Il sonno della ragione (e la deriva clericale e reazionaria del PD)

12 novembre 2009

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“Ogni detenuto portava un triangolo colorato (generalmente con la punta verso il basso) cucito (o dipinto) sulla sua uniforme da deportato. A seconda del colore, si distinguevano diverse categorie: i politici avevano un triangolo rosso con una lettera all’interno che precisava la nazionalità (salvo per i tedeschi). Gli ebrei politici portavano un triangolo rosso (con la punta verso l’alto) con sovrapposto un triangolo giallo (con la punta verso il basso). Gli ebrei avevano una stella gialla (formata da due triangoli), i Bibelforscher un triangolo color malva/viola. Alcune fonti attestano che certi Bibelforscher portavano un triangolo viola con sovrapposto un triangolo giallo. Gli internati di diritto comune avevano un triangolo verde, gli asociali un triangolo nero. I contaminatori della razza portavano un triangolo nero sovrapposto ad un triangolo giallo, gli omosessuali un triangolo rosa, gli zingari un triangolo bruno e gli apolidi e gli emigrati (repubblicani spagnoli) un triangolo azzurro. I SAW (Sonderaktion Wehrmacht : epurazione dell’esercito tedesco), quanto a loro avevano un triangolo rosso, con la punta verso l’alto.” Fonte: Sylvie Graffard e Léo Tristan, I Bibelforscher e il nazismo (1933-1945) Editions Tirésias-Michel Reynaud, Parigi, 1994

Forse il sindaco di Azzano Decimo, in provincia di Pordenone, il leghista Enzo Bortolotti, potrebbe trovare utili le informazioni qui sopra; la sua idea di schedare tutti i musulmani per fermare l'”invasione” islamica non e’ certo originale. Il segnale, preoccupante di per se’, diventa allarmante se si considera che quel sindaco e’ stato rieletto a furor di popolo, quasi il 70% dei consensi. Debora Serracchiani, segretaria regionale del PD, denunciava appena qualche giorno fa’ il razzismo di questo sindaco, che e’ anche segretario provinciale della Lega.

La cappa opprimente sull’Italia, quel clima da caccia alle streghe, inquisizione, stato di polizia diventa ogni giorno piu’ pesante. I campanelli e le campane d’allarme rimangono per lo piu’ inascoltati, le spinte reazionarie o si giustificano o addirittura si accolgono con entusiasmo. L’Italia e’ in caduta libera, la gravissima regressione culturale, antropologica è veramente spaventosa. In questa regressione regnano paura, ignoranza, violenza, odio, dogma, intolleranza. Caccia grossa e sempre aperta: agli omosessuali e transessuali, agli immigrati, alle donne, agli atei o diversamente credenti, agli eretici, alla scienza e agli scienziati… e a tutti coloro che non si sottomettono. Tutti malati d’alzheimer, come mette in guardia Famiglia Cristiana.

Caccia grossa per difendere la razza e la tradizione. Caccia grossa non solo per le vie delle citta’ italiane ma sulla stampa e in televisione, dove gli ospiti delle trasmissioni d’infotainment vengono rigorosamente selezionati per il loro pregiudizio e la loro ignoranza. Bucano lo schermo. Si rimane sgomenti di fronte allo spettacolo offerto da Alessandra Mussolini e Daniela Santanchè alla tv pubblica o guardando i linciaggi mediatici contro la sentenza della Corte Europea sui crocifissi e contro tutti coloro che si riconoscono in quella sentenza.  E’ la regressione che avanza, a reti unificate.

In tutto il mondo il proibizionismo sulle droghe e’ sotto processo; le sentenze sono ovunque unanimi: il proibizionismo non solo ha fallito ma ha ingigantito il problema. E le mafie ringraziano. In Italia invece si fa finta di niente e si continua con quella politica ottusa e nefasta; invece di mettere mano alla legge Fini-Giovanardi si continua con la demagogia dei test antidroga per una classe politica fanatica che pensa ad altre schedature e magari ad imporre l’esempio nelle scuole e negli uffici, a tutti i cittadini. Diventera’ sicuramente un’altra tradizione, come quella del crocifisso imposto per legge nelle scuole, nei tribunali e negli altri uffici della Repubblica confessionale delle banane. Uno stato di polizia, ma timorato di Dio.

