Al capezzale della Repubblica – prima parte

30 novembre 2009

Se è vero, come si dice, che l’intera vita passa davanti agli occhi prima di morire, siamo davvero arrivati al crepuscolo della Repubblica. L’intera storia d’Italia – sempre piu’ una denominazione geografica e sempre meno uno stato civile – sta passando velocemente davanti agli occhi di quella giovane disgraziata; i problemi, vecchi di decenni, di secoli e di millenni sembra si stiano raccogliendo attorno al suo capezzale.

Eugenio Scalfari su Repubblica e Sergio Romano sul Corriere della Sera sono ieri intervenuti sugli ultimi sintomi di questa moribonda. Scrive Sergio Romano:

Il «concorso esterno in associazione mafiosa» si è dimostrato una categoria penale alquanto fumosa e imprecisa.

Scrive Eugenio Scalfari:

Si discute e si mette in dubbio da parte dei difensori di Berlusconi la validità di un reato come quello di concorso esterno in associazione mafiosa, non contemplato dal codice penale ma ormai da gran tempo legittimato da una serie costante e conforme di pronunce giurisprudenziali della Cassazione.

La certezza del diritto, la certezza del reato e della pena sono tutte cose che s’insegnano (o forse s’insegnavano) al primo anno di Giurisprudenza. Oggi – sulle pagine della stampa “colta” – non si riesce nemmeno ad essere d’accordo su cosa sia reato e cosa non lo sia. Lasciando questa discussione tecnica ai tecnici, cioe’ ai giuristi, faccio solo notare la disinvoltura con cui Scalfari afferma:

“ogni discorso sulla improprietà di un reato non previsto da un codice penale più che antiquato è priva di qualunque fondamento”

cosí come faccio notare la superficialità di Romano quando scrive sul Corriere:

“peraltro il procuratore capo di Firenze ha smentito ieri che il presidente del Consiglio sia indagato”.

Romano evidentemente non è bene informato (e forse non legge nemmeno il giornale su cui scrive):

Se c’e’ di mezzo un reato di mafia “l’indagato non puo’ sapere di essere indagato per tutelare la segretezza delle indagini”. Lo dice al Corriere della Sera l’ex procuratore antimafia, Pierluigi Vigna, che aggiunge: “Pubblicita’ non c’e’ in questo tipo di indagini sulla mafia”, quando un presunto indagato chiede se e’ indagato “deve ricevere una risposta in ogni caso negativa se si tratta di reati di mafia. E’ stabilito dal codice di procedura penale. E’ l’applicazione del cosiddetto ‘doppio binario’”.

L’aspetto però piu’ interessante che salta all’occhio dalla lettura comparata dei due articoli è l’assoluta sintonia del messaggio che i due illustri commentatori lanciano dai loro pulpiti; ponendo l’accento ognuno su aspetti differenti, quando non conflittuali, la conclusione che Scalfari e Romano traggono è la medesima. Scrive Romano:

Si può far cadere un governo che dispone di una consistente maggioranza senza dare un duro colpo al processo democratico? È una domanda a cui il presidente della Repubblica ha già dato una risposta: no, non si può. Occorre quindi una tregua, e la soluzione migliore per garantirne l’osservanza potrebbe essere il ritorno a un maggior senso di responsabilità dei poteri dello Stato, evitando forzature e invasioni di campo. Questo processo sarebbe favorito da una forma di immunità (che ricordiamolo fu introdotta dai padri costituenti) purché concordata a larga maggioranza.

Romano auspica un ritorno all’immunità, ma il suo aggrapparsi ai “padri costituenti” sembra solo un argomento peloso per dar forza alle sue tesi; ci sono infatti argomenti ben piu’ persuasivi che giustificano le tesi opposte, primo di quegli argomenti il fatto che ognuno puo’ capire da solo, nonostante i tentativi di alcuni intellettuali di infangare l’intelletto: non puo’ certo essere un capo di governo inquisito in molti processi per fatti gravi e gravissimi che risalgono ad anni in cui quel soggetto non rivestiva alcun ruolo istituzionale a poter mettere mano ad eventuali riforme sull’immunità e sulla giustizia. Anche a prescindere da qualsivoglia altra considerazione giuridica e politica, Berlusconi che mette mano a quelle riforme sarebbe visto dall’opinione pubblica, sia in Italia sia all’estero (e non senza ragioni), come Bin Laden che legifera in tema di terrorismo o un pedofilo in tema di tutela dei minori. La “tregua” di cui parla Romano sembra allora la resa dello stato di diritto.

Scrive Scalfari:

Ha ragione Napolitano quando dice che non è per via di processi che si elimina un avversario politico fin tanto che gli rimane la fiducia della maggioranza. Ma è altrettanto vero che gran parte di quella fiducia si verifica meglio alla luce di processi e sentenze che mettano in chiaro passaggi rimasti per troppi anni oscuri e inquietanti. Noi pensiamo che sia questa la buona democrazia. Intanto, il governo ha il diritto e il dovere di governare. Se cominciasse a farlo invece di restare perennemente in “surplace” sarebbe un buon risultato.

