Furio Colombo e “l’atteggiamento omertoso della corporazione giornalistica italiana”

Furio Colombo

Furio Colombo

A proposito del Nobel per la Pace a Obama, Furio Colombo scrive un interessante articolo sul nuovo quotidiano il Fatto. Purtroppo però riesce a inserire nell’articolo uno dei suoi, ormai famosi, strafalcioni:

Questo perchè non ha attraversato il mondo quando il Nobel per la Pace era toccato a Kissinger e a Le Duc Toh per la fine della guerra in Vietnam. O a Begin e Arafat per l’accordo di pace Israele-Palestina, mai consumato.

Controllando sul sito ufficiale del Nobel per la Pace, si scopre che in realtà l’importante riconoscimento fu assegnato nel 1978 a Anwar al-Sadat e Menachem Begin e nel 1994 a Yasser Arafat, Shimon Peres, Yitzhak Rabin.

Difficile davvero spiegare tanta confusione da parte dell’illustre giornalista italiano, per di piu’ su un tema cosí importante, il conflitto mediorientale. Un semplice controllo delle fonti, reso facilissimo dalla Rete, avrebbe evitato a Colombo l’ennesima figuraccia. Ma chi è che non fa errori? Sbagliare è umano e non c’è nulla di male, a patto però che si tenga presente il famoso adagio latino, errare humanum est, perseverare autem diabolicum. E Colombo sembra davvero perseverare.

Il giornalista americano Wolfgang M. Achtner, nel suo libro Penne, Antenne e Quarto Potere, pubblicato nel 1996 da Baldini e Castoldi con una prefazione di Giorgio Bocca, dedica a Furio Colombo quasi cinque intere pagine (da p. 47 a p. 51) per raccontare le avventure davvero rocambolesche del famoso giornalista italiano e del suo macroscopico conflitto d’interessi negli anni in cui era commentatore da New York per la Stampa (di proprietà della FIAT) e per la RAI e allo stesso tempo figurava sul libro paga della società della famiglia Agnelli come presidente di FIAT USA. Scrive Achtner:

“E’ senz’altro sorprendente che lo stesso Colombo, che pure in Italia viene considerato un giornalista tra i piu’ prestigiosi e, soprattutto, un fine conoscitore del giornalismo americano, non abbia egli stesso avvertito l’insostenibilità di una tale situazione”

Achtner riporta il lavoro di due giornalisti americani, Samantha Conti e Anthony Shugaar, su come Furio Colombo ottenne la cattedra di Giornalismo Internazionale alla prestigiosa Columbia University di New York nel giugno del 1991:

Contrariamente a quanto lasciato intendere dalla Columbia University e da Furio Colombo, apparirebbe che questa cattedra non fosse stata assegnata al giornalista italiano in riconoscimento di titoli particolari. Secondo quanto dichiarato dai professori Garland e Rothmeyer, la cattedra fu istituita in seguito a un lascito della Banca San Paolo di Torino, a condizione che la stessa venisse assegnata allo stesso Colombo. Entrambi i professori americani sostengono che, oltre a quella di Colombo, non vennero prese in considerazione altre candidature.  Nell’articolo di Samantha Conti, questa versione dei fatti vine confermata da due alti dirigenti della banca torinese. Secondo quanto affermato da Giorgio Agagliati, capo della sezione cultura dell’ufficio stampa della Banca San Paolo, fu lo stesso Colombo a suggerire che il lascito di 1,8 milioni di dollari per la cattedra venisse aggiunto a una precedente donazione di 17,5 milioni di dollari del governo italiano. I fondi donati dal governo italiano dovevano servire per il restauro della “Casa Italiana”, alla Columbia University, e per aprire la “Italian Academy for Advanced Studies in America”, una scuola di specializzazione per laureati. E, secondo quanto dichiarato da Luisella Giorda, capo dell’ufficio relazioni estere della Banca San Paolo, “era un desiderio di Furio Colombo che istituissimo questa cattedra di giornalismo internazionale”.

Chiosa Achtner: “Chiunque ignori l’atteggiamento omertoso della corporazione giornalistica italiana potrebbe trovare strano che nessuno degli inviati negli Stati Uniti abbia mai scritto un articolo su questo caso”.

Riportando una serie di strafalcioni imbarazzanti di Furio Colombo, Achtner torna sul tema con cui abbiamo aperto questo articolo, cioè il controllo delle fonti:

per quanto riguarda la sua attività giornalistica appare evidente che Furio Colombo, come gran parte dei giornalisti italiani, trova il controllo delle fonti nel completamento di un articolo un’attività del tutto superflua.

Davvero dispiace trovare i vecchi vizi del giornalismo italiano nel nuovo quotidiano il Fatto; i cittadini meriterebbero sicuramente di meglio.

