Minchiate

13 dicembre 2009

Non vede. Non sente. Non parla. E’ l’informazione, italiana e non solo; con le solite eccezioni, uno zoo di scimmie cieche, sorde e mute ammaestrate per intrattenere gli spettatori paganti: noi, la plebe.

Titolano i giornali: il Vaticano condanna la pedofilia clericale; il papa prova vergogna. Minchiate! Il rapporto irlandese condanna senza appello l’omertà e i depistaggi della Chiesa Cattolica. Lo scandalo è spaventoso; decine di migliaia di bambini e bambine abusati, violentati, maltrattati per decenni dai religiosi; i gerarchi cattolici sapevano e hanno non solo taciuto ma nascosto i fatti e ostacolato le indagini. E non c’è solo l’Irlanda. Il Vaticano è anche stato chiamato a rispondere di questi crimini in sede ONU.

Titolano i giornali: Blair (l’ex primo ministro britannico) dichiara che avrebbe invaso l’Iraq anche se avesse saputo che non c’erano armi di distruzione di massa. Minchiate! Tutti sapevano che quelle armi di distruzione di massa non c’erano; in molti lo hanno testimoniato ben prima dell’inizio della guerra d’invasione nel 2003. Tra questi, Scott Ritter, ispettore capo per le Nazioni Unite in Iraq dal 1991 al 1998. L’invasione e la conseguente occupazione non hanno nulla a che fare con quelle armi ne’ tantomeno con la democrazia. Alan Greenspan, ex-capo della Federal Reserve [la banca di emissione degli Stati Uniti] ha dichiarato: “I am saddened that it is politically inconvenient to acknowledge what everyone knows: the Iraq war is largely about oil” [“Sono rattristato che sia politicamente inconveniente riconoscere quello che tutti sanno: la guerra in Iraq e’ largamente per il petrolio”]. David King, ex-consulente scientifico capo del governo britannico, ha dichiarato che la guerra in Iraq è una guerra per il controllo del petrolio e ha avvertito che ci saranno ancora guerre per il controllo delle risorse in futuro. Secondo il diritto internazionale, la guerra d’invasione è il supremo crimine, lo stesso crimine per cui furono condannati e giustiziati o internati i maggiori criminali nazisti a Norimberga. Dal marzo del 2003, piu’ di un milione di irakeni innocenti sono morti a causa di quella guerra d’invasione, il crimine internazionale supremo.

Sono solo due esempi – tra i tanti – dello stato dell’informazione (non solo italiana ovviamente), dove ignoranza, superficialità, menefreghismo e malafede sembrano essere la deontologia professionale delle tre scimmiette che non vedono, non sentono e non parlano. La ragione, piu’ che dormire, sembra in coma profondo; il metodo scientifico ancora lontano dall’essere capito. Come sopravvivere allora in questo deserto? Io faccio cosí: non mi fido mai di quello che ascolto alla radio, guardo alla TV o leggo sui giornali e su Internet. Cerco di controllare le fonti e anche quando la fonte è autorevole, uso sempre una buona dose di scetticismo e lascio sempre aperta la porta al dubbio. Non ci sono garanzie, ma in questo modo diminuiscono le probabilità di essere presi in giro. Insomma, non fidatevi mai di nessuno ciecamente, nemmeno di quello che leggete su questo blog.


La solitudine del cardinale. Tettamanzi, la Lega e la lunga marcia della reazione italiana

8 dicembre 2009

Dionigi Tettamanzi

Rapporti “a dir poco eccellenti” quelli tra Vaticano e Repubblica italiana; lo dicevano, solo pochi giorni fa’, il Presidente del Senato di quella Repubblica confessionale delle banane, Renato Schifani, e il Segretario di quello Stato tornato a vivere nel 1929 solo grazie ai Patti Lateranensi di Mussolini, Tarcisio Bertone.

Le crude polemiche, sul tema immigrazione, tra il Vaticano (o alcuni suoi esponenti di porpora vestiti) e la Lega (il partito apertamente razzista, xenofobo e separatista) sembravano dimenticate dopo che quest’estate Umberto Bossi e Roberto Calderoli avevano incontrato Bagnasco, principe della Chiesa e presidente della CEI, i vescovi cattolici italiani. “Ho capito che il Vaticano non ce l’ ha con noi”, commentava Bossi dopo l’incontro. Dopo Bagnasco, è toccato allo stesso Bertone incontrare le camicie verdi. Pax romana? Rimanevano, e’ vero, gli scandali continui di Berlusconi con ragazzine ed escort, scandali che ponevano sempre piu’ un problema di pubbliche relazioni (nulla di piu’) per la Chiesa Cattolica e su cui intervenivano le critiche (sempre per questioni di pubbliche relazioni, nulla di piu’) di Avvenire e Famiglia Cristiana; critiche in tema di moralita’ pubblica e pubblici costumi – come dire, fate pure quel che volete cari figlioli, ma fatelo in privato; imparate da noi! – che dovevano dar non poco fastidio all’unto del Signore. Con l’arrivo di Feltri al Giornale di famiglia, l’unto del Signore andava al contrattacco e il direttore di Avvenire, Boffo, pagava il prezzo (della sua ipocrisia).

