“È razzismo questo?”

20 novembre 2009

In Italia Fascismo e razzismo, ignoranza e fanatismo sono sempre stati presenti e in buona salute e tuttavia c’era un tempo, non molto lontano, quando ci si vergognava ancora ad esternare in pubblico quell’ignoranza e quei pregiudizi. A quel tempo – o almeno io cosi’ ricordo – c’era ancora una sorta di timidezza, di comune senso del pudore che consigliava a razzisti e fanatici, almeno in pubblico e sui mezzi d’informazione, di tenere un profilo basso, discreto. La feccia oggi al governo del paese ha tirato via quel velo discreto e ignoranza e fanatismo sono oggi sfoggiati in pubblico e premiati con riconoscimenti importanti, come l’Ambrogino di Milano.

Qualche giorno fa’ scrivevo dell’Operazione Bianco Natale – una forma di pulizia etnica promossa dalla Lega e benedetta dal ministro degli interni leghista, Maroni – e mettevo in evidenza le parole del führer della Lega, Umberto Bossi: “gli immigrati devono essere mandati a casa loro”. Achtung! Achtung! Bossi non si riferiva agli immigrati irregolari: quelle parole sono state pronunciate a proposito di voto amministrativo agli immigrati che risiedono regolarmente in Italia da almeno 5 anni.

Su Repubblica oggi c’è un interessante reportage da quel comune nel Bresciano dove e’ in atto l’operazione Bianco Natale:

Arriva anche Monica, l’estetista del negozio accanto. “I miei figli hanno solo amici extracomunitari. Uno ha 14 anni, l’altro 12. Vanno in giro sempre con due romeni e due africani. A Coccaglio sono tantissimi. Io però non voglio che escano con questi. È razzismo questo?”

Si Monica, è razzismo. Se a te e a molti non sembra è perche’ la feccia al governo del paese e gli intellettuali di regime che la sostengono dalle pagine dei giornali e in televisione stanno normalizzando l’impensabile. Sarà bene ricordare allora che il razzismo è una malattia indotta: razzisti non si nasce, si diventa. Soprattutto in tempi di crisi economica, culturale e sociale, il razzismo e’ il mezzo a cui si ricorre, la vecchia ma sempre funzionante strategia del divide et impera. Cosi’ e’ stato ad esempio negli Stati Uniti della schiavitu’ e della segregazione, nella Germania di Hitler e nel Sudafrica dell’apartheid. E non dimentichiamo le vergognose leggi razziali di Mussolini.

Opporsi al razzismo vuol dire opporsi a quella strategia che si basa sulla paura, sull’odio e sul nemico da combattere, opporsi al “noi e loro”, opporsi a chi vuole dividere per dominare. Lottare contro il razzismo vuol dire unirsi a chi adesso è piu’ indifeso, difenderlo con la nostra presenza e la nostra voce; vuol dire difendere la nostra libertà e la nostra umanità.


Brenda e la grammatica della paura

20 novembre 2009

La morte della transessuale Brenda getta ombre ancora piu’ inquietanti su tutta la vicenda Marrazzo, vicenda che gia’ puzzava di marcio dall’inizio, quando quei carabinieri (!) hanno fatto irruzione nell’appartamento di via Gradoli a Roma per – almeno cosi’ sembra – incastrare il governatore del Lazio. La reticenza, l’ipocrisia e le mezze verita’ del governatore non hanno certo aiutato a chiarire questa storia ma ora almeno un punto sembra chiaro: c’e’ chi non vuole che la verita’ venga a galla ed e’ disposto ad ammazzare per nasconderla.

C’e’ pero’ un altro aspetto di questa storia che forse appassiona di meno, senza misteri e buchi della serratura. Un dettaglio, piccolo da nascondersi dietro articoli e declinazioni ma che rivela l’ignoranza di giornalisti e direttori di giornale che perseverano nei loro errori e continuano a parlare al maschile, anche dopo la morte della transessuale Brenda. Un piccolo dettaglio, un’inezia forse che pero’ puo’ farci riflettere se il diavolo si nasconde davvero nei dettagli. Se cosi’ e’, forse quel dettaglio puo’ aiutarci a illuminare noi stessi e a guardarci allo specchio, come singoli e come società: i tabú, i pregiudizi, il moralismo e il sessismo che perseverano, quasi aggrappandosi alle regole di una grammatica immutabile per non affondare nell’ignoranza abissale di una cultura e di una societa’ incapaci di capire e con la paura di cambiare.

Negli esempi qui sotto, alcuni giornali hanno imparato – finalmente – ad usare il genere corretto nei loro titoli e articoli; altri continuano ad illudersi che la grammatica possa salvarli dalla paura della loro ignoranza. Uno spettacolo – quello che segue – che filosofi, sociologi, psicologi e linguisti troveranno sicuramente interessante.

Corriere della Sera

il Giornale

la Stampa

il Tempo

Avvenire

il Resto del Carlino

la Repubblica

il Messaggero

il Mattino

l'Unità