Stefano Cucchi e l’inciviltà della Repubblica delle Banane

31 ottobre 2009

carcere

“Il grado di civiltà in una società può essere giudicato entrando nelle sue prigioni” scrive Dostoevskij nelle sue Memorie dalla casa dei morti. “Tuttavia bisogna guardarsi dall’assegnare senz’altro il calvario di Stefano al capitolo carcerario” – come srive Adriano Sofri in un ottimo articolo su Repubblica, Il calvario di Stefano – anche perché, scrive Sofri, “nell’agonia di Stefano – di questo si è trattato, questo sono stati i suoi ultimi sette giorni – sono intervenute tante di quelle autorità costituite da far rabbrividire”.

Rabbrividire fanno anche le dichiarazioni di ministri e alti ufficiali dei carabinieri, dichiarazioni in linea con la Repubblica delle Banane i cui abitanti, lungi dall’essere cittadini, temono le proprie istituzioni, a cominciare da quelle forze dell’ordine che dovrebbero proteggerli. Quei politici e quegli ufficiali leggano la lettera che un maresciallo della Guardia di Finanza – che svolge attività antidroga da circa 20 anni – ha inviato a Beppe Grillo. [Parentesi: nel caso Marrazzo c’è un quinto carabiniere indagato, “nel 2006 fu arrestato per un’indagi­ne di pedofilia. Sospettato — insieme a una trentina tra pro­fessionisti, militari, sacerdoti — di aver costretto numerosi bambini rom ad avere rapporti sessuali.” Forse c’è un problemino sul reclutamento e la formazione delle forze dell’ordine in questa Repubblica delle Banane, o no? E la notoria omertà – che si chiama “spirito di corpo” in certi ambienti – certo non aiuta a risolvere il problema].

Il caso di Stefano Cucchi non è un caso isolato nel panorama italiano. Tutt’altro. La lista dei nomi è lunga, anche se ai piu’ quei nomi non dicono nulla: Manuele Eliantonio, Aldo Bianzino, Federico Aldrovandi, e molti altri. L’associazione Ristretti Orizzonti raccoglie da anni i dati dei detenuti morti in carcere: dal 2000 al 30 ottobre 2009 ci sono state 1529 morti in carcere, tra queste, 543 suicidi. Denunciando il problema all’inizio di settembre, Marco Pannella ha accusato: “In Italia abbiamo ristabilito la pena di morte”.

C’è un problema gravissimo di credibilita’ delle istituzioni e – ancora piu’ grave – una crisi d’umanità che colpisce tutti. Le vittime di questa crisi non sono solo i cittadini che subiscono le violenze e la morte per mano dello Stato e i loro cari; tra le vittime ci sono sicuramente sia gli aguzzini – che perdono la loro umanita’ nel momento in cui alzano la mano e chiudono gli occhi – sia tutti noi, che siamo i veri responsabili di tutto cio’ che accade nella nostra Repubblica. “Il mondo è un posto pericoloso – diceva Albert Einstein – non a causa di quelli che compiono azioni malvagie ma per quelli che osservano senza dire nulla”.

C’è un problema d’informazione, troppo ripiegata su se’ stessa e sulla politica dei giochi di Palazzo, un’informazione che da’ troppo spazio alle dichiarazioni di questo o quel don e che si e’ ridotta a spiare dal buco della serratura della camera da letto, diventando miope su tutto il resto. Un’informazione cinica, in un paese dove il cinismo abbonda e il civismo scarseggia. Anche in quest’ultimo caso, quello di Stefano Cucchi, l’informazione è partita dalla Rete e da Radio Radicale, dal Manifesto e dal Fatto. Eppure l’informazione mainstream – dalla “libera stampa” alla televisione – ha risorse ben maggiori e assai potrebbe se solo volesse.

proibizionismo

immagine tratta da un manifesto radicale antiproibizionista del 1993

Infine, sulle droghe. I politici che hanno prodotto quella vergognosa legge proibizionista, liberticida e infame, si vergognino. La loro responsabilità è assai piu’ grave di coloro che materialmente hanno ammazzato Stefano (e tutti gli altri). Si faccia chiarezza sulle responsabilità, penali e amministrative, di questa vicenda e delle altre analoghe; ma soprattutto si tolga di mezzo quella fottutissima legge e si cominci a imboccare la strada della razionalita’ e della decenza, partendo da subito con la legalizzazione (che vuol dire: regolamentazione) delle droghe, a cominciare da quelle leggere. Per dirla con Vasco Rossi, “l’erba, inte­sa come verdura, fa meno male dell’uva”. E’ il proibizionismo che uccide, fuori e dentro il carcere e le ripugnanti lacrime da coccodrillo dei proibizionisti servono solo alla carriera di politici ottusi e senza scrupoli.

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Good morning Italy

26 ottobre 2009

Good-Morning-Vietnam-03

Torniamo all’Italia. Guai in vista per il governo Berlusconi:

La Russa: “Bene visione di Berlusconi, coniugare controllo dei conti e ripresa”
Il ministro dell’Economia a pranzo con Profumo, Passera e Guzzetti

Caso Tremonti, i coordinatori dal premier
“Sostegno a linea di rigore e sviluppo”

Cicchitto: “Nomina a vicepremier sposterebbe gli equilibri di coalizione”
Ma Bossi non la pensa così: “E’ garanzia contro gli spendaccioni del governo”

Intanto si e’ gia aperta la caccia nella stagione delle allenaze; Rutelli se ne va, dimostrando scarsa sensibilita’ democratica; si prepara un Grande Centro di cui si parla da tempo e il nuovo segretario del PD Bersani, all’indomani di una vittoria sua e di tutto il popolo delle primarie, illustra la sua strategia.