Se Romano crede di trovare la soluzione nell’immunità (che però sarebbe meglio chiamare con il suo vero nome: impunità), Scalfari invece si limita a concludere che “il governo ha il diritto e il dovere di governare”. Ma sul come Silvio Berlusconi possa governare in questa situazione, Scalfari nulla dice. E tuttavia vale forse la pena notare che sia Romano sia Scalfari, nonostante sostengano tesi contrapposte e non conciliabili, concordano con il Presidente Napolitano che aveva detto:

“Va ribadito che nulla può abbattere un governo che abbia la fiducia della maggioranza del Parlamento, in quanto poggi sulla coesione della coalizione che ha ottenuto dai cittadini-elettori il consenso necessario per governare.”

Senza tornare a ripetere gli argomenti che mi fanno sostenere che Napolitano sbaglia – e con lui tutti coloro che per convinzione, opportunismo o timidezza sostengono le stesse tesi del Presidente della Repubblica – vale la pena, io credo, fare alcune considerazioni di carattere generale. Non sull’ultima crisi insomma si dovrebbe a questo punto riflettere ma sul male oscuro che sta consumando la nostra disgraziatissima Repubblica, mentre c’è già chi vuole crocifiggere la bandiera, affrettando il calvario della giovane morente.

Nei prossimi giorni cercherò di scrivere qualcosa su quel male oscuro, per ora basti segnalare che l’informazione fa sicuramente parte di quel calvario. In quell’editoriale su Repubblica, per esempio, a proposito del processo Andreotti, Eugenio Scalfari scrive:

Fu condannato con gravissime motivazioni. Poi, nei successivi gradi di giurisdizione, le sentenze furono riviste e ritoccate. Infine nell’ultimo passaggio fu assolto, in parte con formula piena e in parte con formula dubitativa.

E’ mai possibile che Scalfari non conosca i fatti? Nel breve video qui sotto, il giudice Giancarlo Caselli, procuratore capo antimafia a Palermo dal 1993 al 1999 e ora procuratore capo della Repubblica a Torino, ricostruisce la verita’ giuridica e giudiziaria ricordando i documenti ufficiali.

Al capezzale della Repubblica – seconda parte

Al capezzale della Repubblica – terza parte


Berlusconi, la piovra e i libri sulla mafia

28 novembre 2009

Roberto Saviano, autore di Gomorra

“Se trovo chi ha fatto le nove serie de La Piovra e chi scrive libri sulla mafia facendoci fare brutta figura nel mondo giuro che lo strozzo”Silvio Berlusconi

L’uomo e’ previdente, forse sta gia’ pensando alla sua prossima carriera; Berlusconi critico letterario e televisivo. Perché no? La frase qui sopra potrebbe aiutare libri come Gomorra, il bestseller di Roberto Saviano. Certo per Gomorra quell’aiuto arriva tardi ed e’ superfluo, le minacce di morte contro lo scrittore hanno gia’ fatto il giro del mondo. Se ne e’ parlato e se ne parla nei programmi televisivi e sulle prime pagine dei giornali, scrittori e intellettuali hanno promosso e firmato appelli e il libro e’ gia’ stato tradotto in molte lingue e pubblicato in molti paesi.

la prima pagina del britannico Independent del 12/4/2006

Quella frase però potrebbe aiutare quei tanti cittadini onesti che stanno coraggiosamente facendo conoscere il Belpaese con romanzi, saggi, articoli, film, documentari, musica… la notorietà di papi nel mondo non si discute, nei paesi anglosassoni è addirittura conosciuto come godfather (padrino) e le sue “recensioni”, soprattutto in tema di mafia, avranno sicuramente il dovuto risalto.

Quanto a Saviano, nei giorni scorsi lo scrittore ha promosso un appello contro il processo breve e ha risposto al Ministro Bondi: “Ecco perché non possiamo tacere” Saviano scrive al Ministro Sandro Bondi

No, no! Non voglio mica dire che Berlusconi voleva attaccare Saviano per il suo impegno civile. Non sono mica Andreotti che diceva: “a pensar male si fa peccato, ma ci s’indovina“.

Aggiornamento: Sul Fatto c’è un ottimo articolo di Marco Travaglio: Silvio, rimembri ancora?


Perché il Presidente Napolitano sbaglia

27 novembre 2009

moral suasion o wishful thinking?

Il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, riunisce i giornalisti presenti al Quirinale:

“Scusate, vi ringrazio della vostra disponibilità – ha detto il presidente – Sento il bisogno di dire qualcosa in questo particolare momento”.

Cominciamo male. Anzi, malissimo. Qualora infatti il Presidente della Repubblica senta “il bisogno di dire qualcosa in questo particolare momento”, la Costituzione repubblicana prevede all’art. 87, secondo comma, la forma appropriata; il Presidente cioè “Può inviare messaggi alle Camere”.

