Scalfari – de Bortoli: un altro episodio della saga avvelenata

14 ottobre 2009

Come vi promettevamo ieri, la saga avvelenata di Scalfari e de Bortoli si arricchisce oggi di un nuovo episodio; una nuova risposta del direttore del Corriere della Sera a Eugenio Scalfari. De Bortoli si toglie piu’ d’un sassolino dalle scarpe. Per gli appassionati del genere, potete rileggere le puntate precedenti qui.

Intanto la saga si arricchisce di particolari sempre piu’ avvelenati. Sembra una soap-opera all’amatriciana, uno spettacolo da crepuscolo della Repubblica.

P.S. Sembra che a Eugenio Scalfari non bastino piu’ ne’ il partito-Repubblica ne’ gli attacchi al Corriere della Sera e al suo direttore; ora vuole decidere perfino delle sorti del Partito Democratico. Forse non è solo il Bananiero Capo a soffrire della sindrome di Napoleone. Su questo argomento leggi Il Profeta Scalfari e la Terra Promessa del Partito Democratico

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Scalfari – de Bortoli: la saga avvelenata continua

13 ottobre 2009
il direttore del Corriere della Sera, Ferruccio de Bortoli

il direttore del Corriere della Sera, Ferruccio de Bortoli

Riassunto delle puntate precedenti

10 ottobre: Rispondendo alle critiche del capo del governo Silvio Berlusconi, che aveva attaccato il Corriere della Sera, il direttore Ferruccio de Bortoli critica il gruppo editoriale Repubblica-L’Espresso e la manifestazione sulla libertà di stampa del 3 ottobre:

“Il Corriere non veste alcuna divisa e non indossa nessun elmetto. Si è ben guardato, in questi mesi, dall’assecondare la campagna scatenata contro il premier, con vasta eco all’estero, dai suoi nemici, politici ed editoriali, e da tutti quelli che hanno ridotto l’opposizione allo sguardo insistito nella sua vita privata. Dimenticando tutto il resto. (…) Sbaglierò, ma non ho mai pensato minimamente che per difendere la mia libertà d’espressione fosse necessario scendere in piazza.”

11 ottobre: Eugenio Scalfari risponde a de Bortoli con un editoriale stizzito su Repubblica:

Sono amico di Ferruccio De Bortoli anche se spesso in questi ultimi mesi ho dissentito dalla sua linea giornalistica. Ma in casa propria ciascuno decide liberamente a quale lampione e con quale corda impiccarsi. L’articolo di ieri va però assai al di là del prevedibile.

il fondatore di Repubblica, Eugenio Scalfari

il fondatore di Repubblica, Eugenio Scalfari

Dopo aver rivendicato la patente di liberalismo – “Noi siamo liberali, caro Ferruccio. Liberali veri” – il fondatore di Repubblica parte alla carica contro il Corriere e il suo direttore, ricordando l’esperienza vergognosa di quel giornale agli albori del Fascismo e trovando anche lo spazio per una critica impietosa contro Indro Montanelli:

Ad Indro Montanelli è accaduto altrettanto, ma lui almeno se n’è accorto prima. Difese per vent’anni dalle colonne del “Giornale” le ragioni del Berlusconi imprenditore d’assalto. Si accorse nel 1994 di quale pasta fosse fatto il suo editore e lo lasciò con una drammatica rottura. Ma era tardi anche per lui. Se c’è un aldilà, la sua pena sarà quella di vedere Vittorio Feltri alla guida del giornale da lui fondato. Al “Corriere della Sera” quest’esperienza d’un giornalista di razza al quale dedicano un santino al giorno dovrebbero farla propria per capire qual è il gusto e il valore della libertà liberale.

La “libertà liberale” è tipica di chi crede nel liberalismo delle patenti e degli aggettivi e Scalfari si è sempre distinto per questa mania di dare lezioni di liberalismo, piu’ a parole che nei fatti.

