Il PD (QUASI) al completo al No Berlusconi Day

4 dicembre 2009

il cartello per il No B Day del Senatore Ignazio Marino

Rosy Bindi, Presidente del Partito Democratico sarà domani al No Berlusconi Day:

Ho risolto il mio conflitto di interessi. Ci saranno tanti elettori e aderenti del Pd e da presidente devo rappresentare anche loro. Devono sentirsi a casa loro nella piazza e nel Pd”.

Brava Presidente!

Il senatore del PD, Ignazio Marino, oggi ha dichiarato:

Da quando esiste, il Governo Berlusconi non ha fatto altro che tentare di smantellare i principi di unità, di solidarietà, di uguaglianza che sono alla base della convivenza di un paese democratico. Non è una sorpresa se dico che attraversiamo una vera emergenza nazionale in cui sono messi in discussione capisaldi come la supremazia della Costituzione, l’uguaglianza dei cittadini di fronte ala legge, la laicità dello Stato, basti pensare alle crociate della destra contro la RU486 e contro il testamento biologico, per impedire la libertà di scegliere.

Di fronte a questa situazione non è solo giusto protestare, è un dovere!

E’ invece sbagliato sminuire la portata della protesta e non ascoltare un popolo che non vuole accettare l’indifferenza, che possiede la grandisssima forza dettata dalla spontaneità e dalla convinzione nelle idee.

Come sapete io ho aderito fin dall’inizio al No B Day perché sono molto preoccupato per la democrazia e per il mio Paese. Noi in piazza ci saremo perché vogliamo sentirci liberi di dire No a Berlsusconi e Si all’alternativa.

Marino da’ appuntamento per domani: Per percorrere assieme il corteo di domani verso piazza San Giovanni, l’appuntamento è alle 13.30 davanti alla Chiesa di Santa Maria degli Angeli in Piazza Esedra a Roma. Io ci sono!

Tra i dirigenti del PD domani al No Berlusconi Day: Rosy Bondi (Presidente PD), Ivan Scalfarotto (vicepresidente PD), Dario Franceschini, Walter Veltroni, Giovanna Melandri, Vincenzo Vita, Ignazio Marino, Debora Serracchiani, Furio Colombo, Giuseppe Civati, Ermete Realacci e molti altri.

Su Facebook la pagina quelli del Pd che il 5 Dicembre ci saranno. Piu’ informazioni sul No Berlusconi Day QUI e QUI.

Il segretario Bersani guarderà sicuramente la manifestazione alla TV, insieme a molti altri dirigenti che ora disdegnano quella piazza che solo poche settimane fa’ hanno chiamato a raccolta alle primarie.

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Il PD, il No Berlusconi Day e il principio di non contraddizione

3 dicembre 2009

A proposito del principio di non contraddizione di cui scrivevo ieri: il PD e i suoi dirigenti possono incamminarsi, come sembra stiano gia’ facendo, sulla strada delle riforme istituzionali, accordandosi con la maggioranza e con chi oggi quella maggioranza guida, cioe’ Silvio Berlusconi; oppure, il PD e i suoi dirigenti possono partecipare al No Berlusconi Day di sabato 5 dicembre, che ha come titolo “Una manifestazione nazionale per chiedere le dimissioni di Berlusconi”. Quello che non è possibile – da un punto di vista logico, prima ancora che politico – è, per il PD e per i suoi dirigenti, fare entrambe le cose, cioe’ mettersi d’accordo con la maggioranza di Berluconi a proposito delle riforme e contemporaneamente partecipare alla manifestazione che chiede le dimissioni di Berlusconi.

Invece, ancora una volta, sembra che nel nostro disgraziato paese il principio di non contraddizione venga calpestato; non da Bersani che ha detto – coerentemente con le sue scelte politiche – che il PD (come tale) e lui (come segretario) non partecipera’ alla manifestazione; non da Di Pietro, che – anche lui coerentemente – ha da subito aderito al No Berlusconi Day e ora si oppone a quello che lui chiama “inciucio”, cioe’ agli accordi sulle riforme con questa maggioranza di governo guidata da Berlusconi. Il problema – ed e’ un problema importante, di coerenza politica – si presenta per tutti coloro che parteciperanno al No Berlusconi Day mentre – allo stesso tempo e sfidando la logica – lavorano anche dentro le istituzioni per portare avanti questo progetto di dialogo in vista di un accordo sulle riforme: come si puo’ scendere in piazza per chiedere le dimissioni di Berlusconi quando in Parlamento si lavora per fare quelle riforme con Berlusconi? Insomma, le due cose sono entrambe legittime e pero’ l’una esclude l’altra.

