Ciampi contro Napolitano

23 novembre 2009

Quando lo dicevano Margherita Hack, Antonio Di Pietro, Beppe Grillo, il quotidiano Il Fatto e molti, moltissimi altri ancora, tutti venivano tacciati di populismo, antipolitica, demagogia e accusati di non rispettare le istituzioni e la massima magistratura della Repubblica. Ora è il Presidente emerito della Repubblica, Carlo Azeglio Ciampi, che torna sull’argomento:

“Io non do consigli a nessuno, meno che mai a chi mi ha succeduto al Quirinale. Ma il capo dello Stato, tra i suoi poteri, ha quello della promulgazione. Se una legge non va non si firma. E non si deve usare come argomento che giustifica sempre e comunque la promulgazione che tanto, se il Parlamento riapprova la legge respinta la prima volta, il presidente è poi costretto a firmarla. Intanto non si promulghi la legge in prima lettura: la Costituzione prevede espressamente questa prerogativa presidenziale. La si usi: è un modo per lanciare un segnale forte, a chi vuole alterare le regole, al Parlamento e all’opinione pubblica”.

Una vera e propria critica, durissima anche se garbata, all’attuale Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, che meno di due mesi fa’, a un cittadino che gli aveva chiesto a proposito del c.d. scudo fiscale: “Presidente non firmi, lo faccia per le persone oneste”, cosi’ rispondeva:

“Non firmare non significa niente. Nella Costituzione c’è scritto che il presidente promulga le leggi. Se non firmo oggi il Parlamento vota un’altra volta la stessa legge ed è scritto che a quel punto io sono obbligato a firmare. Questo voi non lo sapete? Se mi dite non firmare, non significa niente”

Tra le leggi controverse firmate dal Presidente Napolitano, oltre allo scudo fiscale ricordiamo il c.d. lodo Alfano, la legge che metteva Silvio Berlusconi al di sopra della legge, puntualmente bocciata dalla Corte Costituzionale.

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L’Italia vista da Marte

21 ottobre 2009

2001

Iniziamo dalla farsa dei calzini blu, tempestivamente rilanciata dalla “libera stampa”. Come si sa, in Italia le cose sono sempre gravi ma mai serie. L’opposizione democratica non riesce a fare opposizione e invece di un’azione politica va dietro alle provocazioni del Bananiero Capo e della sua “informazione”; incapace di agire politicamente, il PD si condanna alla re-azione e alla sconfitta perpetua. Sono ormai almeno quindici anni che Silvio Berlusconi recita la sua parte favorita, quella della vittima, e la sceneggiatura e’ sempre la stessa: Chiagne e fotte“. [Lo ha sempre fatto, anche prima di “scendere in campo”, quando e’ riuscito a costruire il suo impero mediatico al di fuori e in molti casi contro la legge.] Quindici anni sono che il centro-sinistra continua a fargli da spalla, condannandosi alla subalternità e lasciando a Berlusconi le luci della ribalta.

Il giudice preso di mira da Canale 5 (una delle TV di proprieta’ di Berlusconi) con una violenza inaudita e indegna di un paese civile e’ il giudice della sentenza sul c.d. lodo Mondadori. I motivi dell’aggressione vanno ricercati in quella sentenza:

MILANO (Reuters) – Secondo il giudice di Milano Raimondo Mesiano, il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi è “corresponsabile della vicenda corruttiva” che negli anni 90 portò il gruppo Mondadori sotto il controllo della Fininvest. E’ quanto si legge nelle motivazioni della sentenza con cui il tribunale civile ha riconosciuto sabato scorso alla Cir di Carlo De Benedetti, che controlla l’Espresso, un risarcimento da 750 milioni di euro a carico della holding della famiglia Berlusconi – che controlla Mondadori, Mediaset, Mediolanum e Milan – per il danno patrimoniale da “perdita di chance” di un giudizio imparziale.

Poco dopo questa sentenza, la Corte Costituzionale ha dichiarato l’illegittimita’ costituzionale del c.d. lodo Alfano, la legge con la quale Berlusconi voleva cosi’ maldestramente sottrarsi alla legge e rendersi immune contro i tanti procedimenti penali a suo carico. Vale sempre la pena ricordare che in qualsiasi paese civile, qualsiasi politico lascerebbe la carica istituzionale e si difenderebbe nelle aule dei tribunali come semplice cittadino; a maggior ragione un primo ministro. Ma, lo sappiamo, l’Italia non e’ un paese civile e quindi da noi le dimissioni spontanee non vanno di moda.