12 ottobre: il direttore del Corriere della Sera, Ferruccio de Bortoli, risponde a Eugenio Scalfari e Marco Travaglio (anche Travaglio aveva criticato de Bortoli sul nuovo quotidiano il Fatto):

E veniamo all’editoriale di Eugenio Scalfari sulla Repubblica che ho trovato ingiusto e insultante. Mi dispiace molto. Scalfari ha letto la mia risposta di venerdì alle accuse del premier, manipolando le mie parole a suo uso e consumo. Lo considero profondamente scorretto. Il paradosso di tutta questa vicenda è che Repubblica ha fatto la sua campagna contro il premier con le notizie pubblicate… dal Corriere . Scalfari tenta di delegittimarmi moralmente perché non abbiamo seguito il suo giornale, querelato dal premier, e non siamo scesi in piazza sotto le bandiere di un partito o di un sindacato.

Il direttore de Bortoli rivendica per lui e per il Corriere indipendenza e correttezza, ricordando il lavoro del suo giornale e accusando implicitamente Scalfari e Repubblica di ipocrisia:

E dov’erano lui e il suo giornale quando D’Alema, allora al potere, se la prese con noi fino a proporre la mia cacciata dall’Ordine dei giornalisti? Li ho forse accusati, in quelle occasioni, di essersi accucciati al potere di turno? No, rispettai il loro ruolo, anche se di spettatori. Interessati. Devo andare avanti?

La puntata di oggi, martedi’ 13 ottobre

Scalfari pubblica su Repubblica Il coraggio della stampa. Dopo aver ricordato gli altri protagonisti che intanto si stanno aggiungendo a questa saga della “libera stampa” italiana:

Aggiungo che ieri il Tg1 è anch’esso intervenuto a suo modo e a supporto di un resoconto di genere minzoliniano ha intervistato Belpietro e Antonio Polito i quali non hanno trovato di meglio che dichiarare la loro non appartenenza al mio partito e la loro solidarietà con il direttore del Corriere della Sera. Questi due colleghi fanno da tempo parte organica del club di Bruno Vespa ed è evidente che prendano da me tutte le distanze possibili.

Scalfari torna all’insulto personale:

Io mi guardo bene dall’augurarmi che de Bortoli condivida le nostre idee e capisco anche che – come scriveva il Manzoni – “il coraggio chi non ce l’ha non se lo può dare”.

E’ evidente che l’Ego – sempre abbondante tra i giornalisti italiani, che forse hanno preso troppo alla lettera il famoso motto di McLuhan, il mezzo e’ il messaggio – sta straripando e che ormai la saga è resa antipatica e difficile da seguire, infarcita com’e’ di insulti e attacchi personali che nulla aggiungono al dibattito, che pure avrebbe potuto essere importante e salutare. A questo punto non sappiamo come i poveri lettori italiani possano giovarsi di questa saga avvelenata; quei lettori già vivono in una società assai povera di liberal-democrazia, dove ogni tema viene ideologizzato e invece di costruire ponti si ereggono muri.

L’Italia, lo sappiamo tutti, non è certamente la patria della libertà di stampa ne’ di sua madre, la libertà d’espressione, ne’ di sua nonna, la libertà. Ne abbiamo scritto spesso su questo blog e crediamo il tema sia fin troppo serio per ridurlo ad una saga dove i rancori, gli attacchi personali, la lotta politica e gli interessi economici rischiano di deformare i punti di vista, creare il muro contro muro e lasciare sul campo solo macerie.

La saga continua…

AGGIORNAMENTO MERCOLEDI’ 14 OTTOBRE 2009: Scalfari – de Bortoli: un altro episodio della saga avvelenata


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Scalfari e de Bortoli vanno alla guerra

11 ottobre 2009

informazione

La “libera stampa” italiana continua a parlarsi addosso. Bruttissimo segno. Oggi, Eugenio Scalfari contro Ferruccio de Bortoli. Ieri, Corriere della Sera contro Repubblica. Entrambi gli articoli contengono spunti interessanti e intelligenti, ma questa gara a chi è piu’ liberale degli altri è, francamente, patetica in un paese che di liberal-democrazia ne conosce ben poca, anche sulla “libera stampa”.