La Costituzione non prevede l’esternazione del Presidente della Repubblica nella forma di una conferenza stampa. I precedenti non fanno scuola e l’invenzione malsana della Costituzione materiale è il tradimento della Costituzione. Non sono dettagli questi, la forma è sostanza quando parliamo di diritto, specialmente in tema di ingegneria costituzionale. In Italia, di queste cose non frega niente a nessuno, ognuno fa quel che vuole, salvo poi lamentarsi e riempirsi la bocca di Costituzione. E’ ironico poi che Napolitano violi la Costituzione per richiamare la Costituzione; l’ennesimo segno della schizzofrenia istituzionale di una Repubblica in avanzato stato di decomposizione.

Ma andiamo avanti e vediamo il messaggio – al di fuori della Costituzione – di Napolitano. Dopo aver auspicato “che si fermi la spirale di una crescente drammatizzazione”, il Presidente della Repubblica ha detto:

“Va ribadito che nulla può abbattere un governo che abbia la fiducia della maggioranza del Parlamento, in quanto poggi sulla coesione della coalizione che ha ottenuto dai cittadini-elettori il consenso necessario per governare.”

Sembra una banalità; in una Repubblica parlamentare, il governo cade solo se il Parlamento gli toglie la fiducia. E tuttavia, quel “nulla” sembra fuori luogo, addirittura inquietante letto nel contesto attuale della vita della Repubblica. Come a scuola, ipotizziamo il caso, del tutto ipotetico naturalmente, di un capo del governo responsabile di qualche reato grave e tuttavia, per qualsivoglia ragione, il Parlamento continua a concedere la fiducia. In altre parole, se quel “consenso” di cui parla Napolitano è requisito “necessario per governare”, è anche requisito sufficiente?

Napolitano continua:

“E’ indispensabile che da tutte le parti venga uno sforzo di autocontrollo nelle dichiarazioni pubbliche, e che quanti appartengono alla istituzione preposta all’esercizio della giurisdizione, si attengano rigorosamente allo svolgimento di tale funzione”.

E’ quantomeno discutibile che il Presidente della Repubblica non trovi di meglio che richiamare all’ordine la magistratura italiana dopo che ieri il capo del governo aveva detto che quella magistratura vuole la “guerra civile”.

Conclude Napolitano:

“E spetta al Parlamento esaminare, in un clima più costruttivo, misure di riforma volte a definire corretti equilibri tra politica e giustizia”

Cosa sono gli equilibri tra politica e giustizia? Se ci si riferisce agli equilibri tra i tre poteri dello Stato – legislativo, esecutivo e giudiziario – quegli equilibri non vengono certo intaccati dalla magistratura per il fatto che il capo del governo è parte di procedimenti giudiziari. Spetterebbe a quel capo del governo dimettersi, cosi’ come accade in tutte le democrazie liberali del mondo; viceversa, si creerebbe il paradosso di una classe politica al di sopra della legge e questo nulla ha a che vedere con la democrazia liberale. La legittimazione a governare data dal voto popolare non pone certo chi ha ricevuto quella legittimazione al di sopra della legge. Ma allora, di cosa si parla?

A me sembra che questo intervento di Napolitano sia davvero infelice, nella forma e nella sostanza. Il Presidente avrebbe dovuto seguire la Costituzione e inviare un messaggio alle Camere, soprattutto vista la delicatezza di “questo particolare momento”, come lui stesso sottolinea. Di fronte poi ad un capo del governo che attacca la magistratura, evocando scenari da “guerra civile”, è davvero singolare che Napolitano non trovi di meglio che richiamare all’ordine quella magistratura che, ricordiamolo, considerata nel suo complesso è un potere autonomo e distinto nella classica separazione dei poteri propria delle democrazie liberali.

Pochi giorni fa’ il Presidente Emerito della Repubblica, Carlo Azeglio Ciampi, dopo aver espresso critiche importanti e autorevoli nei confronti dell’attuale Presidente Napolitano, in particolare in tema di promulgazione delle leggi, ha invitato a resistere:

“Credo che per chi ha a cuore le istituzioni, oggi, l’unica regola da rispettare sia quella del “quantum potes”: fai ciò che puoi. Detto altrimenti: resisti”

Purtroppo per l’Italia, sembra ci sia in questo grave momento nella vita della Repubblica un patto tacito che vuole il Presidente della Repubblica al di sopra di ogni critica; se non fosse cosi’, quelle parole di Ciampi avrebbero suscitato ben altre reazioni e aperto un dibattito ben piu’ serio e importante di quanto abbia in realta’ fatto.

Quest’ultima uscita del Presidente Napolitano, per le ragioni poc’anzi dette, è – io credo – di una gravità estrema, assai pericolosa per la Repubblica, gia’ morente. Napolitano è convinto delle sue ragioni, che spesso vengono sintetizzate dietro l’espressione inglese moral suasion. Mi permetto, con il dovuto rispetto, di ricordare a me stesso un’altra espressione inglese: wishful thinking.


“Santità, mi perdoni per tutto quello che ho fatto…”

26 novembre 2009

Un altro giorno di ordinaria follia nella Repubblica confessionale delle banane.

Il Vaticano non si arrende e attraverso la Commissione Igiene e Sanità del Senato cerca di fermare l’introduzione della pillola abortiva RU486; il farmaco è utilizzato da vent’anni in paesi come Francia, Regno Unito e Svezia e approvato dagli organi competenti in piu’ di trenta paesi, dagli Stati Uniti alla maggior parte dei paesi dell’Unione Europea. Ma i buffoni in Parlamento prendono le direttive dall’ultima tirannide ancora presente in Europa, il Vaticano appunto, dove sadici fondamentalisti esperti nella teologia degli uteri vogliono ancora imporre la loro abominevole follia all’umanità.