Solo pochi giorni fa’ Feltri faceva una goffa retromarcia, molto in ritardo, dando sfogo ad alcuni dei suoi peggiori istinti: Boffo “non risulta implicato in vicende omosessuali”. Sembra Medioevo, eppure e’ la nuda cronaca dell’Italia di oggi, AD 2009 (quasi 2010). Palazzo Chigi val bene una messa e Berlusconi ora sembra aver bisogno di tutti i santi in Paradiso (e in Vaticano) per continuare ad occupare quel Palazzo. La Chiesa incassa, felice come una Pasqua di tenere il capo del governo italiano per le palle. L’ICI, l’8 per mille, il grande fiume di miliardi che continua a scorrere dal lavoro dei cittadini italiani alle casse dello IOR (la banca vaticana), l’ora di religione, i crocifissi appesi ovunque, la guerra santa contro le donne e l’aborto, contro gli omosessuali, contro la ragione e l’Illuminismo, contro l’Europa. Insomma, la Curia di sempre, peggio di sempre.

Ma siamo vicini al Santo Natale e la Lega ha da tempo iniziato le sue celebrazioni. Piace ai fedeli l’operazione Bianco Natale, piace ai fedeli lo spirito delle crociate della Lega, benedetto da Santa Romana Chiesa quando le fa comodo, come nel caso dei crocifissi. Ma come Dio è uno e trino, cosí la Chiesa Cattolica e’ tutto e il suo contrario e – lo sappiamo bene – il potere è sempre stata la stella polare dei successori (leggi: impostori) di Pietro, che a Roma non ha mai messo piede.

Ora la Lega torna all’attacco, questa volta di Dionigi Tettamanzi, arcivescovo di Milano, principe della Chiesa, successore di Carlo Maria Martini (uno degli ultimissimi superstiti del Concilio Vaticano II) e anche lui (Tettamanzi) esponente, seppure discreto, della Chiesa conciliare, ormai sconfitta dalla realpolitik dei successori di Giovanni XXIII. La Lega ci ha abituato ormai da anni al peggio dell’essere umano e nessuno sembra piu’ scomporsi che una tale formazione ad ideologia totalitaria, una formazione politica che nega tutti i valori su cui si fonda la Repubblica e lo Stato unitario, sia ora al governo di quella Repubblica. L’altro giorno e’ toccato al cardinale Tettamanzi e la Lega non c’e’ andata leggera nemmeno questa volta:

Calderoli: “Tettamanzi con il suo territorio non c’entra proprio nulla. Sarebbe come mettere un prete mafioso in Sicilia. Perché non è mai intervenuto in difesa del crocifisso? Perché parla solo dei rom?”

Castelli: “Tettamanzi fa parte di quella corrente di pensiero della Chiesa relativista, mondialista… e poi appoggia un personaggio bizzarro e inquietante come Don Giorgio (De Capitani, ndr) che vomita insulti contro la Lega e il Pdl. È un classico esempio di clericale di sinistra di cui non condividiamo le idee”

Si badi bene, non e’ polemica sterile ne’ passeggera; nella Repubblica confessionale delle banane sono rimasti solo due soggetti a fare politica: la Chiesa Cattolica e la Lega; quasi tutti gli altri soggetti politici infatti vanno dietro oramai solo agl’interessi contingenti e/o personali dei loro clan e dei loro don. Tettamanzi, espressione di un’esigua minoranza anche all’interno della sua Chiesa, e’ arcivescovo dimissionario dal marzo di quest’anno per raggiunti limiti d’età, riconfermato dalla Curia di Roma per altri due anni. Dal punto di vista della Lega, il cardinale è l’ultimo ostacolo all’ideologia nazista e separatista delle camice verdi. Ci raccontano i giornali italiani che la Lega ora sarebbe rimasta isolata; dal Segretario di Stato vaticano, Bertone, al Presidente della Repubblica confessionale delle banane, Napolitano, non sono mancati gli attestati di solidarietà a Tettamanzi. Solidarietà pelosa, in molti casi, offerta dai colleghi di Calderoli e Castelli che sono al governo del paese o da coloro che nulla hanno fatto per impedire ad una formazione nazista di entrare in quel governo e dirigerne la sua politica. Solidarietà pelosa a Tettamanzi anche quella della sua Chiesa, molto piu’ interessata – come sempre – al suo potere temporale, alla simonia, al Vaticano S.p.A. che non alla caritas di Cristo e a qualche cardinale (pochi per la verità) che ancora si attarda sulle posizioni conciliari – ormai sconfitte queste all’interno della Chiesa Cattolica.