A questo punto, sempre in un paese civile, l’onere graverebbe sul Parlamento; l’Italia e’ una Repubblica parlamentare e il presidente del consiglio dei ministri e’ in carica fin quando il Parlamento concede la fiducia. Ma, ancora una volta, l’Italia non e’ un paese civile perche’ il Parlamento della Repubblica non rappresenta il popolo sovrano, quella sovranita’ essendo stata sospesa con la legge elettorale che prevede non l’elezione dei membri del Parlamento, ma la loro nomina da parte delle gerarchie partitocratiche o di despoti che quei partiti controllano.

Disgraziatamente per la Repubblica, il PD non e’ in grado di fare opposizione usando gli strumenti che la Costituzione mette a disposizione. Quell’opposizione non avviene piu’ in Parlamento ma negli studi televisivi, sulle pagine dei giornali e nelle piazze, appositamente convocate dal partito-quotidiano la Repubblica che riempie il vuoto lasciato dal PD. Si grida molto, si creano polemiche ad arte, le battute furbe e a effetto non mancano mai, soprattutto se volgari, omofobe, misogine, xenofobe e razziste. Un circo, con tanto di pagliacci e fiere. Ma opposizione democratica mai, e all’indomani della sentenza del tribunale civile di Milano sul lodo Mondadori e di quella della Corte Costituzionale sul lodo Alfano, il PD invita il premier a rimanere al suo posto, ad andare avanti; D’Alema da il la: “E’ sbagliato trarre conseguenze politiche. I governi cadono se manca la maggioranza, non per una sentenza”. Ora il PD, vittima della sua paralisi – o, per citare Giorgio Bocca, un’opposizione “pelandrona e inconcludente” – si e’ ridotto a raccogliere ogni provocazione e fare politica con i calzini turchesi.

Al mini-congresso del Partito Democratico, Ignazio Marino e’ stato l’unico candidato alla segreteria a fare la domanda giusta:

La domanda che dobbiamo porre non è se il primo ministro possa restare al suo posto dopo la bocciatura del lodo Alfano, ma se egli possa ancora rimanere al suo posto senza ulteriori danni per il paese, dopo aver attaccato oltre ogni limite tutte le istituzioni di controllo e di garanzia.

Nelle stesse ore, come nella favola di Andersen, Ignazio Marino punta il dito e ad alta voce dice la verità che tutti sanno:

“Questi dirigenti saranno spazzati via dalla storia perché il mondo è cambiato, non è più quello del secolo passato. E credo quindi che sarebbe molto più utile che tutti se ne facessero una ragione e cercassero di favorire il nuovo”

I dirigenti di cui parla Marino qui sopra sono i dirigenti del PD. Anche per questo Marino e la sua mozione si sono guadagnati il boicottaggio dei media, i fulmini del PD e l’ira e la scomunica del profeta-imperatore-censore Scalfari. Tutti ottimi motivi per votare Ignazio Marino alle primarie del PD del 25 ottobre. [SONDAGGI: potete votare il ‘sondaggio’ sul Corriere mentre quello lanciato da “Striscia la Notizia” ha incoronato Marino con il 69% dei voti!!!]

Intanto il Bananiero Capo ha gia’ fatto sapere che dara’ battaglia: “Ci sono due processi farsa, risibili, assurdi, che illustrerò agli italiani, anche andando in tv”. Le vicende della Repubblica e le vicende giudiziarie del cittadino Berlusconi ora si mescoleranno ancora piu’ di quel che gia’ sono e i cittadini italiani resteranno ancora ostaggi di quello che non e’ piu’ un conflitto d’interessi ma una guerra contro la Repubblica per difendere gli interessi di un imprenditore-premier che, situazione unica nel mondo civile, controlla direttamente e indirettamente quasi tutte le televisioni, sia private che pubbliche, vasti settori dell’editoria e della finanza del paese.