Ed è a quella tirannide, a quella monarchia assoluta che non riconosce alcun diritto, alcuna libertà – deliramentum (follia) vengono chiamati i diritti dell’uomo nei documenti pontifici che condannano l’Illuminismo – che Piero Marrazzo si rivolge per chiedere perdono. Nientepopodimeno! “Santità, mi perdoni per tutto quello che ho fatto…”. Si fa fatica a credere ai nostri occhi quando si legge sulla stampa:

“Quest’uomo sta compiendo un delicatissimo iter da cui nascerà una persona nuova”, ha rivelato, la scorsa settimana, a “Repubblica” l’abate di Montecassino, il vescovo Piero Vittorelli, confermando che l’ex presidente stava trascorrendo un periodo di ritiro spirituale nell’abbazia benedettina di Cassino, in provincia di Frosinone.

Nel 1077 Enrico IV si reca a Canossa, costretto a chiedere perdono a papa Gregorio VII per tenersi la corona imperiale. Quale sarà la corona di Marrazzo? Forse il suo impiego in RAI? Il Medioevo in Italia non è mai finito, ma oggi fa ancora piu’ schifo di ieri. Povero Piero, che pena che fa! Questa è la classe dirigente della Repubblica confessionale delle banane, di destra, di sinistra e di centro; uomini e donne smidollati, che occupano le vette della politica, del giornalismo, delle professioni, della pubblica amministrazione, della finanza e della grande industria non per meriti acquisiti sul campo ma perché figli di, nipoti di, amici di, tesserati di. Uno spettacolo avvilente e rivoltante.

In Italia la madre dei cretini è sempre incinta; i figli poi crescono, mandano al governo del paese Berlusconi, i razzisti della Lega e i fascisti alla La Russa e Gasparri e quando vanno allo stadio danno il meglio di se’, anche all’estero: “non esistono negri italiani”, “un negro non può essere italiano”. La Repubblica riporta: “A quel punto Buffon, il capitano, e Secco sono andati a parlamentare e i cori sono cessati”. Però! Parlamentiamo anche con i razzisti adesso; dev’essere il famoso garantismo italiano.

Il sindaco di Varallo, il deputato leghista Gianluca Buonanno, fa installare cartelli stradali contro l’uso del burqa. Per carità, lontano da me voler difendere il burqa; è solo che faccio fatica a vedere in questi crociati della Lega i difensori dei diritti delle donne. Sono gli stessi che s’inchinano alla Curia di Roma, che di donne ne ha torturate e bruciate durante i secoli molte, ma molte di piu’ che non i fondamentalisti islamici; sono gli stessi razzisti dell’operazione Bianco Natale, gli stessi xenofobi capeggiati da chi non ha problemi a dichiarare, “gli immigrati devono essere mandati a casa loro”. Non è che in Europa queste persone non ci sono ma – diversamente che in Italia – non sono ministri e non decidono la politica dei governi dei loro paesi. Poi ci si lamenta dei cori razzisti negli stadi o delle aggressioni contro immigrati e omosessuali? Solo ipocrisia.

L’ennesimo allarme sulla criminalità organizzata. Questa volta a lanciarlo è il Governatore di Bankitalia, Mario Draghi:

“Grava su ampie parti del nostro Sud il peso della criminalità organizzata. Essa infiltra le pubbliche amministrazioni, inquina la fiducia fra i cittadini, ostacola il funzionamento del libero mercato concorrenziale, accresce i costi della vita economica e civile”.

Se fossimo nel 1909, sarebbe una notizia. Se fossimo nel 1949, sarebbe ancora una notizia. Ma oggi? Come ricordava Beppe Grillo nell’estate del 2008:

oltre il 40% della ricchezza nazionale è illegale (rapporto Alto Commissariato anti-Corruzione) (…) Nella sua ultima relazione il Commissariato contro la Corruzione ha affermato: siamo peggio che in Tangentopoli, la corruzione piega ogni settore e la sanità è terra di conquista.

Una volta si insegnava che la moglie di Cesare dev’essere al di sopra di ogni sospetto. Oggi in Italia invece prevale un’interpretazione del garantismo che non è accettata in nessun’altra democrazia al mondo. Si sente dire che fino a quando non c’è la condanna definitiva, quella passata in giudicato, vale la presunzione d’innocenza prevista dalla Costituzione. Verissimo. Ci mancherebbe altro! Ma in tutte le democrazie del mondo si usa distinguere tra il piano giudiziario e il piano politico e in quelle democrazie a nessuno passerebbe per la testa rivendicare la presunzione d’innocenza fino alla condanna definitiva per giustificare la permanenza nel suo ufficio pubblico di un cittadino che ricopre incarichi di responsabilita’ politica e istituzionale. In quelle democrazie, in tutte le democrazie, ancora vige il principio che la moglie di Cesare dev’essere al di sopra di ogni sospetto e i politici chiacchierati hanno la decenza di dimettersi prima di infangare l’ufficio che ricoprono. In Italia no, in Italia alcune tra le piu’ alte magistrature della Repubblica sono occupate da cittadini chiacchierati e condannati o che hanno procedimenti giudiziari in corso e i reati ipotizzati non sono bruscolini. Chi critica questo status quo, in Italia viene accusato di giustizialismo. Ebbene, in tutte le democrazie del mondo vige quel giustizialismo; è solo in Italia che la classe dirigente pretende l’impunità.

