconi Day del 5 dicembre. Come scrivevo ieri, a me sembra una buona cosa; tra le centinaia di migliaia di cittadini che hanno gia’ aderito alla manifestazione, ci sono sicuramente moltissimi iscritti, simpatizzanti ed elettori del PD.

Dispiace assistere a polemiche pretestuose su chi partecipa e chi no cosi’ come dispiace assistere ancora una volta alla disinformazione da parte dell’informazione, dove c’e’ chi si ostina a dare alla manifestazione paternita’ false. Una “manifestazione di Di Pietro”, scriveva l’editoriale di Europa di ieri. Altri esempi della stessa disinformazione sono raccolti su questo blog.

Repetita iuvant: Il 5 dicembre a Roma ci sarà il No Berlusconi Day, la manifestazione nata dalla Rete e a cui hanno aderito centinaia di migliaia di cittadini, sia in Italia sia all’estero. Altre info QUI e QUI.

Aggiornamenti:

– Anche Debora Serracchiani, europarlamentare e segretario del PD in Friuli Venezia Giulia, aderisce al No Berlusconi Day.

Su Facebook la pagina di Ovadia, Ravera e Colombo che aderiscono al No-B-Day

– Articolo 21 aderisce al No Berlusconi Day: “noi ci saremo perche’ riteniamo importante esserci ovunque si riuniscano cittadine e cittadini che manifestano amore per la legalita’ repubblicana e per i valori racchiusi nella carta costituzionale”


Le mille e una piazza

17 novembre 2009

Iniziamo con l’appuntamento di domani, Mille Piazze:

L’appuntamento è per mercoledì 18 novembre alle ore 18. Da quell’ora, da quel momento, scatterà l’ora X e in Mille Piazze d’Italia i democratici, non solo iscritti e elettori del PD, si ritroveranno, si riuniranno, usciranno dai circoli territoriali, prendendo spunto da un’idea di Pippo Civati, per andare a presidiare gli spazi di norma dedicati alla socialità, in difesa della costituzione, in difesa della legge, in difesa della giustizia. Scenderanno in piazza perchè dopo la lunga fase congressuale è il momento di concentrarsi con il massimo sforzo sulle emergenze del Paese. (continua)

Il 5 dicembre a Roma invece ci sarà il No Berlusconi Day, la manifestazione nata dalla Rete e a cui hanno aderito centinaia di migliaia di cittadini, sia in Italia sia all’estero. Altre info QUI e QUI.

Si legge sulla stampa che ci sarebbe una polemica (l’ennesima) tra Antonio Di Pietro e Pierluigi Bersani a proposito del No Berlusconi Day. Di Pietro partecipera’ alla manifestazione mentre Bersani ha ribadito il no del PD. Io non vedo nulla su cui poter fare polemica: e’ diritto di tutti, anche di Di Pietro, partecipare al No Berlusconi Day ed e’ diritto di tutti, anche del segretario del PD Bersani, non parteciparvi. Sono entrambe scelte politiche, si puo’ essere piu’ d’accordo con Di Pietro oppure con Bersani ma certo Di Pietro non puo’ pretendere di decidere la linea politica del PD.

Il Fatto pochi giorni fa’ ha pubblicato un articolo di Federico Mello dove si racconta la storia di come e’ nata questa manifestazione. Qui potete leggere i nomi di persone e siti Internet che hanno promosso e aderito all’iniziativa. Inoltre tra coloro che hanno aderito fin’ora, oltre ad Antonio Di Pietro, ricordiamo MicroMega, il segretario di Rifondazione Comunista, Ferrero, il PdCI, Alessandro Gilioli e Beppe Grillo. Ma soprattutto l’iniziativa è stata appoggiata sulla Rete da centinaia di migliaia di persone, sono nati i gruppi locali sul territorio e l’appello e’ stato tradotto in dieci lingue.

Aspettando di vedere se questo successo – innegabile, almeno su Internet – riuscira’ a concretizzarsi il 5 dicembre, anche (soprattutto) coloro che non vi parteciperanno ma che si oppongono al governo Berlusconi e’ bene riflettano seriamente senza le solite accuse di populismo e la solita puzza sotto il naso. Non andare al No Berlusconi Day e’ legittimo (ci mancherebbe!) e la scelta di Bersani va rispettata, anche se non la si condivide; cosi’ come il No Berlusconi Day non va ne’ demonizzato ne’ snobbato. Centinaia di migliaia di cittadini che si mobilitano spontaneamente e’ un fatto politico che sarebbe stolto sottovalutare. Come scrive il grande poeta Walt Whitman, Did you, too, O friend, suppose democracy was only for elections, for politics, and for a party name?