All’inizio del mese di giugno di quest’anno, il Censis ha pubblicato i risultati di uno studio sulle elezioni 2009; Come si sono informati gli italiani:

Due terzi degli elettori si sono informati attraverso i Tg, il 30% ha seguito i programmi giornalistici di approfondimento in Tv, il 25% si è affidato alla carta stampata. E Internet resta al palo

I rapporti internazionali sulla liberta’ di stampa continuano a meravigliare solo gli ingenui, autentici o fasulli che siano; nessun paese civile tollererebbe una situazione siffatta, fuori controllo ormai anche a causa dell’ignavia politica dell’opposizione. A questo riguardo, una breve parentesi; si leggeva sui giornali qualche giorno fa’: “E siccome i congressi servono per ammettere le responsabilità – ha aggiunto Franceschini – noi dobbiamo riconoscere di avere una grave responsabilità di non aver fatto una legge sul conflitto d’interessi quando andava fatta dal 1996 al 2001.” Durante il dibattito su YouDem tra i tre candidati alla segreteria del PD, Dario Franceschini e’ tornato a denunciare gli errori del centro-sinistra per non aver legiferato sul conflitto d’interessi, poi, quasi a fine dibattito, ha ricordato che lui non c’entra con quegli errori perche’ al tempo non era parlamentare. Infatti in quegli anni Franceschini era al governo del paese, come sottosegretario alla Presidenza del Consiglio nel secondo Governo D’Alema, poi riconfermato nel successivo governo Amato. Chiusa parentesi.

Come se tutto questo non fosse sufficiente per affossare la Repubblica, ci sono gli auguri delle spallate, una posizione di tutto rispetto nella Repubblica delle Banane. Ma se non vogliamo che di spallata in spallata ci caschi addosso il tetto e tutta la casa comune, non e’ piu’ rinviabile mettere mano a quei pesi e contrappesi che soli possono rendere piu’ stabile, solida e sicura la Repubblica. La domanda e’: chi scegliere come architetti, capomastri e muratori?

La Carta fondante la nostra Repubblica riconosce al suo primo articolo che la sovranita’ appartiene al popolo. Disgraziatamente l’attuale Parlamento della Repubblica e’ ora composto di nominati, non di eletti, e quella sovranita’ popolare, che sola puo’ dare legittimazione democratica, e’ stata sospesa attraverso una legge elettorale indegna prima ancora che incostituzionale. Quel Parlamento deve ora avere almeno la decenza di trovare una soluzione condivisa per restituire la sovranita’ al popolo; una legge elettorale che rimetta nelle mani dei cittadini il destino della Repubblica.

Solo con una nuova legge elettorale con cui l’elettore/elettrice possa conoscere e scegliere lui/lei l’eletto/a, il popolo tornera’ ad essere sovrano e potra’ finalmente scegliere democraticamente i rappresentanti che saranno legittimati da quella sovranita’ popolare a mettere mano ai pesi e contrappesi di cui la nostra casa comune ha bisogno.

Scrivendo dell’immobilismo italiano, il gattopardismo, qualche giorno fa’ ricordavamo una frase di John F. Kennedy che sembra fatta apposta per l’Italia di oggi: “Those who make peaceful revolution impossible will make violent revolution inevitable” [Coloro che rendono le rivoluzioni pacifiche impossibili, renderanno quelle violente inevitabili]

Ci sono gia’ segnali molto preoccupanti e fanno molto bene coloro che invitano ad abbassare i toni. La discussione politica dovrebbe tornare nei luoghi preposti, primo fra tutti il Parlamento; i rappresentanti del popolo la smettano di rincorrere polemiche sterili e provocazioni gratuite solo per guadagnare alcuni secondi sui telegiornali della sera e qualche riga sulla “libera stampa”. Il PD la smetta di fare da spalla al Bananiero Capo; lo spettacolo di Franceschini con i calzini turchesi è desolante e controproducente: nessuno e’ piu’ bravo di Berlusconi nella parte della “vittima” che chiagne e fotte. I cittadini devono riappropriarsi della Repubblica; ricominciamo con le primarie del 25 ottobre, quando tutti i cittadini italiani potranno votare per scegliere il nuovo segretario del PD. Da Marte, consigliamo caldamente di votare per Ignazio Marino.


Ignazio Marino segretario del Partito Democratico

11 ottobre 2009

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Si è appena concluso il mini-congresso del Partito Democratico. I tre candidati alla segreteria, Marino, Franceschini e Bersani, hanno parlato delle loro idee per il PD e per il paese. Il piu’ applaudito è stato Franceschini, il piu’ lungimirante Marino e il piu’ realista Bersani. Al di la’ della retorica, sono venuti al pettine alcuni nodi importanti, primi tra tutti che tipo di partito costruire, con chi e con quali alleanze. Se Bersani pensa all’Ulivo, Franceschini mette in guardia contro le nostalgie del passato e Marino ricorda la crisi della socialdemocrazia in Europa e vuole aprire le porte alle energie della sinistra e alle forze socialiste, ambientaliste e radicali.