Infine è da notare che il giornalista Furio Colombo è anche il deputato Furio Colombo, nominato dal Partito Democratico alla Camera dei Deputati. Ricordiamo quando, qualche anno fa’, Indro Montanelli rifiutò la nomina di Senatore a vita, offertagli dall’allora Presidente della Repubblica Cossiga. “Poi m’avrebbe creato dei vincoli di riconoscenza che avrebbero limitato le mie libertà” spiegò Montanelli nel libro Soltanto un giornalista, una raccolta di conversazioni con Tiziana Abate, pubblicato da Rizzoli nel 2003.

Ecco, sogniamo un paese dove i giornalisti fanno i giornalisti, i politici fanno i politici, gli imprenditori fanno gli imprenditori, i magistrati fanno i magistrati, gli artisti fanno gli artisti… ma la realtà è quella di un paese dove il moralismo perbenista si eccita solo per additare le veline, l’anello piu’ appariscente ma anche quello piu’ debole e sicuramente non il piu’ dannoso della catena corporativa e omertosa tricolore. Gli italiani hanno molti difetti ma non sono stupidi e riescono ad avvertire l’ipocrisia di coloro che parlano di conflitto d’interessi solo quando il conflitto è dall’altra parte. Forse anche per questo, e non solo per le sue televisioni, ci sono tanti italiani che ancora votano per Berlusconi.

2 risposte a Furio Colombo e “l’atteggiamento omertoso della corporazione giornalistica italiana”

  1. pronihilo scrive:

    Caro Gabriele,
    non condivido del tutto questo post: innanzitutto ho controllato l’articolo di Furio Colombo che tu citi. però il link che tu hai riportato non porta direttamente all’articolo, ma in realtà, siccome ci sono abbonato è questo:
    http://digital.olivesoftware.com/Olive/ODE/IlFatto/LandingPage/LandingPage.aspx?href=SUxGVC8yMDA5LzEwLzEw&pageno=MTI.&entity=QXIwMTIwMA..&view=ZW50aXR5
    poi penso che Furio Colombo, quando riportava la citazione che tu indicavi come strafalcione e cioè: (riporto la frase completa) “Leggo nello Huffington Report, la più prestigiosa testata in rete
    che sostiene e fiancheggia Obama, una bella collezione di sorprese e di dubbi, da parte dei “bloggisti” che intervengono nella rubrica della posta dal momento dell’annuncio. Sono simpatizzanti e amichevoli, ma contengono un non detto “perché”. Questo perchè non ha attraversato il mondo quando il Nobel per la Pace era toccato a Kissinger e a Le Duc Toh per la fine della guerra in Vietnam”.
    Il concetto non è molto chiaro, ma non penso che Colombo riportasse erroneamente Che il premio Nobel non fosse stato accordato a Kissinger ecc., quanto piuttosto al dubbio sul “perché” e cioè sulla causa dell’attribuzione, forse troppo precipitosa o anticipata come ad es. Il premio a Begin e Arafat “mai consumato” dice Colombo. Non è quindi una sciatteria, quanto il fatto che Colombo riporta le ragioni dei dubbi sull’attribuzione del premio stesso. Infatti più avanti, l’articolista parla di un altro esempio: il premio a Martin Luter King come un precedente per la speranza della fine della discriminazione razziale.
    Piuttosto si potrebbe rimproverare a Colombo un’eccessiva propensione per Israele, da lui definito come l’unico Stato democratico in Medio Oriente, salvo le discriminazioni contro i palestinesi o gli arabo-israeliani, ma questa è un’altra storia. Quanto alla lobby italiana filo-Colombo, poteva anche accadere, visto che il succitato era stato nominato portavoce della Fiat negli Usa, però una parte dellacolpa del conferimento della carica accademica ce l’ha anche l’università americana che ha subito le pressioni. Non ci vedo poi nulla di male che un giornalista favorisca una raccolta di fondi per istituire negli Usa una scuola di giornalismo, in un Paese dove ci sono molti giornalisti non avvezzi a piegare la testa.
    Poi più avanti tu lamenti “i giornalisti dovrebbero fare i giornalisti… gli artisti gli artisti… ecc. E perché mai? Non dovrebbe un giornalista o un artista poter contribuire alla vita politica come parlamentare? Tutte le scelte sono opinabili. E’ nobile senz’altro quella di Montanelli. Ma non vedo perché un giornalista con le sue idee non possa far parte di una rappresentanza politica. Saranno i lettori poi a giudicare quanto e se, quella sua decisione abbiano o meno condizionato la sua obiettività e la sua serenità di giudizio.
    Scusami se mi sono troppo dilungato.
    Adriano

  2. fabio c. scrive:

    Grande post, lo diffondo subito.

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