Si apprende che il ministro della difesa, Ignazio La Russa, elargisce maledizioni anche in trasferta; non pago delle sue volgari pagliacciate in TV – ricorderete il “possono morire” in tema di crocifissi – ora augura il cancro anche a tu per tu.

Chiudiamo con due chicche a proposito del Giornale di Vittorio Feltri. Un giornalista intraprendente (ma un po’ sfigato):

“Ha inviato alla sede genovese del Giornale presso il quale collaborava una lettera di minacce delle Br verso se stesso. La Digos ha denunciato l’uomo, Francesco Guzzardi, per simulazione di reato e procurato allarme.”

e un condirettore spudorato oltre ogni limite: “Cosa c’entra Dell’Utri con Berlusconi?”. Guarda il video qui di seguito:


Tutti i razzisti si somigliano

25 novembre 2009

Ancora sull’ignoranza e il pregiudizio dei giornalisti italiani. Al Corriere della Sera non va proprio giu’ che una transessuale possa usare il genere femminile, quindi la corregge:

dalla homepage del Corriere della Sera del 25 novembre

Da notare il virgolettato; il Corriere non tollera nemmeno che una transessuale possa parlare al femminile di un’altra transessuale, quindi la corregge imponendo il maschile, anche all’interno del virgolettato.

Anche Aldo Grasso, nella sua critica televisiva, usa il maschile. Forse c’e’ un ordine di scuderia al Corriere? O tutti i giornalisti del piu’ importante quotidiano del paese sono asini pieni di pregiudizi?

Quache giorno fa’ sulla Stampa, Mattia Feltri scriveva:

Negli Stati Uniti si è pensato di risolvere la questione con una trovata semantica, un compromesso storico dell’erotismo: i trans si dicono shemale, o she-male, che tradotto alla lettera sta per «lei-maschio». Oppure, se è una donna diventata uomo, si dice hemale, «lui-femmina», sebbene sia un termine che circola molto meno.

Ma dove li trovano questi giornalisti? Negli Stati Uniti il termine “shemale” è un insulto volgare, la parola nasce all’interno dell’industria pornografica e viene usata solo da persone volgari e ignoranti. Piu’ informazioni (in inglese) QUI e QUI

P.S. Gian Antonio Stella ha appena pubblicato per la Rizzoli, “Negri froci giudei & Co. L’eterna guerra contro l’altro”. Si legge sul Corriere di oggi, Tutti i razzisti si somigliano:

Dove l’urlo «Anda­te tutti a ’fanculo: negri, froci, zingari, giudei co!», come capita di leggere sui muri delle città italiane e non solo, è lo spurgo di una società in crisi.

E’ vero, tutti i razzisti si somigliano ma l’ignoranza e i pregiudizi dei mezzi d’informazione sono ancora piu’ gravi di quelli che si leggono sui muri delle citta’ italiane.


AAA VECCHIO “MAIALE” MALATO CERCA AIUTO

25 novembre 2009

Una battuta innocente o ancora il patetico Don Giovanni incontinente che nelle donne vede solo merce di scambio? Silvio Berlusconi, durante le dichiarazioni alla stampa con il presidente della repubblica del Turkmenistan, Gurbanguly Berdymukhamedov:

Io e Tremonti volevamo suggerire di firmare subito un altro accordo: noi vi diamo il nostro ministro dei beni culturali, Sandro Bondi, e voi ci date la vostra ministra”

Berdymukhamedov ha subito declinato, facendo ‘no’ con un gesto della mano; anche in Turkmenistan devono aver saputo che il capo del governo italiano e’ un vecchio “maiale”, come lo avrebbe apostrofato la consorte, Veronica Lario, in un’email all’ANSA – salvo poi smentire; dev’essere un vizio di famiglia.

Non resiste, il piacere per la battuta, meglio se becera e sessista, è piu’ forte di lui, convinto di essere un figo, il piu’ simpatico del regno. E forse molti italiani lo votano proprio per quello, il campione della sottocultura nazional-popolare, machismo e volgarità, ignoranza e stupidità. Vittima dell’adulazione dei tanti yes-men che lo circondano, non si rende conto, il poverino, di suscitare tanta commiserazione (e disgusto); qualcuno però potrebbe dirglielo, no? Non c’è niente di piu’ triste di un vecchio “maiale” che se la fa addosso, anche durante le conferenze stampa con i capi di stato e di governo.