Ora tocca ai cittadini che diranno la loro alle primarie del 25 ottobre.

Intanto continuano gli attacchi scellerati ed eversivi del Bananiero Capo e dei suoi tirapiedi alla Repubblica (quella di tutti), che rischia di morire di berlusconite. La destra sembra incapace di reagire e di trovare un successore al Bananiero, ormai completamente screditato in Italia e impresentabile all’estero. Il PD è vittima della paura e non riesce a trovare la determinazione per un’opposizione seria e democratica contro il peggior governo della storia d’Italia.

Su questo tema imprescindibile, il Senatore Marino ci sembra sia stato l’unico candidato alla segreteria del Partito Democratico con il coraggio e la lungimiranza di dire la verità: [Scarica il discorso di Ignazio Marino]

Io credo che l’antipolitica sia da contrastare, ma dobbiamo iniziare da noi. Basta con le discussioni sul nostro ombelico, iniziamo a parlare del Paese, mentre l’Italia è governata da una destra sciatta e illusionista che lascerà rovine.

La violenza e l’arroganza di questa destra la vediamo in questi giorni, nel suo tentativo di far saltare il rapporto tra cittadini e istituzioni. Si attacca l’Alta Corte, con toni inaccettabili in ogni democrazia. Si attacca il Capo dello Stato, massimo garante delle nostre istituzioni, cui oggi va il nostro saluto e il nostro pieno sostegno.

La domanda che dobbiamo porre non è se il primo ministro possa restare al suo posto dopo la bocciatura del lodo Alfano, ma se egli possa ancora rimanere al suo posto senza ulteriori danni per il paese, dopo aver attaccato oltre ogni limite tutte le istituzioni di controllo e di garanzia.

E mentre il Presidente del Consiglio si concentra esclusivamente sulle sue vicende giudiziarie, il governo si ostina a negare la gravità della crisi economica.

La diagnosi e la prognosi sono accurate, lo sappiamo tutti. Se vogliamo salvare l’Italia dalla berlusconite, la malattia mortale che sta uccidendo la Repubblica, andiamo a votare alle primarie del PD del 25 ottobre e votiamo Ignazio Marino. La lungimiranza è piu’ importante del realismo, la speranza piu’ importante della paura e – lo diceva anche Albert Einstein – l’immaginazione e’ piu’ importante della conoscenza.


Emma Marcegaglia e “l’immensa vigliaccheria e l’opportunismo della borghesia italiana”

10 ottobre 2009
La presidente della Confindustria Emma Marcegaglia con il dittatore libico Gheddafi

La presidente della Confindustria Emma Marcegaglia con il dittatore libico Gheddafi

I veri amici si riconoscono nel momento del bisogno. La peggiore settimana nella vita politica di Silvio Berlusconi non è ancora passata che già arrivano i cheerleaders:

SALERNO – «Non bisogna delegittimare le istituzioni, però dall’altra parte non va neanche bene chi vuole approfittare dell’esito del Lodo Alfano per delegittimare il governo». Lo ha affermato il presidente di Confindustria, Emma Marcegaglia, a margine di un convegno promosso dalla fondazione Farefuturo.

Lo sanno tutti, il problema non è la sentenza della Consulta ma l’avere un capo del governo implicato in gravissimi procedimenti giudiziari e – lo ricordiamo alla presidente Marcegaglia – nelle democrazie liberali e’ prassi che il politico che ricopre cariche istituzionali (specialmente un primo ministro!) si dimetta quando ha guai con la giustizia.

All’estero lo capiscono benissimo; con editoriali durissimi, la libera stampa internazionale, dal Times di Londra al New York Times al Guardian, invita il Bananiero Capo a dimettersi e ricorda ai lettori la recente storia fascista italiana. Il Financial Times – che la presidente Marcegaglia forse conosce – ha scritto pochi giorni fa‘: “L’Italia starebbe sicuramente meglio senza di lui”.

Ma la nostra borghesia, come nei peggiori momenti della storia d’Italia, lancia le scialuppe di salvataggio e Marcegaglia non ha dubbi: “il governo deve andare avanti, Silvio Berlusconi deve andare avanti col suo esecutivo”. Certo, anche i cheerleaders vogliono un po’ di gratitudine: “Il governo deve mettere all’ordine del giorno il taglio delle tasse”. E ci sembra il minimo, dopo l’approvazione dello scudo fiscale! E’ la stessa Marcegaglia che abbiamo visto sorridente accanto al dittatore libico Gheddafi: “Verrà creata presto una zona franca dedicata esclusivamente alle imprese italiane operanti in Libia”.