Grazie anche a quella Curia che ha sostenuto e guidato la nuova reazione italiana, la Lega è qui per restare mentre Tettamanzi ha gia’ pronte le valigie e sarà sostituito a breve, probabilmente da un principe della Chiesa assai piu’ conciliante (e ce ne sono tanti) con le camicie verdi. Le parole del ministro Roberto Calderoli – tornato sulla vicenda – non lasciano adito a dubbi e confermano quello che scrivevo piu’ sopra:

«Per fortuna all’interno della Chiesa non c’è il pensiero unico e chi mi critica dovrebbe tener conto sia di questa verità sia che le mie critiche non sono di carattere religioso ma politico visto che ho criticato il card. Tettamanzi per quel che ha detto di politico. Quel che mi spiace di più è veder fare politica a senso unico. Del resto la mia posizione sull’arcivescovo di Milano è chiara da anni. Io sono sempre stato critico sulla Chiesa del Concilio Vaticano II e mi sembra che Tettamanzi sia un nostalgico di quella Chiesa. Ma i tempi cambiano. E credo che l’unico che non sbaglia sia Papa Ratzinger»

Se i mezzi d’informazione italiani si perdono nelle polemiche, sono incapaci di coglierne il significato e soprattutto sono incapaci di capire quella reazione razzista, xenofoba, omofoba, misogina, anti-europea, anti-illuminista, anti-razionalista e anti-scientifica di cui l’Italia e’ nuovamente vittima, e’ solo perche’ quei mezzi d’informazione, nella maggior parte dei casi, sono invischiati fino al collo con quella reazione e incapaci di andare piu’ in la’ dei canti natalizi. Santo! Santo! Santo! Gli interessi che quei mezzi d’informazione esprimono e rappresentano sono in fondo gli stessi che hanno portato l’Italia all’apocalisse della Seconda Guerra mondiale, applaudendo fin dall’inizio il duce e le sue camicie nere. Sono gli stessi interessi che hanno permesso per sessant’anni il sacco d’Italia da parte del regime partitocratico, gli stessi interessi – oggi come ieri – della grande industria, della grande finanza, di quella peculiare borghesia italiana che nessuno al mondo c’invidia.

Come scrivevo su questo blog qualche giorno fa’, il Fascismo, il regime partitocratico e ora il Berlusconismo sono tutti regali della borghesia italiana – “la piu’ ignorante d’Europa”, come Pasolini fa dire a Orson Welles nel film La ricotta – una borghesia di cui anche il conservatore Montanelli lamentava spesso “l’immensa vigliaccheria e l’opportunismo”. A differenza della borghesia europea, quella italiana non ha mai conosciuto Riforme e Rivoluzioni ma solo Controriforme e Restaurazioni. Con rare eccezioni, quella italiana è sempre stata una borghesia di parassiti che invece di abbattere il feudalesimo ne è diventata essa stessa la continuazione.

Quella borghesia non ha esitato a mettersi la camicia nera, perche’ ora dovrebbe esitare a mettersi quella verde? Dall’altra parte del Tevere, anche nella sua storia piu’ recente, la Curia di Roma si è sempre trovata a fianco delle dittature, dei regimi totalitari: a fianco di Mussolini in Italia, di Franco in Spagna, di Pinochet in Cile, a fianco della conquista nazista d’Europa negli anni ‘30 del secolo scorso. Non smetterà certo di benedire le camicie verdi ora, per un cardinale demodé e gia’ in pensione.


Al capezzale della Repubblica – seconda parte

2 dicembre 2009

Il sonno della ragione genera mostri, Francisco Goya, 1797

Torniamo oggi al capezzale della Repubblica. Riportano i giornali:

“Si allarga l’inchiesta sui fondi sottratti alla manutenzione delle tenute del presidente della Repubblica. E tra gli indagati finisce anche Gaetano Gifuni, dal ’92 fino al 2006 segretario generale del Quirinale. L’inchiesta ora punta sulle coperture eccellenti che avrebbero consentito per anni ruberie, sprechi e trattamenti di favore dei funzionari rimasti coinvolti nell’inchiesta sull’ammanco di 4 milioni di euro accertati dai bilanci del Quirinale. L’ex potente direttore generale che, oggi ricopre la carica di segretario generale emerito, verrà interrogato nei prossimi giorni in procura. Gli inquirenti vogliono capire il ruolo che avrebbe avuto l’alto dirigente nella gestione della tenuta presidenziale di Castelporziano. In particolare i pm vogliono accertare se Gifuni abbia addottato provvedimenti a favore del nipote Luigi Tripodi, direttore del servizio Giardini e Tenute presidenziali, da ieri sera agli arresti domiciliari con l’accusa di peculato e falso.”

Quando si dice nepotismo. Il conflitto d’interessi non riguarda mica solo Berlusconi e di sicuro non è colpa di Berlusconi se quel conflitto non si è mai regolamentato in Italia; nella Repubblica confessionale delle banane infatti, il conflitto d’interessi è uno stile di vita.

Il direttore generale della Libera Università internazionale degli studi sociali (Luiss Guido Carli), gia’ direttore generale della Rai, Pier Luigi Celli, scrive una lettera aperta al figlio:

“il mio consiglio è che tu, finiti i tuoi studi, prenda la strada dell’estero. Scegli di andare dove ha ancora un valore la lealtà, il rispetto, il riconoscimento del merito e dei risultati”

Non sono mancate le polemiche e le critiche, anche pesanti, contro questo padre a cui, ovviamente, non mancano le risorse per aiutare suo figlio e ‘trovargli una sistemazione’, come si dice nel Belpaese. Noi, figli di nessuno che all’estero ci viviamo ormai da parecchi anni, abbiamo invece apprezzato il grido di dolore di questo cittadino; quel grido, in forma pubblica e pieno d’amore paterno, era ovviamente indirizzato a tutti i figli d’Italia, una voce onesta, chiara, senza l’ipocrisia della solita melassa buonista. “Abbiamo fallito” è il J’accuse di quel padre che si rivolge a suo figlio, a tutti i figli, ma anche a tutti i padri italiani.