Sempre la consorte, Veronica Lario, disse qualche tempo fa’ che Berlusconi era malato e andava aiutato. Ecco, aiutiamolo e aiutiamo anche l’Italia gia’ che ci siamo:

AAA VECCHIO “MAIALE” MALATO CERCA AIUTO - Made in Italy, nababbo, amico di papi, cardinali e dittatori, corruttore di avvocati, giudici e ragazzine, canta e racconta barzellette, va pazzo per lettoni russi e tende beduine, libido sfrenata di denaro, potere e successo, ego incontinente, bugiardo e delinquente incallito, attualmente capo del governo della repubblica confessionale delle banane. Lui si chiama “unto del Signore” ma le amiche piu’ giovani lo chiamano “papi”.

 


Ciampi contro Napolitano

23 novembre 2009

Quando lo dicevano Margherita Hack, Antonio Di Pietro, Beppe Grillo, il quotidiano Il Fatto e molti, moltissimi altri ancora, tutti venivano tacciati di populismo, antipolitica, demagogia e accusati di non rispettare le istituzioni e la massima magistratura della Repubblica. Ora è il Presidente emerito della Repubblica, Carlo Azeglio Ciampi, che torna sull’argomento:

“Io non do consigli a nessuno, meno che mai a chi mi ha succeduto al Quirinale. Ma il capo dello Stato, tra i suoi poteri, ha quello della promulgazione. Se una legge non va non si firma. E non si deve usare come argomento che giustifica sempre e comunque la promulgazione che tanto, se il Parlamento riapprova la legge respinta la prima volta, il presidente è poi costretto a firmarla. Intanto non si promulghi la legge in prima lettura: la Costituzione prevede espressamente questa prerogativa presidenziale. La si usi: è un modo per lanciare un segnale forte, a chi vuole alterare le regole, al Parlamento e all’opinione pubblica”.

Una vera e propria critica, durissima anche se garbata, all’attuale Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, che meno di due mesi fa’, a un cittadino che gli aveva chiesto a proposito del c.d. scudo fiscale: “Presidente non firmi, lo faccia per le persone oneste”, cosi’ rispondeva:

“Non firmare non significa niente. Nella Costituzione c’è scritto che il presidente promulga le leggi. Se non firmo oggi il Parlamento vota un’altra volta la stessa legge ed è scritto che a quel punto io sono obbligato a firmare. Questo voi non lo sapete? Se mi dite non firmare, non significa niente”

Tra le leggi controverse firmate dal Presidente Napolitano, oltre allo scudo fiscale ricordiamo il c.d. lodo Alfano, la legge che metteva Silvio Berlusconi al di sopra della legge, puntualmente bocciata dalla Corte Costituzionale.


Brenda, Mattia Feltri e il guazzabuglio della stampa italiana

22 novembre 2009

Oggi sulla Stampa Mattia Feltri prova a ragionare sulla parola “transessuale”: maschile o femminile, il o la? Nella grande confusione italiana, va riconosciuto a Feltri di averci almeno provato; tra il serio e il faceto, con molta ironia e forse troppa leggerezza, i risultati di questo sforzo sono tuttavia deludenti.

Scrive Feltri all’inizio del suo articolo, “Il” o “la” trans? Il guazzabuglio è anche lessicale:

Dicono e scrivono Brenda al femminile o al maschile, per come gli esce sul momento dalla bocca o dalla penna. Tutto buono: lo spiega anche il dizionario Devoto-Oli, «transessuale», aggettivo e sostantivo, maschile e femminile, da declinare a seconda della massima confusione.

La confusione c’e’ sicuramente, ma solo se s’ignora la letteratura scientifica e l’esperienza dei diretti interessati, visti questi solo come oggetto sessuale di maschi in cerca di emozioni e non come persone la cui dignita’ va rispettata e la cui identita’ sicuramente non va cercata nell’ignoranza di quei maschi, clienti o giornalisti che siano. Invece quei giornalisti e opinionisti scrivono e parlano di transessuali solo in funzione di, e cosi’ fa anche Mattia Feltri sulla Stampa di oggi. L’articolo mischia sesso e genere, ironia e ignoranza, Vladimir Luxuria ed Elisabetta Gardini, il Grande Fratello e il complesso d’Edipo. Feltri scrive:

E’ una babilonia, si va a trans terrorizzati dall’eventualità di essere scoperti, interminabili file notturne di maschi che le teorie accademiche vogliono smarriti, complessi di Edipo all’opposto e cose così, file di maschi ancora più terrorizzati dall’ipotesi della loro omosessualità, potenziale o già espressa. Non sanno che pensare della propria indole. Non sanno se sono andati con un trans o con una trans, non sanno che cosa era, se prevaleva nell’aspetto e nel desiderio la parte sopra o la parte sotto.