A proposito di crocifisso. Al Parlamento Europeo i soldati di Santa Romana Chiesa del PDL, Lega, UDC e PD hanno presentato una dichiarazione per:

“il pieno diritto di tutti gli Stati membri a esporre anche simboli religiosi all’interno dei luoghi pubblici o delle sedi istituzionali, laddove tali simboli siano rappresentativi della tradizione e dell’identità di tutto il Paese e dunque elementi unificanti dell’intera comunità nazionale, rispettosi dell’orientamento religioso di ciascun cittadino”.

Non si riesce a credere ai propri occhi quando si leggono offese alla logica, all’intelligenza, cosi’ marchiane. La proposta indecente è stata ufficialmente presentata da Mario Mauro e Sergio Silvestris (PDL), Gianni Pittella e David Sassoli (PD), Carlo Casini e Magdi Cristiano Allam (UDC), e da Mario Borghezio (Lega Nord). Assente l’IDV. Per diventare un pronunciamento ufficiale dell’europarlamento deve raccogliere entro tre mesi le firme di 369 parlamentari.

Per quanto riguarda il PD, sarebbe interessante sapere chi ha deciso questa ennesima buffonata, offensiva e blasfema sia per i credenti cattolici sia per i non credenti e i diversamente credenti. Ci sono ancora laici e liberali all’interno del PD? Hanno niente da dire su questa deriva clericale? E’ questo il PD che il nuovo segretario Bersani ha in mente? Ora la CEI guida anche l’azione politica dei parlamentari europei del PD?

In questo sonno della ragione – che in Italia per la verita’ sembra piu’ un coma profondo – si rivede un film gia’ visto. Se i KKK e le loro croci infuocate hanno gia’ fatto il loro debutto italiano, c’e’ chi quella tradizione l’ha capita ancora meglio e inchioda la croce sul portone dei Radicali. E’ innegabile, le tradizioni sono importanti; dalle crociate alle guerre sante, dalla maledettissima Santa Inquisizione al regime nazista fino ai giorni nostri, con i gruppi neofascisti e neonazisti che l’hanno messa sui loro stemmi, la croce è davvero il simbolo di una tradizione importante che – come dicono quei buffoni italiani al Parlamento Europeo – unifica l’intera comunità: torturatori e torturati, stupratori e stuprati, persecutori e perseguitati, schiavisti e schiavi, assassini e assassinati, tutti insieme, gli aguzzini e le loro vittime, a celebrare la tradizione e l’identità che ci unisce tutti.

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La guerra di Gordon Brown contro la scienza

1 novembre 2009

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Il primo ministro britannico, Gordon Brown

LONDRA, 1 novembre 2009 –  Il governo britannico mostra tutti i sintomi della disperazione politica. Dopo aver riclassificato la cannabis da Class C a Class B – in pratica, un inasprimento proibizionista – contro l’opinione dei consulenti scientifici del suo stesso governo, l’Home Secretary [ministro dell’interno] Alan Johnson ha licenziato via e-mail (noblesse oblige!) il Professor David Nutt, capo dell’Advisory Council on the Misuse of Drugs. Il Professor Nutt sostiene che la cannabis è molto meno pericolosa di alcol e nicotina e che la riclassificazione è antiscientifica e motivata solo da considerazioni politiche, “un capriccio del Primo Ministro”.

La mossa maldestra del governo britannico ha suscitato indignazione nel paese e aspre critiche da parte dei mezzi d’informazione e della comunita’ scientifica. Non solo; oggi il Dr Les King, membro dell’Advisory Council on the Misuse of Drugs ha rassegnato le dimissioni in protesta contro il licenziamento del Professor Nutt. Si temono ora le dimissioni di altri componenti dell’organo di consulenza scientifica del governo.

Il Professor Nutt ha denunciato di non essere disposto a ingannare il pubblico per far passare un messaggio morale del governo. Phil Willis, membro del Parlamento e chairman of the science and technology select committee ha dichiarato: “E’ allarmante che uno scienziato indipendente sia rimosso per offrire l’esatta opinione scientifica”.

D’accordo invece con la scelta del governo, il ministro dell’interno del governo ombra, il conservatore Chris Grayling, mentre l’esponente liberal-democratico Chris Huhne ha condannato la decisione del governo, chiamandola “scandalosa”: “A cosa serve avere la consulenza scientifica indipendente se appena ti sono dati consigli che non ti piacciono cacci chi ti da’ quei consigli?”.

La partita e’ di quelle che mobilitano la societa’ liberal-democratica nelle grandi occasioni; in gioco c’e’ l’indipendenza della scienza dal potere politico, un tema fondamentale in uno stato di diritto.