Le parole in libertà del Presidente della Camera dei deputati, Gianfranco Fini, contro Silvio Berlusconi e gli schiamazzi che ne sono seguiti, non sono che l’ultima messa in scena di una tragedia comica ad opera di una classe politica senza piu’ alcun pudore; al capezzale della Repubblica ci sono ormai solo prefiche. Ha ragione Antono Padellaro quando scrive sul suo giornale, il Fatto, “oggi nel Pd accade qualcosa che ci sfugge. E che non ci piace per niente.” Quello che sfugge a Padellaro forse è che i piu’ accorti e navigati politici italiani (e sicuramente Bersani è uomo intelligente) hanno capito, e non da ora, che la caduta di Berlusconi potrebbe significare la caduta di quella Repubblica confessionale delle banane a cui sono aggrappati con tutte le loro forze. Come gli eunuchi della Città Proibita, la corte imperiale nostrana sta cercando in tutti i modi di prolungare la vita di questo governo proprio quando Berlusconi sembra ormai arrivato al capolinea politico. Diecimila anni!

Si potrebbe andare avanti all’infinito, infiniti sono i sintomi della Repubblica morente. Ma forse a questo punto vale la pena fare alcune considerazioni di carattere generale e riflettere non sull’ultima crisi del paziente ma sul male oscuro che lo sta consumando.

Il principio di non contraddizione vuole che non si possa sostenere che due proposizioni che si negano a vicenda siano entrambe vere. Mentre nelle democrazie liberali questo principio viene generalmente rispettato e onorato nella vita associata dei cittadini e delle istituzioni, in Italia, che una democrazia liberale non è, quel principio viene continuamente calpestato, quando non ignorato completamente. Sono molte le espressioni linguistiche che – come ponti sospesi per aria – cercano di passare oltre il principio di non contraddizione: “ed anche…”, “pluralismo”, “anche se…”, “buon senso”, “tradizione”, “bene comune”, “ragione di stato” e cosi’ via. Se infatti quelle democrazie liberali cercano d’ispirarsi alla Ragione (non sempre ci riescono, lo sappiamo bene; non sto dicendo che quelle democrazie sono perfette ne’ che in quelle democrazie la Ragione riesce sempre a farsi ascoltare), la nostra disgraziata Repubblica ha il Dogma e la Dialettica come sue bussole e le contraddizioni, i conflitti, i problemi – invece di essere risolti con scienza (conoscenza) e illuminati dalla Ragione – non si risolvono mai ma si compongono all’interno del regime. La Chiesa Cattolica parla allora di “bene comune” che tutto include e pacifica e laddove la ragione obietta, c’e’ sempre la fede e un dogma pronto a mettere una pezza. La tradizione marxista si affida invece alla dialettica hegeliana (la stessa che ha ispirato i regimi totalitari del XX secolo, il Fascismo e il Comunismo) e trova nella sintesi la sua meta salvifica. Le contraddizioni non danno fastidio a queste due scuole di pensiero, anzi quelle contraddizioni vengono accolte di buon grado per costruire castelli volanti, prodigi scintillanti costruiti dai profeti e dalle loro visioni. In Italia, sono ancora molti gli adulti che credono alle favole.

L’Europa e il mondo intero guardano inorriditi all’Italia, paese che nessuno ormai considera piu’ una democrazia. “Mi spiega in quale altro paese democratico un primo ministro può rifiutarsi di rispondere alla magistratura? Le rispondo io: nessuno”, taglia corto David Lane dell’Economist. Ma come è stato possibile tutto questo? Perche’ c’e’ Berlusconi in Italia ma non un Berlusconi in Francia, in Germania, in Gran Bretagna, in Spagna, in Canada, in Australia o negli Stati Uniti? Certo, si puo’ sempre essere d’accordo con Licio Gelli che gia’ nel 2003 diceva:

“Guardo il Paese, leggo i giornali e penso: ecco qua che tutto si realizza poco a poco, pezzo a pezzo. Forse sì, dovrei avere i diritti d’autore. La giustizia, la tv, l’ordine pubblico. Ho scritto tutto trent’anni fa. (…) Berlusconi è un uomo fuori dal comune. Ricordo bene che già allora, ai tempi dei nostri primi incontri, aveva questa caratteristica: sapeva realizzare i suoi progetti.”

Ancora l’anno scorso il burattinaio della P2 dava consigli in pubblico al suo ex pupillo, ora a capo del governo della Repubblica. L’Italia – lo sappiamo tutti – e’ il paese che diede i natali al Fascismo, mai estirpato completamente dalla societa’ italiana che continua ad essere dominata dal Fascio. Nella vita di tutti i giorni quasi non ci si fa piu’ caso, tanto quel Fascio e’ nei costumi italiani, in politica e nei media, negli ospedali e nelle scuole, nella giustizia e nella ricerca scientifica, nell’universita’, nel lavoro, nell’economia e nei sindacati. I problemi del paese, le sue contraddizioni, non si risolvono mai ma si compongono all’interno del regime del Fascio. Non c’e’ opposizione ma acquiescenza, non esiste alternativa ma alternanza all’insegna della continuità, la competizione è temuta e avversata a favore di un compromesso continuo. La società è chiusa, diffidente, proiettata verso il passato, impaurita e la paura è sempre cattiva consigliera; la paura è nemica della speranza. Non si tollera nemmeno il dibattito; soprattutto il dibattito! L’informazione è parte a pieno titolo di quel Gran Fascio.