Dimmi cosa fai a letto e ti diro’ chi sei. Questo e’ il livello del “dibattito”, questa e’ la nostra tradizione fatta di repressione culturale e sessuale di intere generazioni costrette a subire quella cultura sessuofoba, il sesso come peccato, il moralismo che nasce dall’ignoranza e dalla paura. Come meravigliarsi allora se la pornografia sia non solo cosi’ diffusa ma la vera scuola di sesso in una societa’ che ne e’ ossessionata proprio perche’ lo ha sempre rinnegato, visto come cosa immonda, ripudiato negli atti impuri del confessionale e nei bordelli dove il maschio poteva trovare sollievo da una cultura che imponeva (impone?) la verginita’ della donna come modello di purezza. Nella tradizione da cui veniamo – tradizione sempre invocata per difendere le nostre radici, come se fossimo piante! -  quel maschio e’ carnefice e vittima al tempo stesso, nella sua mente la donna e’ di due tipi: la madre, la moglie e la figlia, da rispettare e proteggere, e la prostituta, la donna che puo’ soddisfare le sue passioni, represse da quella tradizione come peccati della carne. Il maschio che si fa vanto delle sue conquiste ma che ancora usa la parola “puttana” e simili a mo’ d’insulto verso una donna, verso tutte le donne. Messi fuori legge i bordelli, quella tradizione millenaria continua come e dove puo’.

Ed e’ questa tradizione lo sfondo culturale, antropologico, la cornice che inquadra il “dibattito” su transessuali e prostituzione a seguito degli ultimi scandali dati in pasto dai mezzi d’informazione a un’opinione pubblica che brancola nel buio dell’ignoranza, eccitata dai propri pregiudizi, come tanti schiavi compiacenti delle proprie catene. Si, perche’ nella cultura sessista italiana, in quel machismo che ancora caratterizza non solo la cultura popolare ma soprattutto i commenti di eruditi e maître à penser, e’ evidente la paura dell’ignoranza. Scrivevo qualche giorno fa’ in Brenda e la grammatica della paura a proposito di quel dettaglio, il o la transessuale:

Un piccolo dettaglio, un’inezia forse che pero’ puo’ farci riflettere se il diavolo si nasconde davvero nei dettagli. Se cosi’ e’, forse quel dettaglio puo’ aiutarci a illuminare noi stessi e a guardarci allo specchio, come singoli e come società: i tabú, i pregiudizi, il moralismo e il sessismo che perseverano, quasi aggrappandosi alle regole di una grammatica immutabile per non affondare nell’ignoranza abissale di una cultura e di una societa’ incapaci di capire e con la paura di cambiare.

E puntualmente Mattia Feltri oggi sulla Stampa sente la necessita’ di aggrapparsi a quella grammatica, “lo spiega anche il dizionario Devoto-Oli”. Ovviamente il dizionario non spiega nulla; ci sono nomi nella lingua italiana che hanno un’unica forma per il maschile e per il femminile (sia al singolare sia al plurale) e che possono essere distinti solo dall’articolo, dalla coniugazione (verbo) e dalla declinazione (aggettivo e pronome): nipote, consorte, parente, cantante, insegnante, agente, amante, ecc. Se la parola “transessuale” genera ancora cosi’ tanta confusione, forse il dizionario andrebbe affiancato da una letteratura scientifica vasta e facilmente disponibile, in grado di far saltare i tabu’ e la morale costruiti sull’ignoranza, il dogma e la superstizione e dar vita invece ad un’etica che parta dalla scienza, dalla conoscenza, dove il vero “peccato” e’ l’ignoranza. Invece siamo ancora fermi alla Bibbia, “maschio e femmina li creò”, come la Chiesa Cattolica non si stanca mai di ricordarci.

Purtroppo Feltri termina il suo articolo laddove avrebbe dovuto iniziarlo – “i maschi saranno disorientati, ma le donne si scoprono disarmate” (ma davvero e’ cosi’? Sicuramente non tutti i maschi sono disorientati e non tutte le donne si scoprono disarmate…) – e sembra non accorgersi che per tutto l’articolo i/le transessuali vengono presi in considerazione solo in funzione di. Dispiace e fa riflettere anche che Feltri non abbia criticato il suo stesso giornale, la Stampa, uno di quei tanti quotidiani che ancora si ostinano a titolare “Morto il trans Brenda”.

Ma c’e’ di peggio. Mattia Feltri incorre in un errore purtroppo comune in Italia:

Negli Stati Uniti si è pensato di risolvere la questione con una trovata semantica, un compromesso storico dell’erotismo: i trans si dicono shemale, o she-male, che tradotto alla lettera sta per «lei-maschio». Oppure, se è una donna diventata uomo, si dice hemale, «lui-femmina», sebbene sia un termine che circola molto meno.

Feltri e la Stampa dovrebbero sapere che quei termini non sono il “compromesso storico dell’erotismo”; sono invece probabilmente il frutto dell’industria pornografica, non vengono nemmeno rubricati nei dizionari di lingua inglese e soprattutto sono considerati altamente offensivi, alla stregua di termini come “nigger” per gli Afro-Americani, “faggot” per i gay o “Christ-killer” per gli ebrei.

Quel “guazzabuglio” andava esposto per quello che e’, senza tanti giri di parole: semplice ignoranza, da illuminare da scienza e ragione. Invece sembra quell’ignoranza venga perpetuata anche dalla stampa “colta”, che continua a perseverare nei suoi errori. I pregiudizi, come si sa, nascono dall’ignoranza e cosi’ pure il fanatismo. Siamo tutti alieni finche’ non impariamo a conoscerci; anche a questo – vale la pena ricordarlo – dovrebbero servire i mezzi d’informazione.