E’ molto, molto preoccupante, per esempio, quando uno dei piu’ noti scienziati italiani nel mondo, Margherita Hack, non riesce nemmeno a farsi pubblicare una lettera aperta al Presidente della Repubblica su quella “libera stampa”; a prescindere dal merito delle critiche (si puo’ essere d’accordo o meno, come sempre) che la liberta’ d’espressione sia cosi’ calpestata anche da coloro che pochi giorni fa’ sono scesi in piazza per difenderla, la dice lunga sullo stato della liberta’ e della democrazia in Italia. Ci vergogniamo a ricordare l’ovvio, ma la liberta’ d’espressione (di cui la liberta’ di stampa e’ una manifestazione) va difesa e tutelata proprio quando non siamo d’accordo nel merito, per le opinioni che non condividiamo; anche Mussolini, Hitler o Stalin difendevano la libertà d’espressione delle opinioni con cui erano d’accordo. Su questo semplicissimo ma fondamentale principio, che risale almeno a Voltaire e all’Illuminismo, sembra in Italia ci sia ancora tanta, troppa confusione. Una confusione pericolosissima.

Tornando alla guerra – e senza entrare qui nel merito dei problemi gravissimi sotto cui la Repubblica (quella di tutti) sta morendo – l’articolo di Ferruccio de Bortoli riflette l’autore: educato, mite, mai volgare, capace di dire cose “controverse” senza offendere. Nell’Italia di chi urla piu’ forte, quella mitezza e quella buona educazione vengono scambiate per debolezza e arrendevolezza. E tuttavia De Bortoli non ci convince completamente con il suo ragionamento che crediamo sottovaluti la serietà di questo delicatissimo momento nella vita della Repubblica (quella di tutti).

Sull’altro fronte, Eugenio Scalfari ci sembra colga meglio il pericolo – serio, reale e presente – della morte della Repubblica (quella di tutti) nonostante l’arroganza e il cattivo gusto con cui, sempre, infarcisce i suoi chilometrici articoli. Sfortunatamente Scalfari riesce a superare se stesso e con la sua faccia di bronzo critica Indro Montanelli alla fine del suo articolo; dopo aver ricordato la bruttissima e vergognosa esperienza del Corriere della Sera agli albori della dittatura fascista, Scalfari conclude il suo pezzo:

Ad Indro Montanelli è accaduto altrettanto, ma lui almeno se n’è accorto prima. Difese per vent’anni dalle colonne del “Giornale” le ragioni del Berlusconi imprenditore d’assalto. Si accorse nel 1994 di quale pasta fosse fatto il suo editore e lo lasciò con una drammatica rottura. Ma era tardi anche per lui. Se c’è un aldilà, la sua pena sarà quella di vedere Vittorio Feltri alla guida del giornale da lui fondato. Al “Corriere della Sera” quest’esperienza d’un giornalista di razza al quale dedicano un santino al giorno dovrebbero farla propria per capire qual è il gusto e il valore della libertà liberale.

Si rimane basiti leggendo certe cose, una lezione di liberalismo post-mortem da chi, francamente, di liberalismo si è sempre piu’ riempito la bocca che dimostrato di capirlo con i comportamenti, come quando chiese la censura di Montanelli da parte della TV pubblica. All’indecenza non c’è limite, si sa, ma continuiamo a leggerlo, per carità. Magari turandoci il naso.