E mentre le elezioni politiche si avvicinano, il governo di Sua Maestà appare sempre piu’ sull’orlo di una crisi di nervi.


Lezioni irricevibili. Eugenio Scalfari e il giornalismo di Repubblica

15 settembre 2009

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Su Repubblica di domenica 13 settembre 2009, Eugenio Scalfari da’ ancora una volta prova di cosa giornalismo e democrazia NON sono:

Queste riflessioni su Fini e su Berlusconi ci portano a considerare la situazione del Partito democratico (…) Su questa delicata ma essenziale questione faccio le seguenti considerazioni (come persona informata dei fatti). 1. Conosco bene i tre candidati alla segreteria del Pd e in particolare i due maggiormente favoriti, Dario Franceschini e Pier Luigi Bersani. Sono due persone perbene. (…) 2. Chiunque dei due vincerà (…)

Nell’interminabile editoriale, il nome del terzo candidato alla segreteria del PD non è dato sapere; né è dato sapere cosa quel terzo candidato propone, il suo programma, la sua mozione.

Nessuna meraviglia. Conosciamo il lavoro giornalistico di Scalfari e di Repubblica durante i decenni e piu’ recentemente,  a proposito dell’informazione sul Partito Democratico, il vile boicottaggio della candidatura Marino da parte di quel quotidiano che grida ai quattro venti per la difesa della libera informazione in Italia. [Qui potete leggere la lettera educata con cui Marino replica a Scalfari]

Quello che meraviglia (ma appena un po’) è la reputazione di cui Scalfari gode in patria: liberale integerrimo, giornalista di stampo anglosassone, corretto, misurato; insomma, una voce da ascoltare, un maestro della Repubblica (quella di tutti, non quella di Scalfari & soci).

Proponiamo ai nostri lettori alcuni flashback che forse torneranno utili per capire meglio lo Scalfari-pensiero.

INDRO MONTANELLI (da I conti con me stesso – Diari 1957-78 a cura di Sergio Romano, Rizzoli):

Cortina, 19 agosto 1969. Scalfari mi attacca sull’Espresso. È Licia Compagna ad avvertirmene e a porgermi il giornale. Si meraviglia ch’io mi limiti a misurare la lunghezza dell’articolo. «Non lo leggi?» chiede. «No. Vedo solo che parla di me per una cinquantina di righe. E mi basta. A pubblicità donata non si guarda in bocca.» Colgo nei suoi occhi un lampo d’ammirazione. Ma a casa l’articolo lo leggo. E mi arrabbio. Però decido di rispondere solo domani, quando la rabbia mi sarà sbollita.

Cortina, 20 agosto 1969. Ho risposto a Scalfari. Era facile. Scalfari è uno di quei duellatori che, per imprimere più forza al fendente, seguono col corpo la sciabola e perdono la guardia. Ci vuol poco a infilarli. Ma ora che ho spedito la replica, mi chiedo se ho fatto bene. Di Scalfari non ho un’opinione precisa. C’è in lui un pizzico di Baldacci, un pizzico di Bel-Ami, e perfino un pizzico di Ramperti. So che ha fatto parecchi soldi. La sua ambizione è sfrenata e scoperta. Ma vuole arrivare a qualcosa, o vuole fuggire da qualcosa? Nella sua frenesia c’è del patologico. Le sue polemiche (come questa con me) sono quasi sempre gratuite. Questo nemico di tutti è soprattutto nemico di se stesso, animato da un irresistibile cupio dissolvi.

Milano, 3 giugno 1977. Anche l’Unità esce con un titolo a sette colonne in cui campeggia il mio nome. Lo stesso fa Repubblica, ma con un articolo di Scalfari ancora più infelice di quello che scrisse dopo Bontà loro per chiedere la mia esclusione dalla tv nazionale. Sostiene la strana tesi che l’attentato è stato organizzato contro i nemici di Montanelli, cioè contro di lui, insinuando così il sospetto che me lo sia organizzato da me. Il mio successo lo riempie di un furore che lo fa sragionare. Ma la cappella più grossa la fa il Corriere che titola su cinque colonne sul centro pagina: «Attentati contro giornalisti », mettendo il mio nome solo nel sommario. Biazzi ha il sangue agli occhi. Bettiza mi chiede di rispondere, nell’editoriale di domani, sia a Scalfari che a Ottone. Glielo concedo, ma a patto che mi mostri prima il testo: durezza sì, meschinerie no.