AGGIORNAMENTO Mercoledí 18 novembre – Ivan Scalfarotto, vicepresidente del PD, parteciperà il 5 dicembre a titolo personale al No Berlusconi Day. Anche il senatore del PD Ignazio Marino e l’europarlamentare e segretaria del PD in Friuli Venezia Giulia, Debora Serracchiani, hanno aderito alla manifestazione del 5 dicembre.


Giovanardi, il proibizionismo e lo stato di polizia

10 novembre 2009
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Carlo Giovanardi, Sottosegretario di Stato alla Presidenza del Consiglio dei ministri

Il sottosegretario Giovanardi aveva detto che Stefano Cucchi era morto perche’ “anoressico, drogato e sieropositivo”. La famiglia risponde alla commissione del Senato che indaga sull’efficienza in campo sanitario e presieduta dal senatore Ignazio Marino: Stefano Cucchi non era ne’ sieropositivo ne’ anoressico.

Gli sviluppi sulla vicenda Cucchi sono a dir poco inquietanti e mentre aspettiamo che giustizia sia fatta, carita’ cristiana dovrebbe consigliare al cattolico Giovanardi di scusarsi con la famiglia Cucchi e il rispetto verso le istituzioni della Repubblica dovrebbe suggerirgli le dimissioni dal governo.

Giovanardi ha dato il suo nome, insieme all’attuale Presidente della Camera, Gianfranco Fini, alla legge proibizionista sulle droghe, la legge Fini-Giovanardi appunto. Gli osservatori internazionali sono concordi sul fallimento delle politiche proibizioniste in tema di droghe. Invece della psicosi collettiva che sembra bipartisan in queste ore, sarebbe opportuno prendere atto di quella sconfitta e guardare alla realta’ e ai dati oggettivi con il lume della ragione invece che con la superstizione, l’ideologia, il dogma. Dai dibattiti televisivi, si respira aria da caccia alle streghe, da santa inquisizione, da stato di polizia. Le crociate fatte con i test antidroga tra i politici per poi magari estenderli a tutta la popolazione, nelle scuole, negli uffici, stanno trascinando il paese verso la strada sbagliata che porta al precipizio. Il proibizionismo uccide. E cosi’ anche lo stato di polizia.


Afghanistan, la guerra che non si puo’ vincere

8 novembre 2009

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Londra, 8 novembre 2009 – Continua qui nel Regno Unito il dibattito sulla guerra in Afghanistan e dalle prime pagine dei principali quotidiani del paese si leva forte la voce per chiedere il ritiro delle truppe da una guerra vista ormai dalla maggiornaza della popolazione come immorale e impossibile da vincere.

L’ennesimo sondaggio della BBC non lascia dubbi: i 2/3 dei cittadini britannici considera quella guerra “unwinnable” (che non si puo’ vincere) e chiede il ritiro delle truppe dall’Afghanistan. Il dibattito occupa le prime pagine del Guardian/Observer e dell’Independent, i due piu’ prestigiosi quotidiani del paese; l’Independent scende addirittura in campo con un editoriale dal titolo: Perche’ dobbiamo lasciare l’Afghanistan.

Come scrivevamo un mese fa’ in una lettera aperta al senatore Marino, l’Italia è in guerra ma nel paese non c’è dibattito. La televisione italiana, la peggiore del mondo occidentale, è una giungla senza regole, capace solo di creare ad arte polemiche sterili e gridate; la carta stampata, anche quella colta, rincorre la televisione in un patetico circolo vizioso che ha creato un’informazione autoreferenziale, banale, volgare e priva di credibilita’.

L’Italia è in guerra ma guerra e pace sono i grandi assenti nel dibattito politico e civile, salvo poi rientrare insieme alle bare dei soldati uccisi in quelle guerre, salutati questi solo dalla vuota retorica che accompagna le lacrime di coccodrillo di una classe dirigente ignorante e incapace.

Scusate l’intrusione. Ora torniamo tutti a spiare dal buco della serratura delle camere da letto e a guardare il ministro della difesa bestemmiare in diretta TV. Applausi.

Sullo stesso argomento:

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