Ma cos’e’ questo Fascio? E’ l’esatto opposto della societa’ aperta; l’Italia delle corporazioni, dei feudi, degli interessi particolari che paralizzano il paese che si regge sulla corruzione, il nepotismo, l’illegalità e l’ignoranza. Come ai tempi dei papi che facevano cardinali i propri figli, oggi l’Italia è il paese dei figli, degli amici e degli amanti che fanno carriera bloccando la meritocrazia e il progresso; si diventa caporedattore o direttore di un giornale e primario di un ospedale non per meriti ma per nome, conoscenze e favori. Confrontate l’informazione e la sanità italiane con quelle dei paesi a societa’ aperta. E’ lo stesso per la scuola, l’universita’ e la ricerca scientifica, e’ lo stesso per la pubblica amministrazione, la grande industria e la finanza, e’ lo stesso per le professioni, e’ lo stesso per la politica e le istituzioni. E’ ovvio che ci sono eccezioni; ma nulla di piu’. In questo Fascio che priva il paese di energie e risorse va ricercata la regressione culturale, sociale, economica, antropologica italiana.


Al capezzale della Repubblica – prima parte

Al capezzale della Repubblica – terza parte


L’AIDS uccide. E cosí anche la Chiesa Cattolica e l’informazione italiana

1 dicembre 2009

Oggi, 1 dicembre, è la giornata mondiale contro l’AIDS; utile per combattere il pregiudizio e l’ignoranza, aumentare l’educazione e l’informazione e aiutare quelle organizzazioni che si occupano di combattere questa malattia anche negli altri 364 giorni dell’anno.

La stampa “colta” riporta che domenica scorsa, all’Angelus, papa Ratzinger ha detto:

«La Chiesa non cessa di prodigarsi per combattere l’Aids, attraverso le sue istituzioni e il personale a ciò dedicato. Moltiplicando e coordinando gli sforzi, si giunga a fermare e debellare questa malattia».

L’informazione italiana, ubbidiente e devota, riporta le dichiarazioni del papa come una segretaria stenografa quello che il suo capo detta. Ma è questo il ruolo dell’informazione? Farsi megafono di questa o quella propaganda?

Questo è lo stesso papa e la stessa Chiesa Cattolica che lottano contro l’uso del preservativo, anche laddove l’HIV-AIDS ha dimensioni da pandemia e sta distruggendo la vita e l’economia di interi paesi e continenti. Le Nazioni Unite affermano che il preservativo è “la tecnologia piu’ efficiente e disponibile per ridurre la trasmissione sessuale dell’HIV e di altre infezioni trasmesse sessualmente”.

Nella migliore tradizione italiana, papi, principi e feudatari non sono interessati alla ragione e alla scienza – che continuano a combattere. L’informazione italiana – lungi dall’essere il cane da guardia, il guardiano del potere – continua a pascere sui grassi prati del potere.


Al capezzale della Repubblica – prima parte

30 novembre 2009

Se è vero, come si dice, che l’intera vita passa davanti agli occhi prima di morire, siamo davvero arrivati al crepuscolo della Repubblica. L’intera storia d’Italia – sempre piu’ una denominazione geografica e sempre meno uno stato civile – sta passando velocemente davanti agli occhi di quella giovane disgraziata; i problemi, vecchi di decenni, di secoli e di millenni sembra si stiano raccogliendo attorno al suo capezzale.

Eugenio Scalfari su Repubblica e Sergio Romano sul Corriere della Sera sono ieri intervenuti sugli ultimi sintomi di questa moribonda. Scrive Sergio Romano:

Il «concorso esterno in associazione mafiosa» si è dimostrato una categoria penale alquanto fumosa e imprecisa.

Scrive Eugenio Scalfari:

Si discute e si mette in dubbio da parte dei difensori di Berlusconi la validità di un reato come quello di concorso esterno in associazione mafiosa, non contemplato dal codice penale ma ormai da gran tempo legittimato da una serie costante e conforme di pronunce giurisprudenziali della Cassazione.

La certezza del diritto, la certezza del reato e della pena sono tutte cose che s’insegnano (o forse s’insegnavano) al primo anno di Giurisprudenza. Oggi – sulle pagine della stampa “colta” – non si riesce nemmeno ad essere d’accordo su cosa sia reato e cosa non lo sia. Lasciando questa discussione tecnica ai tecnici, cioe’ ai giuristi, faccio solo notare la disinvoltura con cui Scalfari afferma:

“ogni discorso sulla improprietà di un reato non previsto da un codice penale più che antiquato è priva di qualunque fondamento”

cosí come faccio notare la superficialità di Romano quando scrive sul Corriere:

“peraltro il procuratore capo di Firenze ha smentito ieri che il presidente del Consiglio sia indagato”.