Ancora Montanelli. “Il moralismo non s’ addice ai soda’ li” – dal Corsera del 25 maggio 1993:

Montanelli riprende un’ affermazione di Scalfari: “Se l’ integrita’ morale degli editori e’ vulnerata risulta indebolita la credibilita’ della stampa e, di conseguenza, l’ efficacia del controllo che essa deve esercitare per conto dei cittadini sulle istituzioni e sulla pubblica moralita’ “. Ineccepibile, commenta Montanelli ma “non vediamo perche’ egli voglia impancarsi a dare lezioni moralistiche agli altri, e in particolare a noi. Vorremmo amorevolmente ricordargli una sola cosa: a differenza del suo editore, che si trova gravato da una condanna a sei anni e mezzo per bancarotta fraudolenta, il nostro, almeno finora, non s’ e’ visto contestare significative partecipazioni al sistema. Nel tentativo di coinvolgerci nella sua sgradevole vicenda, Scalfari ritira fuori il nostro ammonimento del 1976: “Turiamoci il naso e votiamo Dc”. Vorremmo di nuovo amorevolmente ricordargli che egli e’ stato deputato del Partito socialista e negli ultimi tempi e’ stato un acceso fautore dell’ onorevole De Mita. Senza mai turarsi il naso”. Alla fine la citazione di un detto di Renan: “Conosco molti furfanti che non fanno i moralisti, ma non conosco nessun moralista che non sia un furfante”. Conclude Montanelli: “Senza, per carita’ , allusione a Scalfari. Solo come promemoria”

Pannella, parole di fuoco contro Scalfari – IL GIORNO, 8 febbraio 1993:

Quindi inizia la sua requisitoria contro Eugenio Scalfari e Carlo Caracciolo. Pannella li accusa di usare un vecchio metodo comunista, “quello di criminalizzare l’avversario”. E restituisce pan per focaccia: “Una delle pagine più ignobili della magistratura – sottolinea – è la mancata indagine sull’accordo che Caracciolo, Scalfari, Tassan Din e Rizzoli fecero davanti al notaio per spartirsi delle proprietà editoriali, mentre fioccavano le nostre interrogazioni sulla P2”. Ha il dente avvelenato, Pannella. Soprattutto nei confronti di Scalfari. E l’annuncio pubblicitario dell’Espresso gli dà modo di attaccare il direttore di “Repubblica”, “che ha guadagnato 190 miliardi, vendendo le azioni del suo giornale in un momento particolarmente delicato per la redazione, che “droga i titoli e le notizie” e che “difende non la libertà di stampa, ma la libertà della stampa di regime”.

Contro Scalfari e De Benedetti. Pannella: “sono nuovi Andreotti” – Corriere della Sera 6 giugno 1993:

Fedele al tema dell’ incontro, “Contro i moralizzatori della Repubblica”, Pannella ha dedicato alla lotta a Scalfari e De Benedetti una durissima requisitoria lunga piu’ di un’ ora. “Scalfari? E un libertino mascherato da tartufo, un tartufo dei valori, che con una mano indica il “Dio della democrazia” e con l’ altra tocca le cosce dell’ autoritarismo e della corruzione”. E un fiume in piena, Pannella, che rompe gli argini: “De Benedetti e Scalfari hanno fornicato per anni con coloro che attaccavano, peraltro in nome dei principi di Ernesto Rossi”. Al leader radicale non e’ piaciuta per niente la maniera in cui Repubblica ha trattato il coinvolgimento nell’ inchiesta Mani Pulite di De Benedetti: “Rappresentarlo come povera vittima di qualche oscuro commissario d’ ente, concusso e non concussore, e’ scandaloso e di una banalita’ tipica di coloro che disprezzano quanti pretendono di rappresentare”

Marco Pannella è tornato a parlare di Scalfari, Repubblica e informazione anche nell’ultima conversazione con il direttore di Radio Radicale, Massimo Bordin.

Infine “Sua pienezza”, un articolo di Beppe Grillo che nel maggio 2008 sul suo blog risponde alle dichiarazioni di Eugenio Scalfari che in una trasmissione televisiva aveva detto: “Grillo impersona, secondo me, meglio di molti altri personaggi, il peggio dell’Italiano. E’ l’arci-italiano del peggio.”

Quando su Repubblica leggiamo Eugenio Scalfari dare lezioni di giornalismo e democrazia, ci vien voglia di turarci il naso.