Ci sarebbe molto da dire su un Parlamento di nominati (e non di eletti) che si appresta a mettere mano alla Costituzione repubblicana nel momento piu’ tragico di quella Repubblica, sotto gli attacchi che a quella Costituzione vengono sferrati da una parte politica per difendere chi quella parte politica guida dal legittimo lavoro della magistratura, terzo potere, autonomo e distinto, dello Stato, come troppo spesso si dimentica. In queste condizioni, ne potrebbe uscire solo il mostro di Frankesntein.

Ecco quindi che c’e’ un problema di coerenza politica per tutti quei dirigenti e parlamentari del PD che hanno aderito alla manifestazione del 5 dicembre ma che, allo stesso tempo, seguendo la linea politica del loro partito, lavorano in queste ore per il dialogo con Berlusconi in vista di un accordo sulle riforme istituzionali.

Dario Franceschini, Walter Veltroni, Giovanna Melandri, Vincenzo Vita, Ignazio Marino, Ivan Scalfarotto, Debora Serracchiani, Furio Colombo, Giuseppe Civati, Ermete Realacci e molti altri dirigenti del PD – insieme a moltissimi iscritti, simpatizzanti ed elettori (compreso chi scrive questo articolo) – parteciperanno al No Berluconi Day per chiedere le dimissioni di Berlusconi. Io credo facciano benissimo, vista l’agonia della Repubblica. E tuttavia, il principio di non contraddizione vuole che si faccia chiarezza.

L’ho gia’ scritto molte volte su questo blog, Silvio Berlusconi non è la patologia all’interno di un sistema sano; Berlusconi rappresenta la fisiologia di un sistema in cangrena da decenni. Un sistema di potere chiuso, asfittico, immobile, corrotto, autoreferenziale, omertoso, ignorante, isolato dal resto del mondo, proietatto verso il passato, contrario a qualsiasi riforma. Un sistema familistico e tribale che rifiuta il diritto di cittadinanza, la competizione, la meritocrazia, la legalità e dove il nome di famiglia e l’appartenenza al clan sono la valuta accettata nelle universita’, negli ospedali, nelle redazioni dei giornali, in televisione, nello spettacolo, nell’industria e nella finanza. C’è chi vorrebbe addossare a Berlusconi la responsabilità di tutto questo, la personificazione del male. E’ tipico delle società primitive semplificare, deformare, mitizzare la realtà, imprigionarla e nasconderla agli occhi profani con l’aiuto di dei e demoni. Ora l’uomo forte a cui affidarsi, il duce, l’unto dal Signore; ora il capro espiatorio da sgozzare e sacrificare agli dei.

E tuttavia credo la manifestazione del 5 dicembre sia non solo utile ma necessaria; la Repubblica rischia ogni giorno di caderci addosso e seppellirci sotto un regime autoritario, ormai pronto in tutto meno che nella forma. In questo quadro, che in troppi stanno sottovalutando, i promotori del No Berlusconi Day vanno ringraziati per avere alzato la guardia quando quella guardia dev’essere alzata da tutti coloro che vogliono difendere quel poco che ci resta di democrazia, libertà e decenza.


Furio Colombo e “l’atteggiamento omertoso della corporazione giornalistica italiana”

10 ottobre 2009
Furio Colombo

Furio Colombo

A proposito del Nobel per la Pace a Obama, Furio Colombo scrive un interessante articolo sul nuovo quotidiano il Fatto. Purtroppo però riesce a inserire nell’articolo uno dei suoi, ormai famosi, strafalcioni:

Questo perchè non ha attraversato il mondo quando il Nobel per la Pace era toccato a Kissinger e a Le Duc Toh per la fine della guerra in Vietnam. O a Begin e Arafat per l’accordo di pace Israele-Palestina, mai consumato.

Controllando sul sito ufficiale del Nobel per la Pace, si scopre che in realtà l’importante riconoscimento fu assegnato nel 1978 a Anwar al-Sadat e Menachem Begin e nel 1994 a Yasser Arafat, Shimon Peres, Yitzhak Rabin.