Romano evidentemente non è bene informato (e forse non legge nemmeno il giornale su cui scrive):

Se c’e’ di mezzo un reato di mafia “l’indagato non puo’ sapere di essere indagato per tutelare la segretezza delle indagini”. Lo dice al Corriere della Sera l’ex procuratore antimafia, Pierluigi Vigna, che aggiunge: “Pubblicita’ non c’e’ in questo tipo di indagini sulla mafia”, quando un presunto indagato chiede se e’ indagato “deve ricevere una risposta in ogni caso negativa se si tratta di reati di mafia. E’ stabilito dal codice di procedura penale. E’ l’applicazione del cosiddetto ‘doppio binario'”.

L’aspetto però piu’ interessante che salta all’occhio dalla lettura comparata dei due articoli è l’assoluta sintonia del messaggio che i due illustri commentatori lanciano dai loro pulpiti; ponendo l’accento ognuno su aspetti differenti, quando non conflittuali, la conclusione che Scalfari e Romano traggono è la medesima. Scrive Romano:

Si può far cadere un governo che dispone di una consistente maggioranza senza dare un duro colpo al processo democratico? È una domanda a cui il presidente della Repubblica ha già dato una risposta: no, non si può. Occorre quindi una tregua, e la soluzione migliore per garantirne l’osservanza potrebbe essere il ritorno a un maggior senso di responsabilità dei poteri dello Stato, evitando forzature e invasioni di campo. Questo processo sarebbe favorito da una forma di immunità (che ricordiamolo fu introdotta dai padri costituenti) purché concordata a larga maggioranza.

Romano auspica un ritorno all’immunità, ma il suo aggrapparsi ai “padri costituenti” sembra solo un argomento peloso per dar forza alle sue tesi; ci sono infatti argomenti ben piu’ persuasivi che giustificano le tesi opposte, primo di quegli argomenti il fatto che ognuno puo’ capire da solo, nonostante i tentativi di alcuni intellettuali di infangare l’intelletto: non puo’ certo essere un capo di governo inquisito in molti processi per fatti gravi e gravissimi che risalgono ad anni in cui quel soggetto non rivestiva alcun ruolo istituzionale a poter mettere mano ad eventuali riforme sull’immunità e sulla giustizia. Anche a prescindere da qualsivoglia altra considerazione giuridica e politica, Berlusconi che mette mano a quelle riforme sarebbe visto dall’opinione pubblica, sia in Italia sia all’estero (e non senza ragioni), come Bin Laden che legifera in tema di terrorismo o un pedofilo in tema di tutela dei minori. La “tregua” di cui parla Romano sembra allora la resa dello stato di diritto.

Scrive Scalfari:

Ha ragione Napolitano quando dice che non è per via di processi che si elimina un avversario politico fin tanto che gli rimane la fiducia della maggioranza. Ma è altrettanto vero che gran parte di quella fiducia si verifica meglio alla luce di processi e sentenze che mettano in chiaro passaggi rimasti per troppi anni oscuri e inquietanti. Noi pensiamo che sia questa la buona democrazia. Intanto, il governo ha il diritto e il dovere di governare. Se cominciasse a farlo invece di restare perennemente in “surplace” sarebbe un buon risultato.

Se Romano crede di trovare la soluzione nell’immunità (che però sarebbe meglio chiamare con il suo vero nome: impunità), Scalfari invece si limita a concludere che “il governo ha il diritto e il dovere di governare”. Ma sul come Silvio Berlusconi possa governare in questa situazione, Scalfari nulla dice. E tuttavia vale forse la pena notare che sia Romano sia Scalfari, nonostante sostengano tesi contrapposte e non conciliabili, concordano con il Presidente Napolitano che aveva detto:

“Va ribadito che nulla può abbattere un governo che abbia la fiducia della maggioranza del Parlamento, in quanto poggi sulla coesione della coalizione che ha ottenuto dai cittadini-elettori il consenso necessario per governare.”

Senza tornare a ripetere gli argomenti che mi fanno sostenere che Napolitano sbaglia – e con lui tutti coloro che per convinzione, opportunismo o timidezza sostengono le stesse tesi del Presidente della Repubblica – vale la pena, io credo, fare alcune considerazioni di carattere generale. Non sull’ultima crisi insomma si dovrebbe a questo punto riflettere ma sul male oscuro che sta consumando la nostra disgraziatissima Repubblica, mentre c’è già chi vuole crocifiggere la bandiera, affrettando il calvario della giovane morente.

Nei prossimi giorni cercherò di scrivere qualcosa su quel male oscuro, per ora basti segnalare che l’informazione fa sicuramente parte di quel calvario. In quell’editoriale su Repubblica, per esempio, a proposito del processo Andreotti, Eugenio Scalfari scrive:

Fu condannato con gravissime motivazioni. Poi, nei successivi gradi di giurisdizione, le sentenze furono riviste e ritoccate. Infine nell’ultimo passaggio fu assolto, in parte con formula piena e in parte con formula dubitativa.

E’ mai possibile che Scalfari non conosca i fatti? Nel breve video qui sotto, il giudice Giancarlo Caselli, procuratore capo antimafia a Palermo dal 1993 al 1999 e ora procuratore capo della Repubblica a Torino, ricostruisce la verita’ giuridica e giudiziaria ricordando i documenti ufficiali.