La borghesia industriale italiana di oggi è forse ancora peggiore di quella che consenti’ a Mussolini di imporre una dittatura che rovino’ il paese in una guerra sanguinaria, combattuta accanto alla Germania di Hitler. Gia’ Pasolini defini’ la borghesia italiana “la piu’ ignorante d’Europa”, una borghesia di cui anche Montanelli non aveva una grande opinione: “l’immensa vigliaccheria e l’opportunismo della borghesia italiana”. Le parole di Montanelli sono la migliore risposta alla presidente della Confindustria.


Il Bananiero Capo, la paralisi del PD e il Nobel per la Pace a Obama

9 ottobre 2009
lo stile italiano nel mondo

lo stile italiano nel mondo

Dimissioni si, dimissioni no, dimissioni boh. Antonio Di Pietro vuole organizzare “una manifestazione di piazza per chiedere che si vada alle urne. In questo l’Italia dei valori e’ sola perche’ l’opposizione c’e’ chi la fa e chi la dice e non la fa”. Per una volta, il Partito Democratico ha stupito per la sua prontezza e unanimità; l’inchiostro della sentenza della Corte Costituzionale sul lodo Alfano non si era ancora asciugato e il politburo del PD già assicurava il Bananiero Capo ad andare avanti. Massimo D’Alema – ma con lui tutto il PD – è stato perentorio: “E’ sbagliato trarre conseguenze politiche. I governi cadono se manca la maggioranza, non per una sentenza”.

Se l’apprendista stregone D’Alema, già Presidente del Consiglio dei ministri e ministro degli esteri, leggesse i giornali stranieri e chiedesse ai suoi colleghi europei, forse anche lui capirebbe l’ovvio; nelle democrazie liberali e’ prassi che il politico che ricopre cariche istituzionali (specialmente un primo ministro!) si dimetta quando ha guai con la giustizia.

In Italia si fa una grande confusione tra piano politico-istituzionale e piano giudiziario ma in quelle democrazie liberali, a cui – seppur faticosamente – il nostro paese dovra’ pur guardare, i due piani sono distinti e a nessun politico (tantomeno a un primo ministro) passerebbe per la testa rimanere al suo posto mentre ha procedimenti giudiziari gravi in corso.

Il Partito Democratico fa finta di non capire, gira la testa, chiude gli occhi; terrorizzato di tornare alle urne, il PD – ancora una volta – dimostra di avere piu’ a cuore la sua pancia che il bene della Repubblica. Si moltiplicano intanto gli attacchi ad Antonio Di Pietro e a chiunque parli di dimissioni del Bananiero Capo.

I mezzi d’informazione italiani simularono scalpore quando, un anno fa’, i giornalisti trovarono, nel materiale fornito loro dalla Casa Bianca, una biografia del Bananiero dove si leggeva: “Il premier italiano è stato uno dei più controversi leader nella storia di un paese conosciuto per corruzione governativa e vizio”.

Se i media italiani – partecipi della “corruzione” e del “vizio” di un sistema corporativo omertoso che nulla ha a che fare con una democrazia liberale – fossero appena un po’ onesti, potrebbero facilmente spiegare all’opinione pubblica che l’Italia è famosa nel mondo per la sua corruzione. Ma c’è un limite a tutto. Ieri il Times di Londra dedicava alla Repubblica delle Banane il suo editoriale principale: “Berlusconi ha portato vergogna su se stesso e il suo paese con le sue azioni sessuali e con i tentativi di evadere i processi. Egli deve ora dimettersi”. Dall’altra parte dell’Atlantico, il New York Times scriveva: “L’era Berlusconi è durata troppo…”

La Repubblica delle Banane è ostaggio di un caudillo senza scrupoli che “scese in campo” per difendere il suo impero CONTRO la legge. L’opposizione democratica è lasciata a partiti minori mentre il PD è allo sbando. La memoria, anche quella recente, non è tra le qualità pubbliche del nostro paese; si leggeva appena qualche mese fa’ sulla Stampa:

Sostiene Piergiorgio Corbetta, dell’Istituto Cattaneo, che il Pd ha perso un terzo del suo elettorato, più di quattro milioni di voti. E dov’è finito tutto questo tesoretto? «Oltre la metà si è astenuto – spiega sempre Natale -. Circa 800 mila voti sono andati a Di Pietro, mentre il resto è tornato alla sinistra estrema e al partito radicale: questa volta la campagna per il voto utile non è servita».