AGGIORNAMENTO – LUNEDI’ 12 OTTOBRE 2009: Oggi il direttore del Corriere della Sera, Ferruccio de Bortoli, risponde a Eugenio Scalfari e Marco Travaglio che ieri lo avevano criticato duramente. OK che il mezzo è il messaggio, ma qui si esagera!

AGGIORNAMENTO – MARTEDI’ 13 OTTOBRE 2009: Scalfari – de Bortoli: la saga avvelenata continua


Scudo fiscale, libertà di stampa e la salute della Repubblica

5 ottobre 2009

emblema

Scudo Fiscale

Nonostante si sia cercato da piu’ parti di nascondere lo scandalo vero (assenze in Aula dei parlamentari dell’opposizione) con uno scandalo falso (critiche di Di Pietro al Presidente della Repubblica), sale il malumore nel paese. Non esiste nel nostro ordinamento il reato di lesa maestà e le critiche di Di Pietro al Capo dello Stato rientrano nelle prerogative costituzionali di un parlamentare della Repubblica; nonostante i toni, che possono non piacere, non è possibile censurare le parole del leader dell’Italia dei Valori senza violare la Costituzione. Con il finto scandalo, politici e mezzi d’informazione vorrebbero coprire l’indecenza di questa legge immorale, lo scudo fiscale, e le responsabilità di un’opposizione ancora piu’ indecente. Benissimo ha fatto il nuovo quotidiano il Fatto a pubblicare i nomi dei deputati assenti e a stigmatizzare l’accaduto.

La classe dirigente del PD è allo sbando. Massimo D’Alema, gia’ Presidente del Consiglio dei ministri e parlamentare di lungo corso, cosí spiega la sua assenza dalla Camera dei Deputati per il voto sulle pregiudiziali di incostituzionalità sullo scudo fiscale:

“avevo una manifestazione e non mi era stato spiegato bene che era un voto importante”

A quella votazione erano assenti, tra gli altri, anche Pierluigi Bersani e Dario Franceschini, due dei tre candidati alla segreteria del PD che ci chiederanno il voto alle primarie del 25 ottobre. Ignazio Marino, anche lui candidato alla segreteria del PD, alza la voce e chiama quelle assenze “scandalose”:

“Spero che i capogruppo intervengano con delle sanzioni molto severe perché l’opposizione doveva contrastare con la propria presenza l’approvazione del provvedimento. Ciò non è avvenuto ed è gravissimo. Non si può tradire il Paese avendo un ’salario’ molto alto e non essendoci quando c’è da contrastare una legge che di fatto è un’istigazione a delinquere”.

Anche Debora Serracchiani è indignata e chiede “provvedimenti severi ed esemplari” per i parlamentari assenti. Intanto cresce la protesta sulla Rete e il popolo democratico è furioso; basta farsi un giro sui siti di Marino e Serracchiani e leggere i commenti dei cittadini.

Non crediamo nelle misure disciplinari, ancora meno in quelle esemplari e non ci pare che la classe diridente del PD possa o voglia autoinfliggersi alcunche’. Crediamo però nella democrazia e auspichiamo che i cittadini italiani vorranno far sapere ai vari D’Alema, Bersani e Franceschini cosa pensano del loro comportamento quando il 25 ottobre andremo a scegliere il nuovo segretario del PD con le primarie.

Libertà di Stampa

Ci siamo già espressi sulla libertà di stampa in Italia e sulla manifestazione di sabato scorso a Roma. Abbiamo fatto notare le contraddizioni, l’ipocrisia e le voci fuori dal coro, boicottate ovviamente dalla maggior parte dei media (a proposito di liberta’ di stampa). 

Un’altra voce fuori dal coro della retorica è venuta da Enrico Mentana, che sul Riformista del 4 ottobre ha denunciato: “Ho visto che c’erano i simboli di partiti e sono tornato indietro. C’erano tutti. Anche chi ha appena finito di lottizzare la RAI”.