Al capezzale della Repubblica – seconda parte

Al capezzale della Repubblica – terza parte


Brenda, Mattia Feltri e il guazzabuglio della stampa italiana

22 novembre 2009

Oggi sulla Stampa Mattia Feltri prova a ragionare sulla parola “transessuale”: maschile o femminile, il o la? Nella grande confusione italiana, va riconosciuto a Feltri di averci almeno provato; tra il serio e il faceto, con molta ironia e forse troppa leggerezza, i risultati di questo sforzo sono tuttavia deludenti.

Scrive Feltri all’inizio del suo articolo, “Il” o “la” trans? Il guazzabuglio è anche lessicale:

Dicono e scrivono Brenda al femminile o al maschile, per come gli esce sul momento dalla bocca o dalla penna. Tutto buono: lo spiega anche il dizionario Devoto-Oli, «transessuale», aggettivo e sostantivo, maschile e femminile, da declinare a seconda della massima confusione.

La confusione c’e’ sicuramente, ma solo se s’ignora la letteratura scientifica e l’esperienza dei diretti interessati, visti questi solo come oggetto sessuale di maschi in cerca di emozioni e non come persone la cui dignita’ va rispettata e la cui identita’ sicuramente non va cercata nell’ignoranza di quei maschi, clienti o giornalisti che siano. Invece quei giornalisti e opinionisti scrivono e parlano di transessuali solo in funzione di, e cosi’ fa anche Mattia Feltri sulla Stampa di oggi. L’articolo mischia sesso e genere, ironia e ignoranza, Vladimir Luxuria ed Elisabetta Gardini, il Grande Fratello e il complesso d’Edipo. Feltri scrive:

E’ una babilonia, si va a trans terrorizzati dall’eventualità di essere scoperti, interminabili file notturne di maschi che le teorie accademiche vogliono smarriti, complessi di Edipo all’opposto e cose così, file di maschi ancora più terrorizzati dall’ipotesi della loro omosessualità, potenziale o già espressa. Non sanno che pensare della propria indole. Non sanno se sono andati con un trans o con una trans, non sanno che cosa era, se prevaleva nell’aspetto e nel desiderio la parte sopra o la parte sotto.

Dimmi cosa fai a letto e ti diro’ chi sei. Questo e’ il livello del “dibattito”, questa e’ la nostra tradizione fatta di repressione culturale e sessuale di intere generazioni costrette a subire quella cultura sessuofoba, il sesso come peccato, il moralismo che nasce dall’ignoranza e dalla paura. Come meravigliarsi allora se la pornografia sia non solo cosi’ diffusa ma la vera scuola di sesso in una societa’ che ne e’ ossessionata proprio perche’ lo ha sempre rinnegato, visto come cosa immonda, ripudiato negli atti impuri del confessionale e nei bordelli dove il maschio poteva trovare sollievo da una cultura che imponeva (impone?) la verginita’ della donna come modello di purezza. Nella tradizione da cui veniamo – tradizione sempre invocata per difendere le nostre radici, come se fossimo piante! –  quel maschio e’ carnefice e vittima al tempo stesso, nella sua mente la donna e’ di due tipi: la madre, la moglie e la figlia, da rispettare e proteggere, e la prostituta, la donna che puo’ soddisfare le sue passioni, represse da quella tradizione come peccati della carne. Il maschio che si fa vanto delle sue conquiste ma che ancora usa la parola “puttana” e simili a mo’ d’insulto verso una donna, verso tutte le donne. Messi fuori legge i bordelli, quella tradizione millenaria continua come e dove puo’.

Ed e’ questa tradizione lo sfondo culturale, antropologico, la cornice che inquadra il “dibattito” su transessuali e prostituzione a seguito degli ultimi scandali dati in pasto dai mezzi d’informazione a un’opinione pubblica che brancola nel buio dell’ignoranza, eccitata dai propri pregiudizi, come tanti schiavi compiacenti delle proprie catene. Si, perche’ nella cultura sessista italiana, in quel machismo che ancora caratterizza non solo la cultura popolare ma soprattutto i commenti di eruditi e maître à penser, e’ evidente la paura dell’ignoranza. Scrivevo qualche giorno fa’ in Brenda e la grammatica della paura a proposito di quel dettaglio, il o la transessuale:

Un piccolo dettaglio, un’inezia forse che pero’ puo’ farci riflettere se il diavolo si nasconde davvero nei dettagli. Se cosi’ e’, forse quel dettaglio puo’ aiutarci a illuminare noi stessi e a guardarci allo specchio, come singoli e come società: i tabú, i pregiudizi, il moralismo e il sessismo che perseverano, quasi aggrappandosi alle regole di una grammatica immutabile per non affondare nell’ignoranza abissale di una cultura e di una societa’ incapaci di capire e con la paura di cambiare.