L’ennesimo episodio dell’incivilta’ del paese, solita notizia di cronaca quotidiana:

OSTIA

Attacco omofobo a un trentenne:
«Ora corsi antiviolenza nelle scuole»

Dopo l’aggressione di Ostia tra saluti fascisti,
Arcigay Roma lancia un appello: lezioni di civiltà

(…) «Quando gli aggressori mi hanno visto – ha raccontato il 30enne a “Il Messaggero” – mi hanno fatto il saluto romano. Io ho fatto finta di niente e ho proseguito a camminare per la mia strada. Ma li ho sentiti che dicevano qualcosa ma non ho capito cosa». Poi lo hanno raggiunto alle spalle mi hanno urlato frocio comunista e poi mi hanno massacrato di botte – ha continuato – Pensavo che mi avrebbero ammazzato». (…)

È stato detto che il grado di civilta’ di un paese si misura dalle sue carceri:

Detenuto di Regina Coeli muore al Pertini
Manconi e Gonnella: “Morte sospetta”

Stefano Cucchi, 31 anni, arrestato per possesso di droga viene rinchiuso a Regina Coeli il 16 ottobre scorso, poi trasferito all’ospedale Pertini di Roma muore subito dopo. Sul suo corpo i genitori hanno riscontrato tumefazioni e lesioni. A denunciare una morte “su cui fare chiarezza e giustizia” sono Patrizio Gonnella, presidente di Antigone, l’associazione che si batte per i diritti nelle carceri, e Luigi Manconi , presidente di ‘A Buon Diritto’.

***

Su questo caso, la deputata Radicale-Pd Rita Bernardini, membro della Commissione Giustizia, ha presentato un’interrogazione urgente ai ministri della Giustizia e della Difesa

Anche qui, una storia che si ripete cosi’ spesso quasi non ci si fa piu’ caso. Vi dice niente il nome Aldrovandi? E’ l’Italia della giustizia negata, un paese dove, come in una Repubblica delle Banane, capita di morire in carcere o in custodia da parte delle forze dell’ordine che, quando non sono occupate a ricattare qualche politico, si divertono con i piu’ indifesi. Il problema e’ drammatico e non puo’ essere nascosto con un vuoto patriottismo che vede in ogni divisa un’eroe. La teoria delle mele marce è fallace e serve solo a coprire le responsabilita’ che non si vuole vengano a galla; responsabilita’ che invece devono essere individuate, non solo per punire i colpevoli ma per risolvere il problema alla radice.

Il problema e’ culturale e puo’ essere risolto solo se lo si porta allo scoperto, alla luce del sole, senza reticenze, combattendo contro l’omerta’, che disgraziatamente in Italia viene ancora percepita come valore, molto piu’ di quello che normalmente si creda. I cittadini non devono avere paura delle forze dell’ordine, che sono li’ per servire non per vessare, per difendere non per assassinare. E’ nell’interesse di tutti, a cominciare da quelle forze dell’ordine, restituire a quelle divise il rispetto e la fiducia che si conquistano con l’esempio, non con la paura e con la vuota retorica. Coloro che quelle divise indossano, a rischio spesso della loro vita, lo sanno e meritano che il problema sia affrontato con serieta’ e onestamente da parte di chi ha il potere, amministrativo e politico, di risolverlo.

Insomma, possiamo occuparci di Rutelli che vuole uscire dal PD e unirsi legittimamente con Casini (gia’ ora una coppia di fatto) e portarsi dietro una pattuglia di parlamentari che nessuno conosce e nessuno ha mai eletto; possiamo continuare a spiare dal buco della serratura della “libera stampa”, che ormai ci propone quotidianamente la vita sessuale di politici e “vip” oppure possiamo occuparci di quello che tocca e condiziona la nostra vita reale, l’economia, la disoccupazione, l’ambiente, l’energia, i diritti, la giustizia, la sanita’, la scuola, guerra e pace e la sicurezza ovviamente, quella di tutti. Fin’ora l’informazione ha dimostrato di essere piu’ interessata a vendere pubblicita’ per i bilanci dei loro editori, attraverso storie che solleticano la morbosita’ dei cittadini.

La liberta’ d’informazione non si difende chiamando a raccolta le piazze e usando lo specchio dell’autoreferenzialita’; l’informazione si difende facendola, come servizio pubblico, a prescindere da chi sia la proprietà dei mezzi. Invece oggi in Italia non si distingue piu’ tra la stampa colta, i rotocalchi di gossip e il grande fratello; tutto viene vomitato da una televisione violenta e senza regole che detta gli standard d’incivilta’ alla “libera stampa” che le arranca dietro senza pudore.

Qui in Gran Bretagna, dove – a detta di molti osservatori e studiosi – c’e’ la migliore televisione del mondo, sia la televisione pubblica sia quella privata devono rispettare regole e standards molto severi affinche’ possano operare sul mercato. Se quelle regole e quegli standard fossero applicati in Italia, nessun canale televisivo del nostro paese, pubblico o privato, avrebbe l’autorizzazione necessaria per andare in onda. La Gran Bretagna e’ un paese di forte tradizione culturale liberal-democratica, e la liberta’ (compresa la liberta’ d’informazione) qui e’ una cosa seria.

Good morning Italy!