Invece di scendere in piazza e lasciarsi guidare dal giornale-partito la Repubblica, il PD farebbe bene a guardarsi allo specchio e iniziare una seria e radicale autocritica sul tema dell’informazione: sia sugli errori catastrofici che ha commesso in questi anni sia sulla sua partecipazione attiva alla lottizzazione, a cominciare dalla RAI. Ancora una volta, Marino è nel giusto a denunciare le responsabilità del PD in tema di informazione.

Quanto ai giornalisti, non potranno essere presi seriamente fino a quando non decideranno di abbattere l’omertoso sistema corporativo che li vede protagonisti di una delle caste piu’ autoreferenziali del paese. L’assoluta mancanza di credibilità dell’informazione italiana, il vero problema che si vuole nascondere, perdurerà fino a quando continuerà ad esistere l’Ordine fascista dei giornalisti ed il sistema di connivenza tra informazione e politica, incentrato sui generosissimi contributi statali agli editori e sul monopolio Raiset.

La salute della Repubblica

Gli interessi economici in gioco sono enormi e la lotta tra fazioni per difendere quegli interessi rischia di affossare una volta per tutte la fragile Repubblica. A seguito della sentenza sul lodo Mondadori che ha condannato la Fininvest di Berlusconi a risarcire la CIR di De Benedetti con 750 milioni di euro, la destra sta pensando di far scendere in piazza il suo popolo. Il muro contro muro rischia di trasformarsi in una guerra civile e i cittadini di essere usati come pedine di un gioco dissennato. L’unica speranza è che i cittadini riescano a riappropriarsi della politica ed esprimere una classe dirigente responsabile, che abbia a cuore la salute della Repubblica e capace di iniziare quel processo di riforme radicali che sole possono salvare il paese.

In questo scenario, le primarie del PD del 25 ottobre – quando, ricordiamolo, tutti i cittadini italiani potranno votare per scegliere il nuovo leader del partito – acquistano un’importanza ancora maggiore, non solo per il PD ma per la nostra Repubblica; Ignazio Marino è l’unico candidato credibile ma nulla potrà fare se noi tutti non lo voteremo il 25 ottobre. Come sempre, dipende tutto da noi.

P.S. Un lettore ci chiede perché non abbiamo commentato la sentenza sul lodo Mondadori. Pensiamo che in un paese civile, le sentenze dei tribunali della Repubblica vadano applicate, non commentate. Quello che sta accadendo in Italia in queste ore è fuori dalla civiltà liberal-democratica; in nessuna democrazia liberale potrebbe accadere che un governo denunci una sentenza della magistratura che condanna il capo di quel governo per una vicenda di corruzione. E’ davvero fuori dal mondo e ci vuole molta immaginazione solo per ipotizzare un caso analogo in una democrazia liberale; in quel caso, in un paese civile, quel governo sarebbe completamente delegittimato e incapace di restare al suo posto. Il capo di quel governo si sarebbe dimesso un minuto dopo la notizia di quella sentenza.


Lezioni irricevibili. Eugenio Scalfari e il giornalismo di Repubblica

15 settembre 2009

Escalfari

Su Repubblica di domenica 13 settembre 2009, Eugenio Scalfari da’ ancora una volta prova di cosa giornalismo e democrazia NON sono:

Queste riflessioni su Fini e su Berlusconi ci portano a considerare la situazione del Partito democratico (…) Su questa delicata ma essenziale questione faccio le seguenti considerazioni (come persona informata dei fatti). 1. Conosco bene i tre candidati alla segreteria del Pd e in particolare i due maggiormente favoriti, Dario Franceschini e Pier Luigi Bersani. Sono due persone perbene. (…) 2. Chiunque dei due vincerà (…)

Nell’interminabile editoriale, il nome del terzo candidato alla segreteria del PD non è dato sapere; né è dato sapere cosa quel terzo candidato propone, il suo programma, la sua mozione.