E puntualmente Mattia Feltri oggi sulla Stampa sente la necessita’ di aggrapparsi a quella grammatica, “lo spiega anche il dizionario Devoto-Oli”. Ovviamente il dizionario non spiega nulla; ci sono nomi nella lingua italiana che hanno un’unica forma per il maschile e per il femminile (sia al singolare sia al plurale) e che possono essere distinti solo dall’articolo, dalla coniugazione (verbo) e dalla declinazione (aggettivo e pronome): nipote, consorte, parente, cantante, insegnante, agente, amante, ecc. Se la parola “transessuale” genera ancora cosi’ tanta confusione, forse il dizionario andrebbe affiancato da una letteratura scientifica vasta e facilmente disponibile, in grado di far saltare i tabu’ e la morale costruiti sull’ignoranza, il dogma e la superstizione e dar vita invece ad un’etica che parta dalla scienza, dalla conoscenza, dove il vero “peccato” e’ l’ignoranza. Invece siamo ancora fermi alla Bibbia, “maschio e femmina li creò”, come la Chiesa Cattolica non si stanca mai di ricordarci.

Purtroppo Feltri termina il suo articolo laddove avrebbe dovuto iniziarlo – “i maschi saranno disorientati, ma le donne si scoprono disarmate” (ma davvero e’ cosi’? Sicuramente non tutti i maschi sono disorientati e non tutte le donne si scoprono disarmate…) – e sembra non accorgersi che per tutto l’articolo i/le transessuali vengono presi in considerazione solo in funzione di. Dispiace e fa riflettere anche che Feltri non abbia criticato il suo stesso giornale, la Stampa, uno di quei tanti quotidiani che ancora si ostinano a titolare “Morto il trans Brenda”.

Ma c’e’ di peggio. Mattia Feltri incorre in un errore purtroppo comune in Italia:

Negli Stati Uniti si è pensato di risolvere la questione con una trovata semantica, un compromesso storico dell’erotismo: i trans si dicono shemale, o she-male, che tradotto alla lettera sta per «lei-maschio». Oppure, se è una donna diventata uomo, si dice hemale, «lui-femmina», sebbene sia un termine che circola molto meno.

Feltri e la Stampa dovrebbero sapere che quei termini non sono il “compromesso storico dell’erotismo”; sono invece probabilmente il frutto dell’industria pornografica, non vengono nemmeno rubricati nei dizionari di lingua inglese e soprattutto sono considerati altamente offensivi, alla stregua di termini come “nigger” per gli Afro-Americani, “faggot” per i gay o “Christ-killer” per gli ebrei.

Quel “guazzabuglio” andava esposto per quello che e’, senza tanti giri di parole: semplice ignoranza, da illuminare da scienza e ragione. Invece sembra quell’ignoranza venga perpetuata anche dalla stampa “colta”, che continua a perseverare nei suoi errori. I pregiudizi, come si sa, nascono dall’ignoranza e cosi’ pure il fanatismo. Siamo tutti alieni finche’ non impariamo a conoscerci; anche a questo – vale la pena ricordarlo – dovrebbero servire i mezzi d’informazione.

P.S. Come mi fa notare Fabio Chiusi, la confusione sembra alta sotto i cieli della stampa italiana; il Corriere della Sera di oggi per esempio usa la parola“matricidio” nel titolo di un articolo su un triste caso di cronaca nera dove e’ la madre a uccidere il figlio.

Sullo stesso argomento: Brenda e la grammatica della paura


Brenda e la grammatica della paura

20 novembre 2009

La morte della transessuale Brenda getta ombre ancora piu’ inquietanti su tutta la vicenda Marrazzo, vicenda che gia’ puzzava di marcio dall’inizio, quando quei carabinieri (!) hanno fatto irruzione nell’appartamento di via Gradoli a Roma per – almeno cosi’ sembra – incastrare il governatore del Lazio. La reticenza, l’ipocrisia e le mezze verita’ del governatore non hanno certo aiutato a chiarire questa storia ma ora almeno un punto sembra chiaro: c’e’ chi non vuole che la verita’ venga a galla ed e’ disposto ad ammazzare per nasconderla.

C’e’ pero’ un altro aspetto di questa storia che forse appassiona di meno, senza misteri e buchi della serratura. Un dettaglio, piccolo da nascondersi dietro articoli e declinazioni ma che rivela l’ignoranza di giornalisti e direttori di giornale che perseverano nei loro errori e continuano a parlare al maschile, anche dopo la morte della transessuale Brenda. Un piccolo dettaglio, un’inezia forse che pero’ puo’ farci riflettere se il diavolo si nasconde davvero nei dettagli. Se cosi’ e’, forse quel dettaglio puo’ aiutarci a illuminare noi stessi e a guardarci allo specchio, come singoli e come società: i tabú, i pregiudizi, il moralismo e il sessismo che perseverano, quasi aggrappandosi alle regole di una grammatica immutabile per non affondare nell’ignoranza abissale di una cultura e di una societa’ incapaci di capire e con la paura di cambiare.

Negli esempi qui sotto, alcuni giornali hanno imparato – finalmente – ad usare il genere corretto nei loro titoli e articoli; altri continuano ad illudersi che la grammatica possa salvarli dalla paura della loro ignoranza. Uno spettacolo – quello che segue – che filosofi, sociologi, psicologi e linguisti troveranno sicuramente interessante.

Corriere della Sera

il Giornale

la Stampa

il Tempo

Avvenire

il Resto del Carlino

la Repubblica

il Messaggero

il Mattino

l'Unità