Rompere l’incantesimo

17 agosto 2009

La notizia fotografa bene l’Italia di oggi

STAMINALI

‘Fuggiti’ dall’Italia per nepotismo scoprono gene per lo sviluppo

Antonio Iavarone e Anna Lasorella hanno individuato una proteina fondamentale per lo sviluppo delle cellule adulte e per combattere il tumore al cervello di ROSARIA AMATO

ROMA – Nel 2000 hanno lasciato l’Italia per gli Stati Uniti, in polemica con il sistema nepotista dell’università, che non permetteva loro di sviluppare adeguatamente le loro ricerche sui tumori al cervello dei bambini. Negli Stati Uniti hanno trovato i mezzi, lo spazio, il sostegno di due prestigiose università, prima la Albert Einstein e dopo la Columbia. E adesso Antonio Iavarone e Anna Lasorella annunciano la scoperta del gene che svolge un ruolo chiave nello sviluppo delle cellule staminali e che è coinvolto anche nel più aggressivo fra i tumori del cervello. Sono gli stessi ricercatori a parlare della loro scoperta in un articolo pubblicato dalla prestigiosa rivista Developmental Cell. (continua)

Da rileggere ora la denuncia degli scienziati: Da noi la bravura non paga ce ne siamo dovuti andare.

La scienza va avanti, la società progredisce ma l’Italia feudale e corporativa continua a sprofondare. Gli scienziati, i cultori di un sapere prezioso e indispensabile, vengono scacciati dai baroni, dai vassalli, dai principi, dalle corporazioni di notabili che non permettono il cambiamento, normale e fisiologico in tutte le democrazie liberali del mondo. In Italia sembra si sia vittime di qualche incantesimo, si è bloccati sempre nella reazione, nella contro-riforma, con una classe dirigente che sembra pascere in un immobilismo dove mentre tutti litigano su tutto, su tutto si intendono per non cambiare nulla. La conservazione in Italia sembra appartenga a una classe di mandarini che non è né destra né sinistra, ma sembra essere sempre presente ai banchetti di palazzo. E quel conservatorismo non ha nulla a che vedere con il conservatorismo europeo. Per dire, in Francia, in Germania, per non parlare nel Regno Unito, i partiti delle ronde, del razzismo, dello stato clericale, degli omofobi e xenofobi… da questi partiti i partiti conservatori europei ne stanno alla larga. Da noi no. Da noi questi partiti concorrono a legiferare e governare mentre un Partito Democratico è reso inerme dall’ignavia politica, dall’inadeguatezza culturale e da un’indecente sottomissione al potere clericale di troppa parte della sua classe dirigente. Se si vuol salvare il PD e con esso il paese sarà bene cambiare, ascoltare prima di decidere, abbandonare i pregiudizi, lanciare i ponti e aprire porte e finestre.

Credo davvero che ci sia un bisogno urgente, una necessità primaria di contrastare quello che il cittadino giurista Rodotà chiamava l’altro giorno “regressione culturale spaventosa”. C’è bisogno di coraggio politico, di orgoglio della ragione, di passione politica disinteressata. C’e bisogno di imparare dagli errori. C’è bisogno di informarsi e informare sull’Europa di cui si fa un gran sparlare. Credo ci sia bisogno di UNITA’, e lo scrivo a lettere grandi capaci di comprendere tutte le forze e i movimenti che si oppongono in tanti modi, in tanti settori della società, a quella regressione. Credo che il PD debba farne parte di questa UNITA’. E favorirla in tutti i modi senza allo stesso tempo imporsi o pretendere lo scioglimento di altri partiti. Credo che accettare e promuovere le doppie tessere sia anche un’ottima soluzione per un Partito Democratico aperto e laico. Un’UNITA’ che non puó fare a meno dei liberali, dei socialisti, dei radicali, ma anche di tutti coloro che sono rimasti fuori dal Parlamento Europeo e da quello Italiano. Ricordiamo che se quelle forze non sono rappresentate in Parlamento questo non vuol dire che non sono presenti nella società italiana. Un’UNITA’ laica, che riconosca e difenda la Repubblica laica e la sua democrazia liberale. E credo che il prossimo congresso del PD e soprattutto le relative primarie sia l’occasione di dar voce a questa UNITA’.

Capisco che milioni di cittadini non sono entusiasti di questo PD e molti altri perfino nauseati. Quasi impossibile non essere d’accordo con loro. Ma non è una buona ragione per arrendersi e non provare a cambiare il PD e il paese. Il miglior modo per non essere delusi dopo è non illudersi prima e continuare a impegnarci, organizzarci, unirci e costruire quell’ UNITA’. Sempre meglio che lamentarci dopo.