Nessuna meraviglia. Conosciamo il lavoro giornalistico di Scalfari e di Repubblica durante i decenni e piu’ recentemente,  a proposito dell’informazione sul Partito Democratico, il vile boicottaggio della candidatura Marino da parte di quel quotidiano che grida ai quattro venti per la difesa della libera informazione in Italia. [Qui potete leggere la lettera educata con cui Marino replica a Scalfari]

Quello che meraviglia (ma appena un po’) è la reputazione di cui Scalfari gode in patria: liberale integerrimo, giornalista di stampo anglosassone, corretto, misurato; insomma, una voce da ascoltare, un maestro della Repubblica (quella di tutti, non quella di Scalfari & soci).

Proponiamo ai nostri lettori alcuni flashback che forse torneranno utili per capire meglio lo Scalfari-pensiero.

INDRO MONTANELLI (da I conti con me stesso – Diari 1957-78 a cura di Sergio Romano, Rizzoli):

Cortina, 19 agosto 1969. Scalfari mi attacca sull’Espresso. È Licia Compagna ad avvertirmene e a porgermi il giornale. Si meraviglia ch’io mi limiti a misurare la lunghezza dell’articolo. «Non lo leggi?» chiede. «No. Vedo solo che parla di me per una cinquantina di righe. E mi basta. A pubblicità donata non si guarda in bocca.» Colgo nei suoi occhi un lampo d’ammirazione. Ma a casa l’articolo lo leggo. E mi arrabbio. Però decido di rispondere solo domani, quando la rabbia mi sarà sbollita.

Cortina, 20 agosto 1969. Ho risposto a Scalfari. Era facile. Scalfari è uno di quei duellatori che, per imprimere più forza al fendente, seguono col corpo la sciabola e perdono la guardia. Ci vuol poco a infilarli. Ma ora che ho spedito la replica, mi chiedo se ho fatto bene. Di Scalfari non ho un’opinione precisa. C’è in lui un pizzico di Baldacci, un pizzico di Bel-Ami, e perfino un pizzico di Ramperti. So che ha fatto parecchi soldi. La sua ambizione è sfrenata e scoperta. Ma vuole arrivare a qualcosa, o vuole fuggire da qualcosa? Nella sua frenesia c’è del patologico. Le sue polemiche (come questa con me) sono quasi sempre gratuite. Questo nemico di tutti è soprattutto nemico di se stesso, animato da un irresistibile cupio dissolvi.

Milano, 3 giugno 1977. Anche l’Unità esce con un titolo a sette colonne in cui campeggia il mio nome. Lo stesso fa Repubblica, ma con un articolo di Scalfari ancora più infelice di quello che scrisse dopo Bontà loro per chiedere la mia esclusione dalla tv nazionale. Sostiene la strana tesi che l’attentato è stato organizzato contro i nemici di Montanelli, cioè contro di lui, insinuando così il sospetto che me lo sia organizzato da me. Il mio successo lo riempie di un furore che lo fa sragionare. Ma la cappella più grossa la fa il Corriere che titola su cinque colonne sul centro pagina: «Attentati contro giornalisti », mettendo il mio nome solo nel sommario. Biazzi ha il sangue agli occhi. Bettiza mi chiede di rispondere, nell’editoriale di domani, sia a Scalfari che a Ottone. Glielo concedo, ma a patto che mi mostri prima il testo: durezza sì, meschinerie no.