P.S. Come mi fa notare Fabio Chiusi, la confusione sembra alta sotto i cieli della stampa italiana; il Corriere della Sera di oggi per esempio usa la parola“matricidio” nel titolo di un articolo su un triste caso di cronaca nera dove e’ la madre a uccidere il figlio.

Sullo stesso argomento: Brenda e la grammatica della paura


Paul Ginsborg aderisce al No Berlusconi Day

21 novembre 2009

Continuano le adesioni al No Berlusconi Day. Oggi l’Unità pubblica un’intervista a Paul Ginsborg, il famoso storico inglese che vive e insegna a Firenze. Uno stralcio dell’intervista:

Il 5 dicembre si svolgerà la manifestazione «No Berlusconi day». Lei ci sarà?
«Certo, la ritengo importante. Quando ci fu il movimento dei girotondi pensai di vedere una cosa nuova nella storia italiana: li chiamai i ceti medi riflessivi. Anche se con qualche cautela penso che quel fiume, che è rimasto per anni sottoterra, oggi può riemergere nelle persone che hanno organizzato la manifestazione del 5. Vedo una connessione forte tra i girotondi e questa mobilitazione: hanno la stessa idea di difesa della democrazia e della Costituzione».

Però lei e il costituzionalista Gustavo Zagrebelski avete avuto una polemica sulla partecipazione. Lui sostiene che non si può andare a una manifestazione indetta da sconosciuti…
«Fra noi non c’è stata polemica, ma una semplice conversazione. Capisco gli argomenti di Zagrebelski. Ma questi ragazzi meritano sostegno. Certo, i rischi ci sono e io garanzie da dare non ne ho, però bisogna appoggiare quello che c’è di nuovo nella società».

Intanto Giuseppe Civati dal suo blog mette in luce le contraddizioni del PD e del suo presidente, Rosy Bindi, che non piu’ tardi di un anno fa’ invocava “non una piazza, ma cento, mille, diecimila piazze in tutta Italia”.

Sullo stesso argomento leggi anche:

Ignazio Marino, Ivan Scalfarotto e Debora Serracchiani aderiscono al No Berlusconi Day

Le mille e una piazza


“È razzismo questo?”

20 novembre 2009

In Italia Fascismo e razzismo, ignoranza e fanatismo sono sempre stati presenti e in buona salute e tuttavia c’era un tempo, non molto lontano, quando ci si vergognava ancora ad esternare in pubblico quell’ignoranza e quei pregiudizi. A quel tempo – o almeno io cosi’ ricordo – c’era ancora una sorta di timidezza, di comune senso del pudore che consigliava a razzisti e fanatici, almeno in pubblico e sui mezzi d’informazione, di tenere un profilo basso, discreto. La feccia oggi al governo del paese ha tirato via quel velo discreto e ignoranza e fanatismo sono oggi sfoggiati in pubblico e premiati con riconoscimenti importanti, come l’Ambrogino di Milano.

Qualche giorno fa’ scrivevo dell’Operazione Bianco Natale - una forma di pulizia etnica promossa dalla Lega e benedetta dal ministro degli interni leghista, Maroni – e mettevo in evidenza le parole del führer della Lega, Umberto Bossi: “gli immigrati devono essere mandati a casa loro”. Achtung! Achtung! Bossi non si riferiva agli immigrati irregolari: quelle parole sono state pronunciate a proposito di voto amministrativo agli immigrati che risiedono regolarmente in Italia da almeno 5 anni.

Su Repubblica oggi c’è un interessante reportage da quel comune nel Bresciano dove e’ in atto l’operazione Bianco Natale:

Arriva anche Monica, l’estetista del negozio accanto. “I miei figli hanno solo amici extracomunitari. Uno ha 14 anni, l’altro 12. Vanno in giro sempre con due romeni e due africani. A Coccaglio sono tantissimi. Io però non voglio che escano con questi. È razzismo questo?”

Si Monica, è razzismo. Se a te e a molti non sembra è perche’ la feccia al governo del paese e gli intellettuali di regime che la sostengono dalle pagine dei giornali e in televisione stanno normalizzando l’impensabile. Sarà bene ricordare allora che il razzismo è una malattia indotta: razzisti non si nasce, si diventa. Soprattutto in tempi di crisi economica, culturale e sociale, il razzismo e’ il mezzo a cui si ricorre, la vecchia ma sempre funzionante strategia del divide et impera. Cosi’ e’ stato ad esempio negli Stati Uniti della schiavitu’ e della segregazione, nella Germania di Hitler e nel Sudafrica dell’apartheid. E non dimentichiamo le vergognose leggi razziali di Mussolini.

Opporsi al razzismo vuol dire opporsi a quella strategia che si basa sulla paura, sull’odio e sul nemico da combattere, opporsi al “noi e loro”, opporsi a chi vuole dividere per dominare. Lottare contro il razzismo vuol dire unirsi a chi adesso è piu’ indifeso, difenderlo con la nostra presenza e la nostra voce; vuol dire difendere la nostra libertà e la nostra umanità.


Iscriviti

Get every new post delivered to your Inbox.

Join 31 other followers