Cosa farebbe il Partito Democratico che non c’è? Tornerebbe a fare politica e userebbe gli strumenti che la Costituzione repubblicana gli mette a disposizione; presenterebbe in Parlamento una mozione di sfiducia contro il governo del Bananiero, possibilmente insieme alle altre forze dell’opposizione; cercherebbe di riportare il Parlamento al centro della vita pubblica della Repubblica e invece di continuare a lottizzare la RAI e apparire in televisione, denuncerebbe quella televisione e il suo potere eversivo contro le istituzioni repubblicane.

Ma il Partito Democratico che c’è è paralizzato, la sua classe dirigente intenzionata a perdere altri milioni di cittadini elettori e a lasciare l’opposizione a Di Pietro e le sorti della Repubblica al Bananiero Capo pur di salvare il proprio orticello insieme alle chiappe, ben salde sulle comode poltrone del potere. E anche questa volta l’Italia si chiama fuori da quell’onda democratica di cambiamento che ha portato Obama prima alla Casa Bianca e oggi al Nobel per la pace.

A noi, sudditi italiani, non ci rimane che il vecchio adagio: chi è causa del suo mal, pianga se stesso

P.S. L’Unità intervista Giorgio Bocca:

Non dimentichiamo la sinistra…
«Pelandrona e inconcludente. Di fronte a quanto sta avvenendo non ci si può limitare a dire che Berlusconi deve continuare a governare».


È nata la Repubblica delle Banane

7 ottobre 2009

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Nasce oggi, 7 ottobre 2009, la Repubblica delle Banane. La Corte Costituzionale ha appena bocciato il lodo Alfano e con una lista lunghissima di procedimenti giudiziari il Bananiero Capo strilla e gioca la sua parte favorita, quella della vittima. La destra italiana, completamente priva di dignità e responsabilità, fa quadrato attorno al caudillo e rilascia dichiarazioni eversive. L’Italia dei Valori di Antonio Di Pietro chiede le dimissioni del governo della Repubblica; lo stesso fa Sinistra e Libertà, che manifesta davanti a Palazzo Chigi. Il Partito Democratico, debole e confuso, è paralizzato dalla lotta interna da cui uscirà il nuovo segretario e invece di chiedere le dimissioni del Bananiero lo invita a continuare a governare. Massimo D’Alema ci sorprende ancora una volta: “E’ sbagliato trarre conseguenze politiche. I governi cadono se manca la maggioranza, non per una sentenza”. Ma D’Alema dove ha studiato?

Solo pochi giorni fa’ un tribunale della Repubblica ha trovato il Bananiero “corresponsabile” di corruzione:

MILANO (Reuters) – Secondo il giudice di Milano Raimondo Mesiano, il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi è “corresponsabile della vicenda corruttiva” che negli anni 90 portò il gruppo Mondadori sotto il controllo della Fininvest. E’ quanto si legge nelle motivazioni della sentenza con cui il tribunale civile ha riconosciuto sabato scorso alla Cir di Carlo De Benedetti, che controlla l’Espresso, un risarcimento da 750 milioni di euro a carico della holding della famiglia Berlusconi – che controlla Mondadori, Mediaset, Mediolanum e Milan – per il danno patrimoniale da “perdita di chance” di un giudizio imparziale.

Il fatto che sia stato un tribunale civile e non penale a emettere quella sentenza non significa nulla; con buona pace di D’Alema, in un paese civile le conclusioni politiche non possono non essere 1) le dimissioni del capo del governo; 2) il venir meno della fiducia al governo da parte del Parlamento della Repubblica, visto che siamo ancora in una Repubblica parlamentare. Ma in un paese civile, ovviamente, Berlusconi non sarebbe mai diventato capo del governo e il Parlamento italiano si assume ora tutta la responsabilità di far nascere la Repubblica delle Banane.

A questo punto l’onere gravissimo di difendere la Repubblica democratica grava tutto sul Presidente Giorgio Napolitano, garante ultimo della Costituzione. Ci auguriamo abbia molto coraggio e molta intelligenza istituzionale e non venga lasciato solo. Ci auguriamo anche, però, che non voglia fare da foglia di fico alla Repubblica delle Banane.