Ancora Montanelli. “Il moralismo non s’ addice ai soda’ li” – dal Corsera del 25 maggio 1993:

Montanelli riprende un’ affermazione di Scalfari: “Se l’ integrita’ morale degli editori e’ vulnerata risulta indebolita la credibilita’ della stampa e, di conseguenza, l’ efficacia del controllo che essa deve esercitare per conto dei cittadini sulle istituzioni e sulla pubblica moralita’ “. Ineccepibile, commenta Montanelli ma “non vediamo perche’ egli voglia impancarsi a dare lezioni moralistiche agli altri, e in particolare a noi. Vorremmo amorevolmente ricordargli una sola cosa: a differenza del suo editore, che si trova gravato da una condanna a sei anni e mezzo per bancarotta fraudolenta, il nostro, almeno finora, non s’ e’ visto contestare significative partecipazioni al sistema. Nel tentativo di coinvolgerci nella sua sgradevole vicenda, Scalfari ritira fuori il nostro ammonimento del 1976: “Turiamoci il naso e votiamo Dc”. Vorremmo di nuovo amorevolmente ricordargli che egli e’ stato deputato del Partito socialista e negli ultimi tempi e’ stato un acceso fautore dell’ onorevole De Mita. Senza mai turarsi il naso”. Alla fine la citazione di un detto di Renan: “Conosco molti furfanti che non fanno i moralisti, ma non conosco nessun moralista che non sia un furfante”. Conclude Montanelli: “Senza, per carita’ , allusione a Scalfari. Solo come promemoria”

Pannella, parole di fuoco contro Scalfari – IL GIORNO, 8 febbraio 1993:

Quindi inizia la sua requisitoria contro Eugenio Scalfari e Carlo Caracciolo. Pannella li accusa di usare un vecchio metodo comunista, “quello di criminalizzare l’avversario”. E restituisce pan per focaccia: “Una delle pagine più ignobili della magistratura – sottolinea – è la mancata indagine sull’accordo che Caracciolo, Scalfari, Tassan Din e Rizzoli fecero davanti al notaio per spartirsi delle proprietà editoriali, mentre fioccavano le nostre interrogazioni sulla P2”. Ha il dente avvelenato, Pannella. Soprattutto nei confronti di Scalfari. E l’annuncio pubblicitario dell’Espresso gli dà modo di attaccare il direttore di “Repubblica”, “che ha guadagnato 190 miliardi, vendendo le azioni del suo giornale in un momento particolarmente delicato per la redazione, che “droga i titoli e le notizie” e che “difende non la libertà di stampa, ma la libertà della stampa di regime”.

Contro Scalfari e De Benedetti. Pannella: “sono nuovi Andreotti” – Corriere della Sera 6 giugno 1993:

Fedele al tema dell’ incontro, “Contro i moralizzatori della Repubblica”, Pannella ha dedicato alla lotta a Scalfari e De Benedetti una durissima requisitoria lunga piu’ di un’ ora. “Scalfari? E un libertino mascherato da tartufo, un tartufo dei valori, che con una mano indica il “Dio della democrazia” e con l’ altra tocca le cosce dell’ autoritarismo e della corruzione”. E un fiume in piena, Pannella, che rompe gli argini: “De Benedetti e Scalfari hanno fornicato per anni con coloro che attaccavano, peraltro in nome dei principi di Ernesto Rossi”. Al leader radicale non e’ piaciuta per niente la maniera in cui Repubblica ha trattato il coinvolgimento nell’ inchiesta Mani Pulite di De Benedetti: “Rappresentarlo come povera vittima di qualche oscuro commissario d’ ente, concusso e non concussore, e’ scandaloso e di una banalita’ tipica di coloro che disprezzano quanti pretendono di rappresentare”

Marco Pannella è tornato a parlare di Scalfari, Repubblica e informazione anche nell’ultima conversazione con il direttore di Radio Radicale, Massimo Bordin.

Infine “Sua pienezza”, un articolo di Beppe Grillo che nel maggio 2008 sul suo blog risponde alle dichiarazioni di Eugenio Scalfari che in una trasmissione televisiva aveva detto: “Grillo impersona, secondo me, meglio di molti altri personaggi, il peggio dell’Italiano. E’ l’arci-italiano del peggio.”

Quando su Repubblica leggiamo Eugenio Scalfari dare lezioni di giornalismo e democrazia, ci vien voglia di turarci il naso.