Difficile davvero spiegare tanta confusione da parte dell’illustre giornalista italiano, per di piu’ su un tema cosí importante, il conflitto mediorientale. Un semplice controllo delle fonti, reso facilissimo dalla Rete, avrebbe evitato a Colombo l’ennesima figuraccia. Ma chi è che non fa errori? Sbagliare è umano e non c’è nulla di male, a patto però che si tenga presente il famoso adagio latino, errare humanum est, perseverare autem diabolicum. E Colombo sembra davvero perseverare.

Il giornalista americano Wolfgang M. Achtner, nel suo libro Penne, Antenne e Quarto Potere, pubblicato nel 1996 da Baldini e Castoldi con una prefazione di Giorgio Bocca, dedica a Furio Colombo quasi cinque intere pagine (da p. 47 a p. 51) per raccontare le avventure davvero rocambolesche del famoso giornalista italiano e del suo macroscopico conflitto d’interessi negli anni in cui era commentatore da New York per la Stampa (di proprietà della FIAT) e per la RAI e allo stesso tempo figurava sul libro paga della società della famiglia Agnelli come presidente di FIAT USA. Scrive Achtner:

“E’ senz’altro sorprendente che lo stesso Colombo, che pure in Italia viene considerato un giornalista tra i piu’ prestigiosi e, soprattutto, un fine conoscitore del giornalismo americano, non abbia egli stesso avvertito l’insostenibilità di una tale situazione”

Achtner riporta il lavoro di due giornalisti americani, Samantha Conti e Anthony Shugaar, su come Furio Colombo ottenne la cattedra di Giornalismo Internazionale alla prestigiosa Columbia University di New York nel giugno del 1991:

Contrariamente a quanto lasciato intendere dalla Columbia University e da Furio Colombo, apparirebbe che questa cattedra non fosse stata assegnata al giornalista italiano in riconoscimento di titoli particolari. Secondo quanto dichiarato dai professori Garland e Rothmeyer, la cattedra fu istituita in seguito a un lascito della Banca San Paolo di Torino, a condizione che la stessa venisse assegnata allo stesso Colombo. Entrambi i professori americani sostengono che, oltre a quella di Colombo, non vennero prese in considerazione altre candidature.  Nell’articolo di Samantha Conti, questa versione dei fatti vine confermata da due alti dirigenti della banca torinese. Secondo quanto affermato da Giorgio Agagliati, capo della sezione cultura dell’ufficio stampa della Banca San Paolo, fu lo stesso Colombo a suggerire che il lascito di 1,8 milioni di dollari per la cattedra venisse aggiunto a una precedente donazione di 17,5 milioni di dollari del governo italiano. I fondi donati dal governo italiano dovevano servire per il restauro della “Casa Italiana”, alla Columbia University, e per aprire la “Italian Academy for Advanced Studies in America”, una scuola di specializzazione per laureati. E, secondo quanto dichiarato da Luisella Giorda, capo dell’ufficio relazioni estere della Banca San Paolo, “era un desiderio di Furio Colombo che istituissimo questa cattedra di giornalismo internazionale”.

Chiosa Achtner: “Chiunque ignori l’atteggiamento omertoso della corporazione giornalistica italiana potrebbe trovare strano che nessuno degli inviati negli Stati Uniti abbia mai scritto un articolo su questo caso”.

Riportando una serie di strafalcioni imbarazzanti di Furio Colombo, Achtner torna sul tema con cui abbiamo aperto questo articolo, cioè il controllo delle fonti:

per quanto riguarda la sua attività giornalistica appare evidente che Furio Colombo, come gran parte dei giornalisti italiani, trova il controllo delle fonti nel completamento di un articolo un’attività del tutto superflua.

Davvero dispiace trovare i vecchi vizi del giornalismo italiano nel nuovo quotidiano il Fatto; i cittadini meriterebbero sicuramente di meglio.

Infine è da notare che il giornalista Furio Colombo è anche il deputato Furio Colombo, nominato dal Partito Democratico alla Camera dei Deputati. Ricordiamo quando, qualche anno fa’, Indro Montanelli rifiutò la nomina di Senatore a vita, offertagli dall’allora Presidente della Repubblica Cossiga. “Poi m’avrebbe creato dei vincoli di riconoscenza che avrebbero limitato le mie libertà” spiegò Montanelli nel libro Soltanto un giornalista, una raccolta di conversazioni con Tiziana Abate, pubblicato da Rizzoli nel 2003.

