Il No-B-Day e la realpolitik del PD

No Berlusconi Day, il giorno dopo. Analisi e commenti non mancano, e sono tanto diversi e contrastanti cosi’ come diverse e contrastanti sono state le cifre fornite sulla partecipazione: 90 mila per la Questura di Roma, piu’ di un milione per gli organizzatori. Senza entrare nelle sempre presenti (e sempre inutili) guerre di cifre, nessuna persona di buon senso puo’ negare il grande successo della manifestazione, a cui oggi viene dato grande risalto dai mezzi d’informazione internazionali (con buona pace di RAISET, l’equivalente del Ministero della Verità di Orwell in 1984).

Attaccato il cappello al chiodo, forse accanto al crocifisso, il segretario del PD Bersani oggi dice:

il compito del partito, dice al Tg3, è adesso quello di “mettere in comunicazione” le “energie nuove” viste ieri al No B day.

La presidente del PD, Rosy Bindy, dopo aver detto tutto e il suo contrario nei giorni scorsi, ora parla di “sintesi”:

“A noi tocca costruire una nuova sintesi: non è una concessione all’antipolitica, è necessario un di più di politica”

La “sintesi” e’ una parola chiave, ne scrivevo qualche giorno fa’ in Al capezzale della Repubblica – seconda parte. Nessuna meraviglia sentir parlare di “sintesi” dai massimi dirigenti del PD, quella “sintesi” e’ nel loro DNA culturale, nei loro referenti storici, filosofici, antropologici.

Quello che a me preoccupa pero’ e’ che il maggiore partito d’opposizione sembra non rendersi conto della rivolta che c’e’ nella societa’ (o in larghi settori di quella societa’) o – se si rende conto – mi preoccupa ancora di piu’ il fatto che il PD non stia facendo nulla per governare quella rivolta (e mi chiedo se ne sia capace). Credo l’errore politico principale del PD a proposito del No B Day sia stato quello di aver rinunciato in partenza a governare quella rivolta, rivolta che per essere governata dev’essere prima di tutto capita; l’accento che sovente si mette su Di Pietro, il discorso del cappello, nascondono maldestramente l’imbarazzo di un PD che – almeno per ora – e’ (o a me almeno cosi’ sembra) senza linea politica. Ancora ieri, molti dirigenti del PD – sia quelli presenti alla manifestazione sia quelli rimasti a casa – hanno detto tutto e il suo contrario, le motivazioni per andare al No B Day sono state numerose e fantasiose e a volte contrastanti con le ragioni ufficiali (giuste o sbagliate) dei promotori della manifestazione e si e’ ancora una volta proceduto in ordine sparso. Insomma, quello che resta a me sembra un PD in grandissima confusione, tutto proiettato verso gli accordi per le elezioni regionali, prova generale forse per i desideri sui futuri assetti politici e istituzionali del paese.

Piu’ che l’assenza del PD, in quanto tale, dalla piazza di ieri a me preoccupa l’assenza nel PD di un’analisi seria, chiara, politica del paese, sganciata da logiche di accordi e di spartizioni. Credo che il problema dei problemi nel PD sia quella realpolitik a cui ci ha abituato Massimo D’Alema in questi quindici anni, la realpolitik di una classe dirigente che crede che il crollo del muro di Berlino, la fine delle ideologie, voglia dire fine delle idee. Ancora una volta, ha ragione il senatore Ignazio Marino:

“Non ho mai pensato che le alleanze con l’UDC si debbano fare per vincere le amministrative ed avere un assessore in piu’. Le alleanze si fanno sull’identita’ di valori e di idee: se c’e’, si possono fare, altrimenti no.”

Purtroppo per il paese, il PD è ora guidato da Bersani, D’Alema e la loro realpolitik mentre la piazza di ieri, soltanto la punta dell’iceberg di una rivolta assai piu’ vasta che comprende settori della societa’ molto diversi tra loro, fatica a trovare una rappresentanza all’interno delle istituzioni ed e’ guardata con diffidenza, quando non con aperta ostilità, da parte di chi sa di aver gia’ perso la legittimazione democratica.

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Una risposta a Il No-B-Day e la realpolitik del PD

  1. rainbowman56 scrive:

    Personalmente trovo il PD un partito nato male, sulla scia di un compromesso impossibile fra teodem e laici, mediato da ex comunisti indecisi e opportunisti, appunto i d’alemiani di Bersani. I cattolici fanno fagotto; dovrebbero farlo anche i laici e lasciare i d’alemiani nel loro brodo.

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