Ecco, sogniamo un paese dove i giornalisti fanno i giornalisti, i politici fanno i politici, gli imprenditori fanno gli imprenditori, i magistrati fanno i magistrati, gli artisti fanno gli artisti… ma la realtà è quella di un paese dove il moralismo perbenista si eccita solo per additare le veline, l’anello piu’ appariscente ma anche quello piu’ debole e sicuramente non il piu’ dannoso della catena corporativa e omertosa tricolore. Gli italiani hanno molti difetti ma non sono stupidi e riescono ad avvertire l’ipocrisia di coloro che parlano di conflitto d’interessi solo quando il conflitto è dall’altra parte. Forse anche per questo, e non solo per le sue televisioni, ci sono tanti italiani che ancora votano per Berlusconi.


PD: Lasciate ogni speranza, voi ch’entrate

12 settembre 2009

Quando quest’estate Beppe Grillo ha provato a iscriversi al Partito Democratico, la commissione di garanzia di quel partito si è riunita d’urgenza, ha deliberato a porte chiuse e – senza un dibattimento, senza ascoltare le parti coinvolte e le loro ragioni – ha deciso che Grillo non poteva registrarsi nell’anagrafe del partito perché “egli ispira e si riconosce in un movimento politico ostile al Pd”. Pochissime voci si alzarono allora per criticare il partito che si vuol chiamare democratico e poi agisce con metodi piu’ vicini ai soviet della Russia stalinista o a un tribunale dell’Inquisizione; non ci si meraviglio’ piu’ di tanto, abituati dalla partitocrazia italiana e dalla sua allergia a tutto cio’ che è cultura liberal-democratica.

Scacciato Grillo, quella commissione – la cui esistenza fu una novità per la maggior parte dei cittadini italiani e degli iscritti al PD – tornò a sonnecchiare nell’oblio da cui risorge soltanto per chiudere le porte in faccia a quanti vogliono entrare o candidarsi alla guida del partito. Un partito chiuso, una macchina di potere che serve solo gli interessi della sua incompetente classe dirigente, il PD ha via via detto di no a Pannella, ai radicali, a Colombo, a Di Pietro e continua in queste ore ad opporsi ad un confronto aperto e democratico tra le tre mozioni che si contendono la segreteria; Bersani e Franceschini, spaventati dalla mozione Marino, non ne vogliono sapere degli iscritti, militanti e simpatizzanti (e quindi elettori) che chiedono a gran voce che il confronto si faccia.

Intanto Francesco Rutelli, figura di spicco tra i sostenitori di Dario Franceschini, rispolvera il linguaggio democristiano e – dagli Stati Generali del Centro organizzati dall’Udc – fa’ sapere che lui è gia’ con un piede fuori dal PD e pronto alla grande crociata, benedetta da Santa Romana Chiesa, di un partito clericale insieme ai fondamentalisti cattolici dell’UDC.

Sara’ difficile per Gianfranco Fini, anche lui invitato agli Stati Generali del Centro, conciliare una sua eventuale alleanza con gli integralisti religiosi e allo stesso tempo ispirarsi alla cultura liberale, laica e modernizzatrice di cui ha parlato solo pochi giorni fa’; anche nel deserto etico della politica italiana, Fini – ormai profeta inascoltato all’interno del suo stesso schieramento – avrebbe difficoltà a conciliare la sua nuova linea politica, soprattutto in tema di laicita’, con personaggi (Buttiglione per esempio) che sono addirittura tenuti alla larga dalle istituzioni europee a causa dei loro pregiudizi omofobi e clericali. A meno che il Presidente della Camera voglia tornare al 1998 quando – al Maurizio Costanzo Show – dichiarava: “Lo so, ora l’intelighenzia mi farà a fettine, ma io la penso così: un maestro elementare dichiaratamente omosessuale non può fare il maestro”.

La maleducazione politica è ancora piu’ stridente all’interno del PD dove i pregiudizi razzisti e omofobi vengono accolti come ricchezza culturale e si permette a Binetti e i teodem di rilanciare accostamenti tra pedofilia e omosessualità, bloccare qualsiasi riforma progressista e liberale in tema di unioni omosessuali, omofobia, testamento biologico, e tutti quei temi che l’ignavia della classe dirigente del partito chiama “temi etici”.

Ora che Rutelli – alla luce del sole – “ispira e si riconosce in un movimento politico ostile al Pd”, cosa farà la commissione di garanzia di quel partito? Lontano da quella vocazione maggioritaria strombazzata a parole ma negata nei fatti, il PD sembra sempre piu’ un partito a vocazione suicida. Il messaggio è chiaro: Lasciate ogni speranza, voi ch’entrate.